Premiata Salumeria Italiana nr. 5, 2008

Sana: vent’anni vissuti intensamente

In un momento di crisi economica i consumatori tagliano i consumi che ritengono superflui ma continuano a comprare più prodotti biologici perchè li ritengono indispensabili e non voluttuari...

Rubrica: Fiere

Articolo di Didero L.

(Articolo di pagina 91)



 

Luciano Didero

 

Era il 1998, quando per la prima volta “decollò” la fiera Sana di Bologna, un’esperienza tra le più importanti al mondo nell’ambito del “naturale”.

È, infatti, il caso di ricordare che questo aggettivo è parte dell’acronimo SANA (Salone dell’Alimentazione Naturale) e sta ad indicare principalmente il biologico, ma nel tempo è diventato qualcosa di molto più ampio: terapie non convenzionali, erboristico, editoria specializzata, bioarchitettura, educazione ai consumi, e altro ancora.

L’attenzione maggiore è comunque sempre stata incentrata sull’alimentare, e quindi sul biologico, settore che tra l’altro ha sempre rappresentato la maggioranza degli espositori presenti. Così di biologico vogliamo parlare, partendo da lontano, in altre parole da quello che significa oggi a livello mondiale.

 

Protagonisti del biologico in Italia 2008: le previsioni sul settore nei prossimi cinque anni secondo gli operatori

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Fonte: consorzio Il Biologico.

 

Parliamo di un fenomeno che vede la partecipazione di oltre 700 mila operatori, attivi in più di 130 Paesi — è praticato dai due terzi delle nazioni che aderiscono all’ONU — e ormai in grado di generare un grande mercato, dell’ordine dei 28 miliardi di euro (difficile considerarlo una “piccola” nicchia).

Si tratta di un insieme di tecniche che — come buona parte dei lettori probabilmente sa — è fondato su ricerche molto qualificate, per consentire alla terra di dare il meglio di sé senza “effetti collaterali”, quali per esempio i residui dei pesticidi propri dell’agricoltura convenzionale. Il biologico è diventato esperienza diffusa in tutto il mondo, ma non dimentichiamo in fondo che è nato in Europa, continente che comprende alcuni dei Paesi più attivi (e convinti, tra i quali l’Italia, che è leader per ettari coltivati e aziende “bio”), e la sua regolamentazione è stata emanata proprio nel cosiddetto “Vecchio Continente” nel 1991, e dopo quasi vent’anni “andrà in pensione”, sostituita da una nuova e più ampia, comprendente settori ancora assenti ma importanti come il pesce, per esempio.

E del mondo dobbiamo parlare, per rilevare che in cima alla classifica dei Paesi produttori ci sono realtà un tempo impensabili: l’Australia, leader mondiale con 12,3 milioni di ettari, seguita dalla Cina (dalla quale dovremmo aspettarci uno sviluppo a due cifre, come del resto è avvenuto nel manifatturiero), dall’Argentina e dagli USA. Al quinto posto troviamo l’Italia, con 1,15 milioni di ettari, e siamo anche i primi nel continente per numero di operatori. Tuttavia, non tutti gli indicatori sono a nostro favore, in particolare se guardiamo al mercato e ai consumi, e in questo ambito siamo superati dalla Germania (il cui mercato è il doppio del nostro) e dalla Gran Bretagna, molto cresciuta negli ultimi anni, probabilmente anche grazie alle forti battaglie contro gli OGM, che come sia sa il biologico non permette di impiegare.

Ma i primati italiani “bio” sono anche in alcuni comparti di prestigio e dall’elevato valore economico: primi nel mondo nella produzione di ortaggi (con 40.000 ettari), primi nell’uva da vino (38.000 ettari, il doppio della Francia, nostra grande concorrente), e forse pochi sanno che nel riso siamo secondi nel mondo, dopo la Tailandia.

Sempre parlando del contesto internazionale, possiamo dire di essere diventati davvero bravi a fare viaggiare il “bio” italiano: parliamo di 800 milioni di euro che provengono dall’export, soprattutto negli USA, in Giappone, in Europa, e — non ci si meravigli più di tanto — ben presto in Cina, paese che già oggi vede la presenza di un paio di centinaia di milioni di persone che hanno un reddito medio-alto, ed è anche a loro che gli operatori del biologico italiani devono puntare, forti anche dell’indubbia qualità e sicurezza dell’origine, come a dire, biologico ma non solo, anche qualità e tipicità.

L’export italiano del biologico — un vero successo — si sviluppò una decina di anni fa, quando il mercato “interno” stentava a decollare, e su questo punto dobbiamo riflettere, anche in termini culturali più complessivi, e non guardando solo ai fatturati. Infatti, essere un grande paese produttore ed esportatore è decisamente importante, ma in termini di consumi interni occorre fare di più: nella classifica europea dei consumi “bio” pro-capite siamo ancora lontani dai vertici, con la Svizzera leader con 105 euro, l’Austria con 71, fortissima la Danimarca con 84 euro, mentre più distanti, oltre all’Italia (44), si trovano anche la Germania (66) e la Gran Bretagna con 51.

