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Premiata Salumeria Italiana nr. 2, 2017

Rubrica: Legislazione
Articolo di Corona S.
(Articolo di pagina 20)

Europa, cibo e trasparenza, la nuova era è iniziata da un pezzo

Sono anni ormai, che i produttori devono periodicamente mettere mano alle etichette dei prodotti alimentari per fare modifiche imposte dalla legge. La fine non è però vicina, perché dopo gli allergeni, le tabelle nutrizionali, l’elenco delle indicazioni obbligatorie, si toglie il velo sull’origine delle materie prime e c’è da scommettere che siamo solo alle prime battute

Il Regolamento UE 1169/2011, come gli addetti ai lavori ben sanno, è un documento vastissimo che ha riformato completamente la normativa comunitaria in merito alle informazioni al consumatore. Questa norma, entrata in vigore a più riprese, fa da spartiacque tra due concezioni completamente diverse di trasparenza e comunicazione sul cibo. I primi adempimenti obbligatori li abbiamo visti con l’indicazione degli allergeni in etichetta, ma ne sono seguiti molti altri, ultimo dei quali, a dicembre scorso, quello della tabella nutrizionale. Il Regolamento non va però considerato un punto di arrivo, perché contiene una serie di disposizioni — forse nell’immediato meno evidenti —, che nel futuro prossimo modificheranno ulteriormente il già lungo elenco delle informazioni che devono essere garantite al consumatore. In un’ottica di tutela di chi acquista, sono state infatti introdotte norme che avranno conseguenze rilevanti anche sulle economie dei Paesi coinvolti. Tra queste vi è un’altra importante novità, che è quella della indicazione in etichetta della provenienza della materia prima. Una disposizione che entrerà in vigore con tempi ampi e solo relativamente a determinati settori, ma che segna una strada ben precisa.
Il percorso è in realtà iniziato da tempo. Era infatti il 2002 quando — a seguito dello scandalo della cosiddetta “mucca pazza” — è stato introdotto l’obbligo di indicare la provenienza della carne bovina. A seguire, nel 2003, è stata la volta dell’ortofrutta fresca e poi, nel gennaio 2004, delle uova e del miele. Le ultime, in Italia, prima del Regolamento UE 1169/2011, sono le norme che introducono l’obbligo di comunicare la zona di mungitura o la stalla di provenienza per il latte fresco, il Paese di origine delle carni avicole e poi della passata di pomodoro.
Buona parte di queste norme sono state licenziate all’indomani di un’emergenza, ma l’opinione pubblica, sempre più coinvolta da alcune associazioni di categoria e di consumatori, sia in Italia, sia all’estero, è oggi chiaramente schierata per una maggiore trasparenza in etichetta. Trasparenza che prevede, tra le varie cose, il nome del territorio di provenienza della materia prima impiegata, tanto per i prodotti mono-ingrediente, quanto per quelli trasformati.
Il consumatore ha giustamente l’esigenza di sapere cosa contiene il proprio piatto e di avere maggiori elementi di valutazione possibile, per fare una scelta d’acquisto oculata. Ma i produttori agricoli ritengono invece che il mercato sceglierebbe sempre il prodotto locale se solo gli si desse la possibilità di riconoscerlo nello scaffale. Certezza questa che, a nostro parere, non dovrebbe essere data per scontata. Alla luce di queste considerazioni, il legislatore europeo ha introdotto una serie di novità sul tema. L’articolo 26.3 del Regolamento stabilisce che il Paese d’origine o luogo di provenienza di un prodotto trasformato diventano obbligatori qualora l’omissione possa indurre in inganno il consumatore, relativamente alla provenienza del prodotto e quando il Paese d’origine o di provenienza non è lo stesso di quello del suo ingrediente primario. In quest’ultimo caso, deve essere indicato il Paese di provenienza dell’ingrediente primario, abbinato a quello del prodotto finito. Questo passaggio necessita però di un regolamento d’esecuzione e di linee guida specifiche che verranno presumibilmente emanate nei prossimi mesi e che contribuiranno a complicare ulteriormente la vita dei produttori, con probabili correzioni delle etichette, le ennesime modifiche degli ultimi tre anni. La questione può infatti apparire chiara, ma in realtà si presta ad una serie di interpretazioni ed equivoci. Inoltre, deve essere risolto il problema dell’impatto delle norme verticali sull’origine.
Nei casi in cui l’ingrediente primario sia la carne, andrebbero infatti applicate le disposizioni dettate dai Regg. n. 1760/2000 e n. 1337/2013 in termini di nascita, allevamento e macellazione dell’animale. L’Italia ha chiesto di semplificare tale obbligo con un’unica indicazione di origine dell’ingrediente primario. L’ultima bozza di regolamento consente all’operatore di scegliere liberamente quale delle opzioni di area geografica utilizzare nell’indicazione di origine/provenienza dell’ingrediente primario. La scelta è tra “UE” oppure “non UE” oppure area geografica trasversale a più Stati, per esempio Mediterraneo; Stato (specifico Stato membro o specifico Stato terzo) e livello geografico sub-nazionale (es: Lombardia). In alternativa si potrà fornire l’indicazione che l’origine dell’ingrediente primario è diversa da quella del prodotto alimentare finale.

