Premiata Salumeria Italiana nr. 4, 2010

Cibo a chilometri zero, prodotti tipici e biologici

Accurati studi stanno dimostrando che il trasporto degli alimenti dal produttore finale al consumatore incide solo marginalmente per quanto riguarda i consumi energetici e la produzione di anidride carbonica

Rubrica: Attualità

Articolo di Ballarini G.

(Articolo di pagina 10)

Convinto che con il cibo locale — a chilometri zero come si usa dire — non si inquina e si contribuisce a salvare il pianeta anche dal surriscaldamento per l’effetto serra causato dall’anidride carbonica, mi sono organizzato. Il sabato mattina, dopo aver acceso la macchinetta che produce il pane in casa (più chilometri zero di così si muore...), sono andato con la mia automobile ad acquistare il latte in una stalla vicino alla città, le uova per tutta la settimana e un pollo in una fattoria avicola della campagna, una cassetta di diverse verdure in due orti della pianura, con una punta verso la collina per un poco di frutta. Rientrato a casa, dopo aver percorso una settantina di chilometri, ho cercato di fare il conto e analizzare le distanze che erano state percorse dal cibo che avevo raccolto e della relativa produzione di anidride carbonica. Prima di tutto, e sulla base delle più recenti e accurate ricerche sull’impatto ambientale dei sistemi agroalimentari, mi sono reso conto che ben altro vi era oltre i chilometri percorsi dalla mia automobile per trasportare i pochi chilogrammi di alimenti che avevo acquistato. Moltissimi chilometri erano stati percorsi dalla farina con la quale credevo di aver preparato un pane a “km 0” o dai mangimi con i quali erano stati prodotti il latte, le uova e il pollo che avevo acquistato. Solo soia e mais mi era stato assicurato, ma nella campagna circostante gli allevamenti non avevo visto né coltivazioni di mais e tanto meno di soia, che certamente provenivano da altre parti, anche da molto lontano, alcune quasi certamente Oltreoceano.

Accurati studi stanno dimostrando che il trasporto degli alimenti dal produttore finale al consumatore incide solo marginalmente (tra il 4 e il 5%) per quanto riguarda i consumi energetici e la produzione di anidride carbonica dovuti ai sistemi di produzione agricola e all’alimentazione degli animali. Di recente, Christopher L. Weber e H. Scott Matthews [“Food-Miles and the Relative Climate Impacts of Food Choices in the United States”, Environmental Science & Technology, 42(10), 2008] hanno confrontato i gas serra emessi nel ciclo vitale di alcuni prodotti ai chilometri percorsi (food miles) dagli stessi e i risultati sono in qualche modo sorprendenti. Anche se, mediamente, i beni dal produttore ai mercati di consumo percorrono 1.640 km, la quota maggiore delle emissioni di gas serra riguarda la loro produzione (83%), mentre il trasporto incide per il 15% (11% dal produttore al distributore e il 4% da parte dell’acquirente finale). In America, oltre a questa distanza media, se si considerano i chilometri percorsi per la produzione dei prodotti (ad esempio trasporto dei concimi per i vegetali, dei mangimi per animali, ecc...), le distanze salgono di molto — in media 6.760 km — sia pure con differenze importanti (dai 330 ai 1.200 km per le bevande e dai 1.800 ai 24.400 km per i diversi tipi di carne). Inoltre, molti alimenti importati hanno un bisogno energetico inferiore a quelli locali, se questi sono prodotti con sistemi che hanno bisogno di energia, ad esempio serre riscaldate. Oltre a ciò, un trasporto in grandi contenitori, soprattutto per nave, e riferito a un chilogrammo di alimento, ha un impatto energetico estremamente minore di un trasporto su gomma o aereo o di quello fatto dal singolo consumatore che con la sua automobile va in giro per la campagna.

