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Premiata Salumeria Italiana nr. 6, 2016

Rubrica: Indagini
Articolo di Corona S.
(Articolo di pagina 72)

La mafia nel piatto

Che l’agroalimentare sia un comparto in grado di generare grande ricchezza è opinione condivisa. Non se ne sono accorte solo imprese ed istituzioni, ma anche la criminalità organizzata. Per questo che il tema degli illeciti nel settore agricolo e della trasformazione è drammaticamente attuale

La moltitudine dei reati nel nostro comparto e la loro diffusione in tutto il territorio nazionale — dove più, dove meno — farebbe pensare ad un settore già gravemente compromesso, al pari di altri ambiti storicamente più interessati da fenomeni delinquenziali. I dati e le testimonianze sono infatti talmente impattanti da generare forte preoccupazione: dal Nord al Sud del Paese, dal primario al confezionamento, passando per la trasformazione, le mafie hanno allungato i propri tentacoli ovunque. I reati che si annoverano nelle più recenti denunce sono tra i più disparati. Si va dallo sfruttamento del lavoro alle frodi alimentari, dalla pubblicità ingannevole all’estorsione, dal riciclaggio di denaro sporco al racket, il tutto sacrificando talvolta la salute pubblica, tal altra la libera concorrenza e in molti casi i diritti fondamentali della persona. Due documenti, di recente, hanno posto l’accento su pratiche di lavoro inaccettabili in un Paese moderno e sviluppato come il nostro. Il terzo rapporto “Agromafie e caporalato” realizzato dall’Osservatorio Placido Rizzotto della Flai Cgil, dipinge un quadro nefasto sulla condizione di braccianti e raccoglitori di mezza Italia, mostrando ampie sacche di illegalità e infiltrazione mafiosa nei vari passaggi della filiera, anche in contesti insospettabili.
Sulle agromafie più in generale è invece la Coldiretti che con Eurispes e l’Osservatorio sulla criminalità in agricoltura ha presentato il quarto Rapporto sui crimini nel settore agroalimentare. La più grande confederazione imprenditoriale del primario dichiara che il business del cibo per la criminalità organizzata nel nostro Paese ha superato, nel 2015, i 16 miliardi di euro, con reati che vanno dall’associazione per delinquere di stampo mafioso e camorristico al concorso in associazione mafiosa, truffa, estorsione, porto illegale di armi da fuoco, riciclaggio, impiego di denaro o beni di provenienza illecita, contraffazione di marchi, illecita concorrenza con minaccia o violenza, trasferimento fraudolento di valori e una serie di reati “minori”.
Reati che di norma si accompagnano ad ulteriori operazioni delittuose come l’usura, il racket estorsivo e l’abusivismo edilizio, i furti di attrezzature e di mezzi agricoli, l’abigeato, le macellazioni clandestine e il danneggiamento di colture e piantagioni. Non fosse sufficiente, la criminalità organizzata in quest’ambito si esprime anche attraverso l’intimidazione, imponendo la vendita di determinate marche o prodotti ai diversi canali commerciali. Canali che, soprattutto a seguito della crisi economico finanziaria, vengono sempre più spesso rilevati dai vari clan.
L’aspetto ulteriormente mortificante di questo quadro — già di per sé funesto — è che le agromafie prosperano e dilagano mentre il resto del Paese, la parte sana del nostro mercato, ristagna. Si assiste, soprattutto in agricoltura, nella fase di raccolta, a diffusi fenomeni di caporalato che riducono in schiavitù intere categorie di lavoratori. Le denunce arrivano per ambiti e contesti geografici che sino a qualche anno fa si potevano ritenere completamente esenti da questo tipo di prassi criminale. A seguito dell’inasprirsi delle condizioni dettate dal mercato, camorra e mafia trovano condizioni favorevoli alla propria espansione, introducendosi, oltre che nella trasformazione alimentare, anche nella ristorazione e nella distribuzione, senza risparmiare la logistica e il confezionamento, in Italia e all’estero.