L’orientamento europeo sui prodotti lattiero-caseari è invece decisamente più chiaro ed esaustivo e l’indicazione dell’origine in etichetta è ormai obbligatoria
Con un comunicato dell’ottobre scorso, il Mipaaf ha reso noto infatti il via libera allo schema di decreto che introduce l’indicazione obbligatoria dell’origine per i prodotti lattiero-caseari in Italia e che vale quindi per latte, burro, yogurt, mozzarella, formaggi e latticini. Restano fuori solo il latte fresco che, come è noto, è già tracciato e i prodotti Dop e Igp perché già ampiamente previsti nei relativi disciplinari.
L’indicazione di origine del latte o del latte usato come ingrediente nei prodotti lattiero-caseari prevede l’utilizzo in etichetta delle indicazioni relative al Paese di mungitura e il Paese di condizionamento o di trasformazione, e cioè dove è stato condizionato o trasformato il latticino. Per facilitare adempimenti e comunicazioni, qualora il latte usato come ingrediente nei prodotti lattiero-caseari sia stato munto, condizionato o trasformato nello stesso Paese, l’indicazione di origine può essere assolta indicando il nome del Paese in cui i diversi processi hanno avuto luogo. Si resta comunque sempre nell’ambito statale, senza scendere ulteriormente in dettagli sulle zone esatte di provenienza. Cosa che invece molti produttori avrebbero probabilmente gradito, per differenziarsi ulteriormente dai concorrenti, anche interni.
Il decreto in questione avrà ovviamente una valenza solo nazionale e prevede una fase sperimentale dal 10 gennaio 2017 al 31 marzo 2019. Sul suo contenuto si è inoltre espresso il Mise in ben due circolari esplicative che riportano alcuni importanti chiarimenti. Tra questi, il fatto che sono esclusi i prodotti sfusi, imballati nei luoghi di vendita su richiesta del consumatore o preimballati per la vendita diretta. Sono altresì esclusi i prodotti B2B, (ferma restando la previsione di fornire sufficienti informazioni agli operatori) e inoltre la norma non si applica ai prodotti dell’allegato 1 di altri Stati, sia venduti al consumatore tal quale sia prodotti intermedi che ingredienti. Rimane il problema di come risalire alle informazioni del Paese di mungitura del latte contenuto negli ingredienti, qualora le disposizioni della tracciabilità del Reg. UE 178/2002 non lo consentano. È quindi molto probabile che la soluzione sarà quella di limitare l’obbligo al latte utilizzato tal quale, dal soggetto e che questa strada venga intrapresa anche per i formaggi fusi, affettati e grattugiati.