Un sistema “locale” richiede in generale più energia ed emette più anidride carbonica rispetto a quello regionale a causa di una logistica meno efficiente e della minore capacità degli autotrasporti “locali”, che richiedono perciò più viaggi, accumulando un numero di chilometri maggiore per chilogrammo di alimento distribuito. Oltre che a chilometri zero, mi è stato detto che bisogna mangiare i prodotti tipici, come pasta di grano duro condita con olio extravergine d’oliva e buon prosciutto nostrano, ad esempio. Dato che vivo in una città dell’Italia settentrionale, la pasta di grano duro viene confezionata con semola che in gran parte proviene dal meridione (1.000 km), se non da Oltreoceano (diverse migliaia di chilometri). Anche l’olio extravergine è prodotto in Italia centro-meridionale (diverse centinaia di chilometri), per non parlare del prosciutto, prodotto da maiali che sono stati alimentati con soia e mais che hanno percorso molte centinaia se non migliaia di chilometri, sono stati allevati a distanza di centinaia di chilometri dai macelli e dai luoghi di stagionatura e da qui distribuiti in tutta Italia con altre centinaia di chilometri. O un alimento tipico è prodotto in loco, con alimenti locali e quindi in piccolissime quantità e consumato nello stesso posto, oppure vi è una produzione in quantità ragionevoli per molte persone. Ma in questo caso i chilometri salgono alle stelle! In altri termini, quando si sostiene che la nostra produzione agrozootecnica deve basarsi sulla qualità e che questa deve essere venduta se non a tutti, almeno a molti, non vi sono più i “chilometri zero”, se non per qualche produzione ortofrutticola di nicchia.

In modo analogo avviene anche per le produzioni biologiche che sono sempre meno a “km 0”. A questo proposito è anche da ricordare che, in un momento di stretta economica, sta emergendo il paradosso espresso dal seguente esempio. Se si vogliono utilizzare bene dieci euro, è meglio acquistare mele biologiche (che dovrebbero avere più vitamine, più antiossidanti ecc...) o mele convenzionali? Con lo stesso importo, è stato dimostrato, si comprano più vitamine, antiossidanti, ecc... con mele convenzionali, che non con quelle biologiche, in quanto la differenza di prezzo non compensa la qualità nutrizionale. Inoltre, e qui si ritorna ai “km 0”, è stato dimostrato che è meglio mangiare un alimento convenzionale prodotto vicino al luogo di consumo che un prodotto biologico che viene da lontano dopo aver percorso molti chilometri e spesso “invecchiato” (nei prodotti biologici manca quasi sempre la “scadenza”). Anche in un recente studio di Daniele Moro su “Il Sistema Agro-Alimentare dell’Emilia-Romagna. Rapporto 2009”, si afferma che il risparmio energetico legato esclusivamente alla preferenza verso prodotti locali sarebbe relativamente marginale, ma non bisogna dimenticare che i benefici legati alle vendite dirette sono molteplici, dall’impatto sul reddito degli agricoltori, allo sviluppo delle comunità rurali, alla maggiore qualità e freschezza dei prodotti. Pur con tutte le limitazioni — aggiungiamo noi — che sono state indicate riguardo alla valorizzazione dei prodotti tipici e biologici.

Prof. Em. Giovanni Ballarini
Università degli Studi di Parma

Food
  • Premiata Salumeria Italiana

    Anno:

    Numero:


    Cerca negli articoli di Premiata Salumeria Italiana:
  • Euro Genuine Food

    L'Annuario di tutti i DOP, IGP, STG europei dal Produttore al Consumatore

Promo

News
    Food
  • 08/02/2012
    6^ edizione del Premio Montana alla Ricerca Alimentare
    [continua]
  • 01/02/2012
    Corso di fotografia enogastronomica in Umbria nella tenuta Antonelli San Marco
    [continua]
  • 31/01/2012
    Sempre più in alto Prosciutto Toscano DOP
    [continua]
  • 31/01/2012
    All’Aceto Balsamico di Modena IGP l’ Oscar nella top 15 delle DOP e IGP italiane
    [continua]
  • 27/01/2012
    «L’alimentazione non è solo un atto fisiologico, ma anche ambientale, economico e culturale»
    [continua]
  • 26/01/2012
    Ministro Catania incontra i rappresentanti dei Consorzi di tutela
    [continua]
  • 25/01/2012
    ASS.I.CA, Associazione Industriali delle Carni, modifica il nome con l'aggiunta della parola salumi nella sua denominazione
    [continua]
  • 23/01/2012
    Catania: tempi maturi per un Ddl per la difesa del made in Italy agroalimentare
    [continua]
  • 11/01/2012
    Dop: Ismea, più impegno nei rapporti con Gdo e consumatori
    [continua]
  • 08/01/2012
    Salgono a 236 le denominazioni italiane riconosciute dalla Ue
    [continua]
  • Archivio News Food