 

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L’ingresso del Sana 2008.

 

Il fatturato italiano del biologico non è comunque trascurabile, ed è pari a circa 2.700 milioni di euro, pari ad un 2% di consumi alimentari. Per quanto riguarda i canali distributivi, una metà delle vendite è realizzata dai negozi “specializzati nel naturale”, tornati a crescere negli ultimi anni dopo un periodo di declino che aveva favorito la GDO (oggi intorno al 40% delle vendite) e ad un 10% dei canali “innovativi”, in particolare il franchising e la cosiddetta “vendita diretta”. Non dimentichiamo, però, anche il grande risultato del “catering bio”, cioè delle mense scolastiche che impiegano i prodotti biologici realizzando fino ad un milione di pasti il giorno (dati 2007).

Biologico può essere anche un sinonimo di benessere, come al Sana si sostiene da un paio d’anni, anche grazie agli interventi del noto sociologo Giampaolo Fabris e dall’Osservatorio su queste problematiche creato un paio d’anni fa, benessere che il moderno consumatore ha imparato a cercare (e a trovare) in ogni angolo del suo orizzonte.

 

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L’inaugurazione del Sana 2008, svoltasi a Bologna dall’11 al 14 settembre, una delle esperienze tra le più importanti al mondo nell’ambito del “naturale”.

 

Salute ma anche estetica (quello dei cosmetici naturali e biologici è un settore in grande crescita), ambiente salvaguardato, ma anche attenzione a quello della propria casa, dove concetti come bioarchitettura e risparmio energetico non sono più solo argomenti da leggere sulle riviste specializzate o vissuti dai cittadini dei paesi che stanno al di là delle Alpi e in tempi di “caro petrolio”, dall’Inghilterra proviene una buona notizia. La Soil Association, organismo di certificazione inglese del settore biologico, ha commissionato uno studio per capire in cosa si differenzia il biologico dal convenzionale anche da questo punto di vista. La società di consulenza Andersons inc. ha realizzato uno studio dal quale emerge che i prezzi del petrolio hanno un ruolo decisamente più importante nella produzione agricola convenzionale che in quella biologica. In sostanza, il biologico “non è perfetto”, ma è meno “energivoro”, per usare un termine diventato ormai d’uso comune, e in generale produce minori emissioni di gas serra, contribuendo così ad un minore innalzamento delle temperature sul pianeta.

Mai come oggi agricoltura e ambiente devono procedere insieme. Il “bio” può dare una mano importante, è dimostrato.

Luciano Didero














L’Aceto Balsamico di Modena del Duca da agricoltura biologica invecchiato oltre tre anni in vetrina al Sana di Bologna


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Il mercato del biologico si arricchisce di un nuovo prodotto, unico nel suo genere: l’Aceto Balsamico di Modena da agricoltura biologica invecchiato. Un prodotto unico e innovativo, che va ad arricchire la prestigiosa offerta di Aceto Balsamico del Duca, l’azienda di San Vito che l’ha presentato all’ultima edizione di Sana: l’Aceto Balsamico di Modena da agricoltura biologica invecchiato viene lasciato riposare oltre tre anni in pregiate botticelle di rovere. Per ottenerlo vengono impiegate solamente uve da agricoltura biologica (certificate da “Suolo e Salute”) e provenienti esclusivamente dalla regione Emilia-Romagna, la cui quantità annua è contingentata.. Aceto Balsamico del Duca ribadisce dunque ancora una volta il suo profondo legame con il territorio, condizione irrinunciabile per esaltare l’unicità di questo prezioso prodotto. La nuova ampolla, disponibile anche in un elegante astuccio interamente realizzato con carta ecologica, racchiude una serie di esigenze tanto moderne quanto antiche. Antiche, come la tradizione dell’Aceto Balsamico di Modena, punta dell’eccellenza di tanti rinomati prodotti gastronomici della città emiliana. Moderne perché Aceto del Duca mette sempre il consumatore e la sostenibilità ambientale al centro dell’attenzione, come affermano Mariangela e Alessandra Grosoli, contitolari di Aceto Balsamico del Duca: «da oltre dodici anni la nostra azienda crede nel biologico come elemento di promozione della qualità dei prodotti alimentari e difesa dell’ambiente. Lo testimonia anche la recente decisione dell’azienda di utilizzare imballi esterni in cartone riciclato, oltre al rifiuto di commercializzare l’Aceto Balsamico di Modena in contenitori di plastica». Gli ingredienti selezionati per questo prodotto — mosto d’uva e aceto di vino — e la ricetta particolarmente ricca di mosto conferiscono un’acidità gradevole e lo rendono adatto a chi ricerca cibi genuini ed è attento alla propria salute. Questo Aceto Balsamico di Modena non contiene nessun additivo, colorante e conservante ed è iscritto nel Prontuario degli alimenti idonei ai celiaci (In foto: le sorelle Mariangela ed Alessandra Grosoli).






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