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Premiata Salumeria Italiana nr. 1, 2017

Rubrica: Bevande
Articolo di Rella M.
(Articolo di pagina 118)

Seychelles, rhum in paradiso

Vicino ad Anse Royale, una delle più belle spiagge dell’isola di Mahè, alle Seychelles, l’azienda Takamaka produce ottimo rum, uno dei migliori di questa zona dell’Africa orientale tra le acque dell’Oceano Indiano. Orgoglio dei fratelli Richard e Bernard D’Offay, creoli “bianchi” di evidenti origini francesi, l’azienda si trova dentro un incantevole sito naturale protetto dalla Seychelles Heritage Foundation, come luogo di interesse culturale. Per oltre duecento anni la tenuta è stata una piantagione di banane, tabacco, cotone, poi caduta in disuso dopo la fine della schiavitù. Pochi anni fa è stata ristrutturata e recuperata. Oggi Takamaka paga un affitto per usare gli spazi garantendo anche la buona gestione del sito. Gli impianti produttivi gestiti da 75 dipendenti sono in edifici sostenibili, ben armonizzati con la natura. Chi vuole conoscere la storia di una delle migliori canne da zucchero del continente, scoprire i segreti del buon rum delle Seychelles, visitare un museo “vivo e produttivo” e ovviamente degustare vari tipi di rum, acquistarli e anche mangiare qualche piatto creolo nel ristorante interno La Plaine St. André, con veranda e giardino, qui è il benvenuto. La degustazione costa 125 rupie (e 9,00), un conto medio di tre portate 1.000 rupie (e 68,00). Le Seychelles sono care, ma tant’è.
Nata nel 2002 dall’entusiasmo e dall’intraprendenza dei due giovani fratelli D’Offay, con un investimento di 10.000 dollari e una lavorazione tutta manuale, inclusi imbottigliamento ed etichettatura, l’azienda è passata gradualmente dalle iniziali 8.000 bottiglie a una produzione di 25.000 casse (da 6 e 12 bottiglie da 1 litro) in media all’anno. «Siamo stati abili a reinvestire» ci confida D’Offay. «Quando nel 2008 la crisi ha fatto toccare il fondo all’economia delle Seychelles abbiamo investito in macchinari nuovi, linee d’imbottigliamento, etichettatura, marketing e promozione».
Nel 2016 Takamaka prevede di arrivare a 30.000 casse, differenza destinata ai mercati esteri. Oggi esporta appena il 13% del prodotto. «Purtroppo il nostro rum non arriva in Italia» continua D’Offay. «È un mercato che ci interessa, ma non abbiamo i numeri per accontentare tutti, la nostra è una dimensione ancora artigianale».
Il principale mercato d’espor­ta­zio­ne è la città di Dubai, negli Emirati Arabi, mentre in Europa è la Ger­mania a importare la maggiore quantità, ma parliamo sempre di qualche decina di casse. Ma cos’è che rende speciale il rum di Takamaka? Prima di tutto la materia prima di qualità. La canna da zucchero di Mahè, acquistata da una rete di contadini del nord dell’isola, la zona più agricola e meno sviluppata, è tra le migliori in circolazione: biologica, tagliata e pressata a mano. Anche la canna da zucchero risente delle condizioni meteo, più gonfia d’acqua nei periodi troppo piovosi, asciutta in quelli di siccità.
L’equilibrio — cioè il succo migliore — è la soluzione ideale e il prezzo — 4 rupie al kg, circa 30 cent di e — è tra i più alti nel continente africano. Il succo estratto è lasciato per quattro giorni in vasche di fer­mentazione a temperatura control­lata. Poi viene travasato in alambicchi discontinui (batch distillation) per una prima distillazione, ma è con la seconda che vengono separate testa, cuore e coda. Qui finisce la produzione e comincia il piacere.
Takamaka propone quattro tipi di rum. Uno spiced rum dal colore dorato, speziato con caramello, vaniglia e una miscela segreta di sapori; un rum bianco e puro per consumatori che amano l’alcol; un rum al cocco, dal grado alcolico più basso, un po’ più “aperitivo”; e poi il rum da intenditori, il St. André invecchiato otto anni in botti di legno americano usate. I prezzi vanno dai 18 ai 45 euro a bottiglia per il più pregiato.
Solo per il mercato interno Takamaka imbottiglia vodka prodotta in Sud Africa per rivenderla alle Seychelles (info: www.takamakabay.com).


Massimiliano Rella

 

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