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Premiata Salumeria Italiana nr. 6, 2016

Rubrica: Legislazione
Articolo di Rubino V.
(Articolo di pagina 18)

Il concetto di “evocazione” di una Dop/Igp nella recente giurisprudenza UE

La tematica delle Denominazioni di Origine e delle Indicazioni Geografiche Protette continua a generare conflittualità avanti le giurisdizioni nazionali, sì da chiamare sempre più frequentemente i giudici dell’Unione Europea (Tribunale e Corte di giustizia UE) a chiarire dubbi interpretativi o dare indicazioni indispensabili anche per gli operatori economici. Uno degli istituti più controversi nella materia in questione è la c.d. “evocazione” di una Dop/Igp. La fattispecie, contemplata da tutti i regolamenti che si occupano di tutelare un nome geografico registrato nell’Unione, si pone al confine delle condotte di vera e propria contraffazione e identifica quei casi in cui il toponimo tutelato, pur non essendo totalmente imitato, è parzialmente incluso in marchi o nomi commerciali di prodotti che non rispettano il Disciplinare di protezione in misura tale da echeggiare o imitare la denominazione registrata.
In due recenti pronunce (caso “Port Charlotte” del Tribunale UE e “Verlados” della Corte di giustizia UE) sono stati chiariti in via riepilogativa i diversi presupposti necessari per potersi dire in presenza di una “evocazione”. Entrambi i casi avevano ad oggetto bevande spiritose nella cui denominazione era incluso un “pezzo” di un nome geografico protetto: nel caso “Port Charlotte” si cercava di registrare un marchio comunitario, includendo un riferimento che, a giudizio del Consorzio ricorrente, doveva intendersi univocamente collegabile al celebre “Porto”, vino liquoroso portoghese; nel caso “Verlados” il nome commerciale della bevanda echeggiava chiaramente il “Calvados” pur essendo prodotta in Svezia. Ebbene, le due sentenze concordemente hanno affermato che:
per avere una “evocazione” è indispensabile che il nome commerciale o marchio controverso inglobi almeno una parte del toponimo registrato. A titolo esemplificativo è possibile ricordare che la Corte di giustizia già da lungo tempo aveva ritenuto “evocativo” della denominazione “Gorgonzola” il marchio “Cambozola”, in quanto il termine “zola” deve intendersi inscindibil­mente collegato al toponimo del nostro celebre formaggio erborinato registrato a livello UE come Denominazione di Origine Protetta. Non costituiscono, invece, evocazioni in senso stretto eventuali imitazioni della forma, dei colori, del contenuto dei prodotti, ovvero allusioni descrittive (ancorché confusorie) al prodotto originale che, di conseguenza, andranno represse facendo ricorso a strumenti giuridici diversi (cfr. infra);
per distinguere se la parte del nome incorporato possa dirsi univocamente collegabile alla Dop/Igp imitata è indispensabile prendere in considerazione il punto di vista del “consumatore medio dell’Unione Europea”, ossia un soggetto mediamente informato e ragionevolmente accorto non del Paese ove la vicenda controversa si è sviluppata, bensì rap­presentativo della media dei consumatori UE. Infatti il titolo di proprietà industriale in discussione (Dop/Igp) è protetto su tutti i mercati della UE e, di conseguenza, il criterio di giudizio deve necessariamente essere omogeneo ed estensibile a tutti gli Stati Membri. Nel caso “Port Charlotte”, ad esempio, il Tribunale UE ha ritenuto che il termine “Port”, pur coincidendo quasi totalmente con il toponimo “Porto”, non fosse normalmente associabile alla Dop, posto che l’abbinamento con un nome femminile (“Charlotte”) è normalmente associato al sostantivo “porto fluviale o marittimo”, non alla località geografica portoghese che ha dato il nome al celebre vino liquoroso. Al contrario, nel caso “Verlados” la coincidenza fonetica con il toponimo “Calvados” è sufficiente a creare nella mente del consumatore un abbinamento fra i due prodotti, non esistendo alcuna alternativa possibile sul piano semantico e immaginifico;
perché sussista una “evocazione” non è necessario provare la “confusione” del consumatore (ovvero il pericolo che il prodotto non originale possa essere scambiato per quello originale): è infatti già da lungo tempo chiaro che ciò che si intende impedire con questo istituto è la speculazione del produttore che non rientra nel sistema della Dop/Igp, il quale può trarre vantaggio anche solo dall’instaurazione di una associazione mentale fra il suo prodotto e quello originale protetto in forza della assonanza dei termini utilizzati. Pertanto, in sede di controllo non è assolutamente necessario porsi il problema del grado di confondibilità, visto che anche solo l’accostamento malizioso fra i due nomi può costituire una “evocazione” in base alla giurisprudenza dell’Unione Europea (come nel caso “Cambozola vs. Gorgonzola”).
Le indicazioni fornite dalle due sentenze in questione consentono, altresì, di differenziare le semplici condotte imitative dalle vere e proprie “evocazioni”. Nel primo caso il prodotto e la sua etichettatura si presenteranno con un elevato grado di somiglianza con la Dop/Igp imitata, pur non utilizzandone nemmeno parzialmente il nome. La fattispecie è comunque sanzionabile, ma per integrare la condotta in questione l’organo di controllo dovrà necessariamente provare in questo caso la “confondibilità”, essendo previsto dai regolamenti UE (e.g. Reg. 1151/2012 UE, art. 13, co. 1, lett. d) che la fattispecie deve essere tale da “trarre in errore il consumatore circa la vera origine del prodotto”. Pertanto la presenza di claims commerciali che richiamino una certa origine o provenienza dell’alimento, la forma dello stesso, i colori impiegati nel packaging e financo l’esposizione in scaffale potranno costituire una condotta imitativa o comunque confusoria se verrà accertato che il “consumatore medio” possa essere tratto in inganno da quelle determinate caratteristiche circa l’originalità del prodotto.
Nel secondo caso (evocazione) sarà invece sufficiente constatare la presenza nel nome o marchio del prodotto di una parte rilevante della Dop/Igp (ossia tale da scatenare nella mente del consumatore medio l’associa­zio­ne di idee con il prodotto originale, pur senza confonderlo sulla vera natura del prodotto non autentico) per consi­de­rare integrata la fattispecie.
La chiarezza espositiva e la sistematicità delle sentenze commentate consente ormai di considerare la materia in oggetto sufficientemente approfon­dita sul piano giuridico da non riservare più “sorprese”: toccherà quindi ora agli organi di controllo dei diversi Stati Membri mettere in pratica gli insegnamenti giurisprudenziali dell’Unione e contrastare i fenomeni illeciti in questione.


Vito Rubino
Avvocato e ricercatore in Diritto dell’Unione Europea
Università del Piemonte Orientale

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