Le agghiaccianti testimonianze sul caporalato fanno emergere una faccia sconosciuta dell’Italia, difficile da accettare in un Paese moderno e civile. Ritmi e condizioni di lavoro massacranti, violenza, stupri, ricatti che fanno inquadrare il fenomeno come una nuova forma di schiavitù a tutti gli effetti. Nessun settore, dalla Sicilia al Piemonte, sembra completamente esente da un fenomeno che mostra il peggio dell’espressione umana. Dai tempi di lavoro sino a 12, 15 ore al giorno senza riposo settimanale, alle condizioni di vita nel più assoluto degrado, il caporalato si esprime anche con altri tipi di soprusi, con ricatti e la sopraffazione a tutti i livelli, soprattutto per gli stranieri, ma non solo.
Il cottimo è la regola. In alternativa si lavora per pochissimi euro all’ora, talvolta nascondendosi dietro un contratto collettivo che nella realtà dei fatti è largamente disatteso. Persone prive di qualunque mezzo, sono costrette a pagare — e a pagare profumatamente — gli alloggi dove vivere. Alloggi che altro non sono che giacigli sporchi e poveri, privi di acqua corrente ed energia elettrica, spazi dove regna il degrado più assoluto.
In questi contesti si consumano i peggiori crimini che vanno dalla violenza all’estorsione, dal ritiro dei documenti, ad altri tipi di ricatto che privano di qualunque libertà. Questi lavoratori, impossibilitati a recarsi con propri mezzi sui luoghi di lavoro, pagano altresì profumatamente per essere trasportati sino al campo, così come sborsano per poter disporre di strumenti o dispositivi anche semplici, come guanti o secchi. In certi casi i turni sono talmente sfiancanti da richiedere il frequente uso di farmaci o droghe, anche queste fornite dagli aguzzini a peso d’oro.
Ad ingrossare le fila di un esercito di lavoratori senza i diritti minimi, poi, non sono solo gli immigrati, che pure sono quelli che soffrono di più. Questa moltitudine di sfortunati, stimata in 430.000 persone circa (40.000 in più secondo la Cgil rispetto al 2014), si fa ogni anno più ampia e comprende una buona fetta di nostri connazionali. E poiché non c’è mai fine al peggio, molto spesso organizzazioni come quella descritta sono attive in contemporanea anche in ambiti diversi e altrettanto criminali come quello dello spaccio di droga, dello sfruttamento della prostituzione, della tratta di esseri umani, truffa per documenti falsi o all’Inps, estorsioni, riciclaggio e molto altro ancora.
I problemi derivanti dalla presenza nel mercato di associazioni a delinquere di questo calibro hanno però anche conseguenze sul corretto funzionamento dei sistemi economici.
Potrà certo sembrare secondario, rispetto ai reati citati, ma tutto questo è anche e soprattutto distruzione della concorrenza, eliminazione graduale dell’imprenditoria onesta, pericolo — e talvolta in maniera seria — della salubrità e della qualità dei cibi e, non ultimo, compromissione dell’immagine del made in Italy e del Sistema Italia, nel nostro Paese e nel mondo.
Secondo Coldiretti — che all’interno dell’Osservatorio Agromafie ha voluto il coinvolgimento in qualità di presidente di Giancarlo Caselli, ex capo della Procura di Torino e noto magistrato antimafia, ora in pensione — il Mezzogiorno resta l’area nella quale l’associazionismo criminale agroalimentare è più attivo. In Calabria e in Sicilia il controllo del settore agricolo ed agroalimentare si mostra strutturale e capillare, non meno della Campania, seppur con delle zone limitatamente coinvolte come l’entroterra avellinese e il beneventano. Meno colpite appaiono nel complesso la Puglia e la Sardegna.
Il Centro e il Nord Italia non sono completamente esenti dal fenomeno. Il grado di penetrazione appare stabile in Abruzzo, in Umbria, in alcune zone delle Marche, nel Grossetano e nel Lazio, in particolar modo a Latina e Frosinone. Altre regioni, dove il problema si fa sempre più preoccupante sono invece il Piemonte, la Lombardia e alcune province venete e romagnole.

