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Premiata Salumeria Italiana nr. 3, 2017

Rubrica: Attualità
Articolo di Corona S.
(Articolo di pagina 18)

Il semaforo della discordia

Tornano alla carica i sostenitori dei colori nelle confezioni dei prodotti, utili ad identificare la natura dei cibi. Uno strumento dalle finalità apparentemente nobili che nella sua applicazione, sta incontrando, invece un coro di no

Le etichette sono oggi sempre più complete e ricche di informazioni utili se non necessarie al consumatore. Peccato che una loro corretta lettura non sia così facile, né scontata. Certe volte è difficoltoso, anche per gli addetti ai lavori, interpretarne alcuni elementi fondamentali. Chissà se l’intento di chi ha ideato l’etichettatura a semaforo era — almeno inizialmente — quello di renderci la vita più facile davanti allo scaffale. Chissà se anche questa idea, che oggi appare ai più discutibile, sia in realtà nata un giorno con intenti nobili e condivisibili.
A primo impatto, un sistema di tale immediatezza potrebbe sembrare la soluzione giusta per guidare il consumatore verso il prodotto più sano e genuino. Con soli tre colori, rosso, giallo e verde, sarebbe dunque teoricamente facilissimo, secondo i britannici, stabilire se un certo alimento sia consigliabile o meno per mantenersi in salute. È stata la Gran Bretagna, infatti, a proporre questo strumento per la prima volta nel 2013. Strumento che oggi è molto gradito ad alcune importanti multinazionali e non sembra dispiacere a Bruxelles, come invece era accaduto a suo tempo. I colori — che in questa nuova versione, nel caso, passerebbero da 3 a 5 — dovrebbero fare sintesi dei contenuti di grassi, sale, acidi e zucchero, ma il timore è che, in questo modo, cibi notoriamente nocivi acquistino improvvisamente il titolo di alimento naturale, mentre altri, contenenti importanti sostanze per il nostro benessere, vengano bollati come dannosi.

A mostrare preoccupazione sono soprattutto i Paesi della dieta mediterranea, Italia in testa. E a destare sospetti sulla reale bontà del metodo c’è il fatto che diverse multinazionali, le più grandi del Pianeta, abbiano accolto con entusiasmo la nuova prospettiva. Per fare un esempio di immediata comprensione, le bibite gassate senza zucchero, concentrati di prodotti chimici, avrebbero pieno titolo per acquisire il bollino verde, mentre l’olio extravergine d’oliva o un buon salume rischierebbero il semaforo rosso per valori di grasso in un caso e sale nell’altro. Per essere ancora più espliciti, nel confronto tra due bevande, una frizzante sugar free e un succo di frutta, sarebbe solo la prima ad apparire negli scaffali con bollino verde.
Quella proposta dei cugini inglesi, che appariva ormai accantonata, è oggi all’ordine del giorno in sede europea. C’è però in atto una levata di scudi trasversale, guidata dall’Italia e capeggiata dal ministro Martina. Un’indignazione diffusa che per una volta, nel nostro Paese, mette d’accordo tutti, agricoltura, trasformazione e persino i consumatori. Il Ministero si è attivato immediatamente scrivendo una nota a Bruxelles, a cui hanno fatto seguito le rimostranze di Coldiretti e, separatamente, anche di Confindustria, che hanno annunciato iniziative di protesta. L’etichettatura a semaforo, infatti, non solo non aiuterebbe minimamente il con­su­matore in sede d’acquisto, ma lo indurrebbe in errore, tanto più che i valori espressi sono calcolati su una base di 100 grammi di prodotto e non per singola porzione, generando ulteriori equivoci sull’effettivo valore nutritivo dell’alimento.
Quest’ultimo aspetto sarebbe l’unico a cui l’Unione Europea sembra al momento disposta a soprassedere. Per il resto, la direzione appare ormai presa, a dispetto delle numerosissime rimostranze, sebbene — è importante precisarlo — lo strumento diverrebbe, nel caso, ad uso volontario e non obbligatorio.
Che il consumatore venga tratto in errore e non comprenda esattamente che il semaforo può avere un valore relativo, e per giunta fuor­viante, è cosa ampiamente dimostrata. Sono state condotte, infatti, alcune sperimentazioni in altrettanti Paesi europei e i risultati hanno provato quanto si temeva: di fronte ai colori, il consumatore si disorienta e hanno la meglio prodotti poco consoni ad una dieta sana ed equilibrata, che non abbiamo difficoltà a definire “di livello inferiore”.

Anche Nomisma, noto istituto di ricerca, ha valutato l’impatto del semaforo nel mercato britannico, in merito ad alcune tipologie di prodotti francesi e italiani e i risultati si sono mostrati disastrosi, evidenziando un calo delle vendite di alimenti tipici della Dieta Mediterranea.
Da questo si rileva che il consumatore medio non è in grado, da solo e in presenza di uno strumento simile, di fare valutazioni in autonomia e di contestualizzare la validità dell’informazione che gli viene fornita.
A gioire all’idea dell’introduzio­ne del semaforo sono le grosse multi­nazionali — e non poteva essere altrimenti — che non hanno celato l’entusiasmo e anzi si stanno adoperando alacremente perché l’operazione veda davvero la luce. D’altronde, questo strumento non solo non è utile al consumatore, ma appare come una grandissima trovata in termini di marketing, perché getta discredito su prodotti genuini, a vantaggio di quelli di sintesi e a basso costo. In più, si sta cercando di far apparire l’operazione come un’azione meritoria alla causa della promozione del buon cibo. Le multinazionali che stanno promuovendo l’iniziativa, infatti, alcune delle quali impegnate nell’acquisto di importanti aziende che hanno fatto la storia del made in Italy, sostengono che l’attenzione sui prodotti alimentari, in questo momento storico, è massima e che lo strumento del semaforo sia un grande contributo all’informazione al consumatore.

I colossi mondiali del cibo — molto del quale è cibo “spazzatura” — dichiarano che il semaforo, così concepito, possa essere una grande conquista, prima per il pubblico che per essi stessi. In più promuovono questa operazione sottolineando la necessità di uniformare le comunicazioni al consumatore tra i vari Paesi che, pur essendo in un mercato comune, hanno norme in buona parte differenti.
È in queste occasioni che emergono tutti i limiti dell’Unione Europea, così com’è oggi concepita. Un tempo Bruxelles si era mostrata perentoria nel negare questa possibilità alla Gran Bretagna, al punto che i britannici si erano visti costretti a fare appello alla Corte europea. Ma oggi si starebbe riflettendo sull’ipotesi di passare la “patata bollente” ai singoli Stati. Come altre volte accaduto, quando la situazione si fa difficile, anziché assumere una posizione chiara e dare un segnale esplicito, di reale tutela del consumatore, si demanda ai territori. Il rischio è di avere regole disomogenee in un contesto che invece meriterebbe sempre più norme comuni, visto che è comune il mercato.
Questa sarebbe stata un’ottima occasione per compattare le diverse anime che albergano nel nostro Continente. Invece anche in tale frangente Bruxelles conferma che l’Unione difficilmente diventerà un unico organismo che si muove in armonia, nell’interesse di tutti. Rimarrà invece una semplice sommatoria di tante entità, contribuendo — con questa politica — ad alimentare le fila, già molto folte, degli anti-europeisti.


Sebastiano Corona

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