L’apertura non è però solo su latte e carni
Le richieste si erano fatte sempre più pressanti anche per la pasta. La dicitura sarà anche in questo caso: “Paese di coltivazione del grano” e “Paese di macinazione del grano”, con l’indicazione del nome del Paese UE o non UE e ancora UE e/o non UE, anche nel caso in cui non si abbiano miscele di grano. Ci sarà inoltre l’ulteriore possibilità di aggiungere alle indicazioni di origine, anche la dicitura “con prevalenza….” più il nome del Paese nel quale è stato coltivato almeno il 50% del grano duro che compone il prodotto trasformato. Il decreto prevede altresì la possibilità di indicazione mediante punzonatura, stampigliatura o altro segno su un elenco riportato in etichetta e la dicitura deve essere riportata con un carattere minimo di 2 millimetri.
La sperimentazione si attuerà sino al 31 dicembre 2019, ma i pastifici avranno la possibilità di smaltire la merce sino ad esaurimento scorte dei prodotti immessi sul mercato ed etichettati, decorsi 180 giorni dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. La nuova disposizione è relativa unicamente alla pasta secca e, per ora, esclude quella fresca. Anche se la direzione appare ormai presa e anche per le altre tipologie di prodotto, sarà probabilmente solo una questione di tempo. L’orientamento europeo è infatti ormai quello di fornire al consumatore l’indicazione d’origine della materia prima, sebbene la Commissione si sia mostrata sinora piuttosto cauta. L’introduzione di nuovi obblighi si tramuterà infatti in costi esorbitanti e complicazioni delle formalità all’interno delle imprese. Costi che, ovviamente, ricadranno sui consumatori finali. Tuttavia, le pressioni degli ultimi anni, alcuni scandali alimentari e la presa di posizione di certi Paesi membri, Italia compresa, sono state tante e tali che non appare più possibile procrastinare ulteriormente.
Il diritto del consumatore di conoscere la provenienza, le caratteristiche e gli ingredienti esatti di ciò che ha nel piatto è cosa sacrosanta. Il timore è però che questo elemento — che in tanti sono certi spianerà la strada dei mercati locali ed internazionali per l’Italia — potrebbe invece rivelarsi non solo una grande delusione ma, addirittura, un problema. Chi crede che la scelta d’acquisto sia sempre orientata sul prodotto locale potrebbe rimanere deluso nello scoprire che gli elementi che fanno la differenza sono invece diversi e che ognuno ha un proprio peso. Potremmo in quell’occasione anche scoprire che queste nuove regole sono fortemente volute anche da altri Stati e da tutti con la stessa idea di porre una sorta di barriera alle produzioni estere, per meglio veicolare quelle locali.
I Francesi, per esempio, non sono meno decisi degli Italiani. Ne è prova il progetto d’Oltralpe, in perfetta linea con quello europeo, che impone l’origine obbligatoria sia per il latte venduto tal quale sia per latte e carni utilizzati come ingredienti di altri prodotti alimentari.
I Paesi da indicare, per quanto riguarda il latte, sono sia quello di raccolta, sia quelli di trasformazione e condizionamento (se non coincidono). Anche per l’origine della carne, si dovranno precisare i Paesi di nascita, allevamento e macellazione, (sia essa bovina, suina, avicola, ovina o caprina). L’indicazione dell’origine deve essere riferita al singolo Paese di provenienza, anche se è possibile utilizzare espressioni come UE o extra-UE quando le materie prime risultano avere origini differenziate.
L’impatto sull’industria alimentare francese sarà in ogni caso notevole. Ma c’è da scommetterci che ne sentiranno le conseguenze anche molti Stati più o meno vicini. E potremmo ben presto scoprire che la trasparenza che chiediamo a gran voce, allo scopo di potenziare il nostro mercato interno e anche quello internazionale, si potrebbe rivelare un boomerang, soprattutto per le nostre esportazioni in determinati Paesi dove tengono almeno quanto noi a consumare prodotto locale. E sarà qui che si evidenzierà ancor di più il fatto che questa Europa non è unita né coesa. Nemmeno a tavola.


Sebastiano Corona

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