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Da umile pastore quassù vissi in questa quiete...
Sulle vie della transumanza in Garfagnana con la famiglia Busti e 700 pecore di razza Massese dal cui latte si ricaverà un formaggio davvero speciale
Rubrica: Formaggio
Articolo di Lagorio R.
(Articolo di pagina 92)
In tutta l’Europa la transumanza ha rappresentato per millenni un fenomeno sociale ancor prima che economico. Famiglie intere, clan che si spostavano da un punto all’altro del continente in determinati periodi dell’anno per farvi poi ritorno in altrettante prestabilite stagioni. È come se quelle società potessero contare su due palcoscenici dove andava in onda lo spettacolo della vita inanellando matrimoni, nascite, momenti felici o luttuosi. Le genti della penisola italica e delle due isole maggiori, grazie alla dorsale appenninica ed alle catene montuose che le caratterizzano, hanno da sempre approfittato, durante i mesi estivi, degli sterminati pascoli che, esaurendosi verso l’inizio d’autunno, spingevano quei popoli a tornare nelle pianure o sulle coste assicurando, grazie al clima temperato e mitigato dal mare, pascoli sufficienti durante l’inverno. Che fossero percorsi impegnativi come i tratturi, autostrade ante litteram che percorrevano mezza Penisola dall’Abruzzo e dal Lazio alla Capitanata attraversando per intero il Molise, o tragitti di pochi chilometri che conducevano dai casolari dall’altopiano di Asiago alle malghe sparse in remoti alpeggi, o ancora distanze che si potevano coprire in quattro giorni di buon cammino dai pascoli della Garfagnana ai territori del Granducato a sud dell’Arno.
Remo Busti tra i pascoli del monte Prado o Prato, come chiamano quassù la montagna più alta della Toscana (2054 m slm). La famiglia Busti produce pecorini nel solco di una consolidata tradizione pastorizia.
Per tutti costoro il rito di andata era fissato entro la prima quindicina di giugno (privilegiandosi per tali spostamenti il giorno di Sant’Antonio da Padova, il 13 giugno) ed il ritorno non oltre il 10 di ottobre (essendo molto diffuse come date quella di San Matteo, il 21 settembre, e di San Michele, che cade il 29 settembre). Poi gli anni Cinquanta, insieme ai diffusi benefici dello sviluppo economico, hanno decretato in molti casi la fine della transumanza, di quei codici e di quelle organizzazioni sociali che avevano resistito a guerre, invasioni e carestie. I prodotti della pastorizia venivano visti come un retaggio di povertà, qualcosa di cui sbarazzarsi in fretta. Solo quarant’anni più tardi si capì che la stessa cultura della transumanza e della pastorizia, lungi dall’essere un fardello di memoria, sarebbe stato in molti casi un percorso da riprendere, eventualmente rivisto, per fronteggiare le inquietudini e gli sbalzi d’umore del mercato globale che era ormai arrivato dentro casa. Parola d’ordine: salvare il salvabile! Così ha fatto la famiglia Busti, originaria di Sillano, il comune più a nord della Provincia di Lucca, che segna il confine tra la Toscana e l’Emilia-Romagna. Storicamente la famiglia scendeva verso la pianura pisana a settembre e risaliva la valle del Serchio a maggio inoltrato o agli inizi di giugno sino alla frazione Metello, al passo di Romecchio, nella valle di Soraggio o sulle pendici del Monte Prato.
Pecorino Transumanza a latte crudo prodotto esclusivamente con latte proveniente da pecore Massesi che effettuano ancora oggi l’antica pratica della transumanza.
Quasi ci fosse un debito di riconoscenza nei confronti di quei luoghi ormai quasi del tutto abbandonati, i Busti hanno portato all’alpe, dai primi giorni di giugno, 700 pecore di razza Massese, la stessa monticata quassù sino a cinquant’anni fa dai propri antenati. Per il 2010 l’obiettivo dichiarato è quello di irrobustire la costituzione delle greggi e buona parte dei capi è in stato di gravidanza. Tuttavia, ho strappato la promessa a Stefano Busti che dal prossimo anno potremo contare su una produzione, seppur ridottissima e per speciali occasioni, di formaggio elaborato partendo da latte prodotto a Sillano, a ridosso dell’area protetta dell’Orecchiella. La tuada, la caciaia in dialetto garfagnino, c’è già, lì nel centro del villaggio, e serve ormai da anni come cantina di stagionatura per uno dei più preziosi caci della Busti... il pecorino Metello. Benché il decremento numerico degli ovini presenti su questi monti sia ormai da considerare irreversibile, passati dai 20.000 capi negli anni Quaranta alle attuali poche decine, fa notizia proprio questo insperato ritorno, ancora più significativo quando si consideri la difficoltà a recuperare, tra ontani e abeti, che ogni anno occupano una superficie maggiore laddove si trovavano alpeggi, spazi disponibili per il pascolo. Ancora visibili, seppure a fatica, inghiottiti dal bosco e dalle sterpaglie, i numerosi terrazzamenti (che qui passano sotto il nome di “preselle”), su cui un tempo si coltivavano frumento, patate, verdure e segale, buona anche per farne tetti di paglia.
E in questo panorama denso di profumo di resina, con le Apuane che fanno da sfondo, i Busti hanno chiesto a Roberto Dessì, esperto pastore sardo, di sovrintendere all’operazione di transumanza. Il recinto notturno per le greggi è stato costruito in tempi record in una faggeta, non lontano da un casolare che era stato costruito dalla Comunità Montana e, dopo anni d’abbandono, è stato ripristinato dalla moglie del pater familias Remo, Luciana. Anche in questo caso è evidente come sia stato il rispetto per il passato la molla per ripristinare un rifugio di montagna da tempo inutilizzato. Verrà destinato ad ospitare durante i mesi estivi i guardiani del bestiame, offrendo così la possibilità di recuperare un immobile destinato quasi certamente a peggior sorte. In questo quadro si deve leggere positivamente anche la volontà dei Busti di allevare a Fauglia una cinquantina di pecore di razza Garfagnina, quasi l’intero patrimonio genetico ancora presente nel nostro Paese di questo animale che corre seri rischi di estinzione. Un ritorno al passato che, sono pronto a scommetterci, servirà ai Busti per vincere le sfide del futuro. E anche in questo fa ben sperare l’interesse di Marco, quinta generazione dei Busti… transumanti.
Riccardo Lagorio
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