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Premiata Salumeria Italiana nr. 4, 2017

Rubrica: Attualità
Articolo di Guidi G.
(Articolo di pagina 14)

L’avanzata dei senzisti*

Si è svolta dal 13 al 21 maggio la 3a edizione della Settimana Nazionale della Celiachia dedicata alla nutrizione. Presentati dati sulla patologia e la spesa in alimenti gluten free, non senza un vena polemica

Sarebbero oltre 600.000 le persone affette da celiachia in Italia, ma solo 190.000 diagnosticate. È l’Associazione Italiana Celiachia a dirlo. Lo sostiene, però, con una velata nota di disappunto: per i celiaci, infatti, la dieta senza glutine non è una scelta alimentare, ma l’unica terapia possibile per non subire gravissimi danni alla propria salute. Non è la stessa cosa invece per i 6 milioni di consumatori che seguono in modo ingiustificato un regime privo di glutine, spendendo oltre 100 milioni di euro all’anno, per prodotti di cui, in realtà, non avrebbero bisogno alcuno. Ergo: ci sarebbero — secondo l’Aic — ben 6 milioni di Italiani celiaci per scelta, che in ragione di questa particolare fissazione arriverebbero a destinare buona parte del proprio budget per gli alimentari in cibi di cui non hanno necessità. Generando così uno spiacevole equivoco che fa in certo qual modo apparire la celiachia alla stregua di una tendenza, piuttosto che una serissima patologia.
Che ci fosse un trend di questo tipo l’avevamo capito da tempo. Il gluten free guadagna fette di mercato a ritmi di quasi il 30% all’anno e, solo in Italia, vale 320 milioni di euro, 105 dei quali spesi da soggetti senza diagnosi. Uno scontrino medio di alimenti gluten free è di almeno il 50% superiore a quello di prodotti realizzati con farine classiche. Un tendenza, quindi, che pesa anche sul portafoglio. Un prodotto privo di glutine su tre è oggi acquistato da soggetti che non hanno avuto alcuna diagnosi in merito al morbo, ma che mangia senza glutine con l’idea — discutibile — di perdere peso o condurre così una vita più sana. Non ci sono però studi che dimostrino vantaggi su soggetti sani.
Per quanto riguarda il peso, è noto che i prodotti senza glutine siano tendenzialmente più calorici e, quindi, poco funzionali ad una dieta dimagrante. Il British Medical Journal ha pubblicato gli esiti di un recente studio su oltre 110.000 soggetti, secondo cui, nei non celiaci, l’esclusione del glutine non solo non ridurrebbe il rischio cardiovascolare, come alcuni sostenevano — nella convinzione che incrementasse il livello di infiammazione anche in chi non è intollerante — ma anzi, in soggetti sani, implicherebbe una riduzione del consumo di cereali integrali, con possibili effetti negativi, proprio a livello cardiovascolare. In sintesi, la dieta gluten free su soggetti non celiaci, non solo non giova, ma potrebbe paradossalmente diventare dannosa!
Eppure — sempre secondo l’Aic — per un Italiano su dieci questo regime sarebbe più salutare e, addirittura, per tre su dieci farebbe dimagrire. Sono quindi ampiamente diffuse convinzioni prive di fondamento scientifico alcuno e l’associazione teme che questo fare banalizzi la malattia e, alla lunga, ne sminuisca la gravità agli occhi di istituzioni ed opinione pubblica. Per l’1% della popolazione nazionale, infatti, il glutine è un vero e proprio veleno e i prodotti che ne sono privi rappresentano l’unico modo per star bene e non subire, alla lunga, danni irreversibili. Per questa ragione, e ormai da diversi anni, il Servizio Sanitario Nazionale eroga ad ogni celiaco un voucher mensile del valore di 100 euro circa per l’acquisto di prodotti gluten free. Ma questo coupon — che rappresenta un diritto faticosamente conquistato negli anni — appare oggi banalizzato dalla “moda del senza” a tavola, tanto più che, in tempi di spending review, i Ministeri sono sempre alla ricerca di qualche spesa da tagliare.
L’attenzione spasmodica di un mercato che vuole cavalcare la tendenza del momento rischia quindi di rappresentare per i malati più una minaccia che un’opportunità.
Ma i paradossi non finiscono qui: in Italia, infatti, a fronte di un numero vastissimo di persone che fanno la dieta gluten free per scelta e non per necessità, ci sarebbe un esercito di celiaci non diagnosticati e quindi di malati che, non sapendo di esserlo, non si nutre in modo corretto. Il 70% degli interessati, non sa di avere questo problema.
Che sia per moda o per necessità, la richiesta del senza glutine si è fatta sempre più pressante anche fuori casa e il mondo della ristorazione non si è fatto attendere. Se cucinare un piatto gluten free è operazione semplice, il dramma dei celiaci sono i locali pubblici, dove il rischio di contaminazione è sempre dietro l’angolo. L’Aic dichiara però che sono diverse migliaia gli esercizi dove si possono trovare prodotti gluten free e sono 4.000 i ristoranti, le pizzerie, gli alberghi, le gelaterie, i laboratori artigianali che hanno seguito un percorso di formazione e tuttora sono monitorate dai tutor dell’Aic.

Un mondo di “senza”
Il tema del “senza glutine” non è però che uno dei tanti — forse il più noto — che ricorre nelle scelte alimentari contemporanee. E non riguarda solo l’Italia. Dal “senza olio di palma” al meno recente “senza conservanti”, passando dal “senza zuccheri aggiunti” per una lunga lista di prodotti alimentari privi di qualcosa, la tendenza verso i cibi a cui manca un ingrediente è sempre più diffusa. E spesso si nutre di convinzioni prive di fondamento, generate da claim che hanno forte impatto commerciale.
Ciò che i salutisti del momento però non considerano è che, se una sostanza necessaria o funzionale al prodotto viene eliminata, verrà presumibilmente sostituita con un’altra. E non è detto che quella che viene introdotta, non sia addirittura più dannosa.
I “senzisti” — così ribattezzati — non sempre attingono informazioni dalle giuste fonti. Molto frequentemente le ricerche sono limitate al web e a soggetti o siti non qualificati. È in questo clima di pressappochismo e sfiducia che nasce la teoria del complotto, che mette in dubbio ogni cosa e che butta fango su studi e ricerche autorevoli o concetti acquisiti e provati da tempo. Ed è così che si mettono in discussione elementi dalle basi scientifiche solide, per lasciare spazio a ipotesi prive di riscontro oggettivo.
Spesso i consumatori sono guidati da questa (dis)informazione distorta e ancor più di frequente da quanto scritto in etichetta. In questo modo i maghi del marketing colpiscono il bersaglio e fanno passare un’idea di salute che —nella maggior parte dei casi — con la salute ha ben poco a che fare.


Guido Guidi



Nota
*Prendiamo cortesemente in prestito il termine “senzisti” da Pietro Paganini, La Stampa.

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