Dal produttore al consumatore
Chi crede però che la campagna sia il luogo dove mafia e camorra esprimono il peggio di sé in fatto di agroalimentare si dovrà ricredere. L’obiettivo, ormai vicinissimo, è quello di governare ogni anello della filiera, dalla terra al supermercato e al ristorante. In ogni passaggio si registrano quindi violazioni gravi delle norme che non sono reati a sé stanti, ma fanno parte di un complessivo ed articolato disegno criminale che implica il controllo di tutto il percorso di vita di un prodotto, dalla sua coltivazione al consumo. Mai come in questo caso si potrebbe usare il noto slogan: “dal produttore al consumatore”.
Perché i passaggi saranno pure tanti, ma vengono tutti presidiati rigorosamente. Questo aspetto è molto importante perché una visione miope o che considera i diversi anelli della filiera come compartimenti stagni tra di loro, impedisce di vedere le ramificazioni di un fenomeno che non ha limiti, né confini netti e che quindi è in realtà molto più pericoloso e subdolo di quanto possa apparire a primo acchito.
Un comune errore è forse quello di considerare le agromafie come fenomeni di serie B. Questa sottovalutazione ha permesso alle associazioni a delinquere di espandersi e prosperare in maniera pressoché indisturbata. Per molto tempo si è creduto che l’interesse di mafia e camorra fosse unicamente diretto a edilizia e droga, ma da anni la criminalità organizzata ha posato gli occhi su settori tanto interessanti, quanto redditizi, come ambiente ed agroalimentare, appunto.
Altro errore è stato quello di sottostimare le capacità imprenditoriali delle mafie che, prima degli imprenditori seri, hanno compreso che unirsi per un fine comune è molto più redditizio e vantaggioso che farsi la guerra al proprio interno. Questo ha portato alcuni gruppi o famiglie a decidere di controllare delle zone anziché altre o a concentrarsi su alcuni anelli della filiera in maniera esclusiva, lasciando spazio agli avversari, su altri fronti.
Ancora, l’agroalimentare può trovare sinergie con altri ambiti criminali, altrettanto ramificati. È così che alcuni gestiscono indisturbati i mercati generali di questa o quella regione, mentre altri hanno campo libero nei trasporti o nella ristorazione. E allo stesso modo si possono intrecciare più attività facendo, per esempio, viaggiare la droga nei container della frutta e della verdura e cogliendo così due possibilità in una.
Altri esempi sono quelli delle società di smaltimento rifiuti che intrecciano il proprio business con quello della produzione di plastica o packaging. E ancora, il controllo di catene di supermercati o ristoranti utilizzate come lavatrici del denaro sporco proveniente da altri settori. Anche a questo è servita la recente espansione della mafia nella Grande Distribuzione Organizzata o nella ristorazione. Ultime stime contano oltre 5.000 locali in mano alla mafia nel nostro Paese tra ristoranti, agriturismi, bar, bed & breakfast, trattorie, osterie e simili. Dei veri e propri santuari del riciclaggio del denaro sporco.
Nel web inoltre — dove si può agire senza grandi fastidi — si trova terreno molto fertile per vendere prodotti dell’Italian sounding e alimenti con gravi irregolarità sotto altri punti di vista come scadenze, informazioni sui prodotti, etichettatura in generale.
Illeciti minori, certo, ma tutti suscettibili di generare un grave danno agli imprenditori onesti e all’economia del nostro Paese. Illeciti in grado di sottrarre alle imprese regolari una fetta di mercato importante, tanto più che tra i prodotti maggiormente contraffatti ci sono quelli a denominazione e quindi proprio quelle specialità dove maggiore è lo sforzo di produttori e trasformatori per rispettare regole e condizioni di lavoro.
Il quadro che esce dal Rapporto Agromafie è “cupo, ma non irrimediabile”, per dirlo con le parole di Giancarlo Caselli. L’ex magistrato, oggi prestato alla causa dell’agroalimentare, è infatti convinto che sia prima di tutto necessario instillare e diffondere la cultura della legalità. Ma bisogna — a suo parere — anche intervenire sull’istituto della prescrizione e adeguare la pena al reato, visto che al momento le sanzioni per alcuni illeciti sono talmente blande che non c’è convenienza, a conti fatti, a stare nel perimetro delle norme.

