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Premiata Salumeria Italiana nr. 5, 2017

Rubrica: Indagini
(Articolo di pagina 70)

L’orgoglio di essere italiani

Crescono i prodotti che si presentano come “orgogliosamente” italiani in etichetta. Bene Dop e Igp, che però non sfondano tra i giovani. Un alimento confezionato su quattro dichiara esplicitamente on pack di essere “made in Italy” e cinque su cento sono contrassegnati da una denominazione d’origine. Lo rivela l’Osservatorio Immagino, che ha analizzato le etichette di 41.000 prodotti di largo consumo venduti in Italia

Non più solo all’estero: ora anche in Italia etichettare un prodotto di largo consumo come made in Italy è diventato un fattore competitivo importante per conquistare i consumatori. Tanto che oggi un prodotto alimentare su quattro venduto in super e ipermercati dichiara esplicitamente in etichetta la sua italianità. A rivelarlo è l’Osservatorio Immagino, il nuovo approccio allo studio dei fenomeni di consumo creato da GS1 Italy e Nielsen, che ha estrapolato dai 41.000 prodotti presenti nel suo database quelli che riportano sulla confezione claim come “made in Italy”, “product in Italy”, “solo ingredienti italiani”, “100% italiano” e loghi quali Igp, Dop e “bandiera italiana”. Complessivamente l’Osservatorio ha individuato 9.876 prodotti alimentari “orgogliosamente italiani” e ha calcolato che in un anno hanno generato 5,5 miliardi di euro di giro d’affari, in crescita del 2,3% rispetto al 2015. «La segnalazione e l’enfatizzazione dell’italianità sulle confezioni sono la risposta alla crescente richiesta di conoscere l’origine di quello che si acquista e alla preferenza espressa dai consumatori nei confronti dei prodotti agroalimentari made in Italy» spiega Marco Cuppini, research and communication director di GS1 Italy. «Le aziende hanno colto queste istanze e hanno rimodulato l’approccio ai prodotti, enfatizzando l’uso di materie prime italiane o promuovendone l’adozione. E hanno iniziato a comunicare l’origine nazionale dei loro prodotti, cominciando proprio dal medium che arriva direttamente nelle mani del consumatore: l’etichetta». Per enfatizzare sulle etichette l’uso di materie prime italiane, comunicare l’origine nazionale o il carattere di produzione tradizionale, le aziende del food & beverage hanno usato soprattutto la bandierina tricolore (presente sul 14,6% dei prodotti). In molti casi hanno utilizzato anche le dizioni “prodotto in Italia” (12,2% dei prodotti) o “100% italiano” (1,9% dei prodotti).

Bene Dop e Igp, che però non sfondano tra i giovani
Il quadro dei prodotti di matrice italiana non sarebbe completo senza le denominazioni di origine e le indicazioni geografiche riconosciute dall’Unione Europea. L’Osservatorio Immagino ha calcolato che tra Doc, Dop, Docg e Igp si arriva a coprire il 5% dei prodotti e il 4% circa delle vendite complessive del mondo del largo consumo alimentare italiano. Un universo dinamico e in salute, visto che gli indicatori delle vendite del 2016 sono tutti positivi: +8,1% per i prodotti Igp, +2,1% per gli alimenti Dop, +3,3% per i vini Doc e +9,5% per i vini Docg. La correlazione tra i dati di vendita e la tipologia di acquirenti, realizzata per la prima volta dall’Osservatorio, ha rivelato che i prodotti Dop, Igp, Doc e Docg sono acquistati soprattutto dagli abitanti di Piemonte, Lombardia, Liguria e Valle d’Aosta, e da famiglie con reddito sopra media o alto. Inoltre, dall’indagine è emerso che il legame dei consumatori cresce in modo proporzionale all’avanzare dell’età. Difatti sono soprattutto gli over 50 a comprare prodotti Dop e gli over 65 ad acquistare quelli Igp. Sono, dunque, gli older i veri conoscitori e acquirenti dei prodotti della tradizione enogastronomica italiana. Il claim che conquista tutti perché è il più trasversale alle diverse fasce d’età invece è “prodotto in Italia”, un plus che accomuna le famiglie con bambini sotto i 7 anni e quelle con responsabile acquisto over 55.

 

Scambi Italia-Giappone: nel primo trimestre 2017 l’export agroalimentare cresce del 38%
L’export agroalimentare italiano verso il Giappone (953 milioni di euro nel 2016), tra il 2015 e il 2016, ha registrato un incremento del 17,9%, ma è soprattutto la crescita avvenuta nel primo trimestre 2017 (+38,3% rispetto al primo trimestre 2016) che spalanca le porte a nuovi scenari commerciali verso il paese del Sol Levante, pur pesando per il 2,5% sul totale delle esportazioni agroalimentari nazionali (circa 38 miliardi di euro). In parallelo, l’import agroalimentare dal Giappone (16 milioni di euro nel 2016) pesa solo per lo 0,03% sull’import agroalimentare italiano. Si tratta, quindi, di un mercato dal peso ancora relativo, ma con dei margini di crescita esponenziali, anche alla luce dell’accordo di massima di partenariato economico, teso a eliminare le barriere commerciali, raggiunto a inizio luglio fra UE e Giappone. In particolare, l’export vede, nel 2016, il valore dividersi in ordine decrescente fra “vini e mosti” (151 mln di euro); oli e grassi (120 mln di euro); ortaggi freschi e trasformati (113 mln di euro); cereali, riso e derivati (98 mln di euro); animali e carni (89 mln di euro) e latte e derivati (61 mln di euro). Proprio questi due ultimi comparti (animali e carni e latte e derivati) hanno avuto l’incremento più rilevante nel primo trimestre 2017 sullo stesso periodo del 2016 (rispettivamente +32,7% e +23,8%), mentre un discorso a parte meritano le colture industriali (nella quasi totalità tabacchi lavorati, in un quadro che vede un accordo specifico siglato nel 2016 fra il Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali e la multinazionale Japan Tobacco International) che sono passate dai 10 milioni di euro del 2015 ai ben 169 milioni di euro del 2016, con un incremento (+580%) ancora in salita nel primo trimestre 2017 (in foto sushi di speck; photo © Comugnero Silvana – stock.adobe.com; fonte Ismea).

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