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L’UE apre al “vino comunitario”
Ottime notizie per il vino italiano: battuta la Francia con la vendemmia 2008. Ma intanto… — Nessuna modifica, però, per le denominazioni tradizionali
Rubrica: Vino
Articolo di Manicardi N.
(Articolo di pagina 120)
L’allarme viene da Coldiretti: mentre la vendemmia 2008, che si profila abbondante e di qualità (con punte di eccellenza al Sud), rimette nuovamente l’Italia davanti alla Francia, dall’Unione Europea arriva una notizia che non farà piacere ai nostri viticoltori. L’ultima proposta di regolamento applicativo dell’Unione Europea in discussione prevede, infatti, la possibilità di etichettare il prodotto con la dicitura generica “vino comunitario”.
L’Unione Europea apre, così, le porte ai miscugli ottenuti da vini provenienti da diversi Paesi comunitari, proprio nel momento in cui la vendemmia 2008, come già detto, fa prevedere il sorpasso dell’Italia sulla Francia. «Il rischio è — dice Coldiretti — che la dicitura generica “vino comunitario” possa essere utilizzata per camuffare sotto noti marchi aziendali di uno Stato vini provenienti in realtà, in tutto o in parte, da altri Paesi dell’Unione».
Le quantità dovrebbero avvicinarsi ai 48 milioni di ettolitri: dal punto di vista qualitativo le previsioni in Italia sono per una vendemmia di buona qualità, con un 60% dei raccolti destinati alla produzione di vini Docg, Doc e Igt
«In sostanza — sottolinea la Coldiretti — è possibile importare vino sfuso a basso costo da altri Paesi meno vocati nella produzione, per miscelarlo con quello nazionale e venderlo, poi, sotto marchi aziendali made in Italy, magari riportando con grande evidenza in etichetta anche il nome del vitigno che richiama a produzioni territoriali di fama, come previsto dalla recente riforma dell’organizzazione comune di mercato. Si tratta di un evidente inganno che punta alla omologazione verso il basso e va contrastato con forza dall’Italia dove, dopo il grande percorso di valorizzazione qualitativa, la nuova sfida per le imprese — sostiene sempre la Coldiretti — è quella di esaltare le differenze e presentare negli scambi commerciali non solo vini ma un intero territorio fatto del patrimonio genetico dei suoi vitigni, delle sue ricchezze endogene, del clima, di paesaggio, di testimonianze artistiche e naturali. Un impegno che ha permesso all’Italia di combattere ad armi pari sul piano qualitativo e quantitativo con la Francia dove la raccolta dell’uva quest’anno si annuncia come la più debole dal 2000, inferiore del 10% alla media degli ultimi cinque anni, almeno stando alle previsioni del Ministero dell’Agricoltura d’oltralpe».
La produzione made in Italy è invece stimata in aumento dell’8% da Assoenologi. Con quasi 48 milioni di ettolitri dovrebbe superare i 46 previsti per i cugini francesi. Un raccolto a macchia di leopardo con una produzione che secondo gli esperti sarà «più che buona, con diverse punte di ottimo ma poche di eccellente, che riguarderanno principalmente solo i vini del Sud».
Il sorpasso dell’Italia sulla Francia, dal punto di vista produttivo, si aggiunge al primato recentemente conquistato dal vino made in Italy su mercati stranieri particolarmente rilevanti, quali gli Stati Uniti, dove il 30% del vino di importazione consumato è italiano, mentre, secondo un recente articolo dell’Economist, il prosecco italiano all’estero, dove viene spedita un terzo della produzione, fa concorrenza allo champagne, con le vendite che, complessivamente, sono raddoppiate negli ultimi 15 anni, saturando il mercato tedesco. Una competitività che è confermata anche dal fatto che in USA e in Svizzera l’Asti e il Prosecco hanno superato la quota dello champagne, secondo il Forum degli Spumanti.
Se le quantità dovrebbero avvicinarsi ai 48 milioni di ettolitri, dal punto di vista qualitativo le previsioni in Italia sono per una vendemmia di buona qualità, con un 60% dei raccolti destinati alla produzione di vini Docg, Doc e Igt.
«Le buone prospettive sul piano produttivo alimentano interesse sul mercato dove il valore delle esportazioni di vino made in Italy è aumentato del 10% nel primo quadrimestre dell’anno ed in controtendenza con i consumi alimentari — conclude la Coldiretti — aumentano anche del 2,6% le bottiglie acquistate dalle famiglie italiane di vini a denominazione di origine (Doc/Docg) nel primo semestre 2008».
Se non altro l’Unione Europea non ha intenzione di modificare e/o vietare le denominazioni tradizionali, come invece una falsa voce diffusasi recentemente sembrava ipotizzare. Il Ministero delle Politiche Agricole, a questo proposito, ha fatto chiarezza con un comunicato stampa: «Circa l’impossibilità di utilizzare le menzioni specifiche tradizionali Docg, Doc e Igt, si precisa che tali affermazioni non hanno alcun fondamento giuridico».
«Al fine di fugare notizie allarmistiche, apparse recentemente su alcuni organi di stampa e relative all’impossibilità di utilizzare, per il futuro, le menzioni specifiche tradizionali Docg, Doc e Igt a seguito dell’entrata in vigore della nuova “Ocm Vino”, si precisa che tali affermazioni non hanno alcun fondamento giuridico. Infatti, l’Art. 54 par. 1, lett. a) del Reg. n. 479/2008, che entrerà in vigore dall’1 agosto 2009, stabilisce che le menzioni tradizionali potranno essere utilizzare per indicare che il prodotto reca una Dop o Igp, in loro sostituzione».
«Pertanto, tali Menzioni Tradizionali corrispondono alle Menzioni specifiche tradizionali nazionali di cui alla preesistente normativa comunitaria (allegato III del Reg. n. 753/2002) che, si ripete, per l’Italia sono: Docg, Doc, Vino dolce naturale, Igt, Vin de Pays, Landwein. Tale impostazione della nuova “Ocm Vino”, per la salvaguardia dell’uso delle menzioni specifiche tradizionali nazionali, risponde alle esigenze espresse dall’Italia e dagli altri Paesi comunitari (Francia, Spagna, Portogallo ecc…) a spiccata vocazione per i vini a denominazione di origine».
Nunzia Manicardi
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