Norme, burocrazie e tutela degli imprenditori onesti
La pensano evidentemente come lui anche al Governo, visto che di recente un disegno di legge sul caporalato è stato esaminato ed approvato.
Una norma, quella tuttora in esame, che intende colpire le mafie dove più sono vulnerabili: nel patrimonio. Questa proposta è diretta ad introdurre la confisca dei beni accumulati in modo illecito e in più estenderebbe la sanzione penale anche al datore di lavoro che utilizza, assume o impiega manodopera, sottoponendo i lavoratori a condizioni di sfruttamento e approfittando del loro stato di bisogno. Le esperienze pregresse, anche nel nostro Paese, dimostrano però che l’inasprimento delle pene se non è accompagnato da un riequilibrio dei rapporti di forza sul mercato del lavoro, non basta. Bisogna intervenire dove i soggetti sono più deboli, per portarli a riconoscerne i diritti anche in campo, oltre che sulla carta. È però anche necessario agire sui costi del lavoro, sulla burocrazia e sulla pressione fiscale, affinché chi opera nel mercato abbia maggiore convenienza a compiere ogni operazione alla luce del sole. Alcune organizzazioni di produttori del primario propongono inoltre soluzioni come l’etichetta narrante, l’istituzione dell’elenco fornitori o l’introduzione della responsabilità in solido, in caso di reato, delle aziende committenti. Ma se su quest’ultima ipotesi ci può forse essere condivisione, sulle prime due, invece, si corre il rischio di introdurre nuove regole che, oltre a non essere risolutive, imporranno nuovi e gravosi oneri burocratici sulle imprese regolari. Mentre le mafie continueranno ad operare in piena libertà — costruendosi una legalità di facciata — nuove norme di questo tipo spingerebbero ulteriormente fuori dal mercato gli imprenditori onesti. Bisogna invece dare alle imprese che lavorano nel rispetto di tutte le norme un motivo in più per stare nelle regole. Operare nel sommerso, ai diversi livelli, non deve essere conveniente per nessuno.
Di pari passo, va guidato il consumatore nel mondo del cibo, insegnando, come primo concetto utile, che il basso costo di un prodotto può essere dovuto a molti fattori compresa l’illegalità e che fare un acquisto sbagliato può dunque rendere complici di certe nefandezze.
La smodata ricerca del prezzo porta il sistema a storture di vario genere che contribuiscono in maniera fattiva al moltiplicarsi di fatti illeciti e a creare condizioni di lavoro difficili per i più deboli. Per usare le parole di Carlo Petrini, patron di Slow Food, “purtroppo i nostri consumi di frutta e verdura possono rivelarsi complici di questa vergogna, perché è quasi impossibile avere la certezza che un pomodoro, un melone, un’anguria, un’arancia o una clementina non siano passate per quelle mani disperate. Di sicuro, se si sapesse, nessuno li comprerebbe. Quei lavoratori non sono liberi, e non lo siamo neanche noi. Anche questa, purtroppo, è gastronomia”.
Certi meccanismi perversi vanno dunque osteggiati in ogni modo, se si intende dare un motivo in più al nostro agroalimentare per essere un valore per il Paese da ogni punto di vista. Per non creare equivoci, corre tuttavia l’obbligo di una precisazione. I fatti inaccettabili rilevati dai rapporti sulle mafie e gli illeciti di minore entità che in Italia vengono costantemente portati alla ribalta non devono far credere che il nostro comparto sia un crogiolo di delinquenti e malfattori, né che questi fatti criminosi vengano posti in essere nella totale noncuranza dei più. I rapporti citati contengono infatti informazioni e dati che sono potuti emergere solo perché i controlli sono continui, sono severi e vengono da più organismi.
L’agroalimentare italiano è fatto soprattutto da una classe imprenditoriale seria, preparata, coraggiosa e onesta. Questa è e sarà sempre la nostra forza.


Sebastiano Corona

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