Premiata Salumeria Italiana nr. 5, 2008

Il nuovo trend dei farmer’s market in Italia

Lapam Federimpresa e Licom studiano i “farmer’s market”, i piccoli mercati gestiti dagli agricoltori. Un fenomeno noto in USA e nei Paesi europei, che consente di accorciare la filiera, creando un circuito breve per la vendita diretta...

Rubrica: Commercializzazione

Articolo di Mascello A.

(Articolo di pagina 26)



 

A Modena il Congresso Mondiale del Biologico ha creato un moto d’interesse per l’idea del farmer’s market, che in città ha vissuto una sua prima esperienza. Prendendo spunto da questa attenzione generale al tema, Lapam Federimpresa e Licom, unitamente all’Associazione Agrimprese ed al Gruppo Donne di Lapam Federimpresa, hanno organizzato sull’argomento una giornata di lavoro che si è svolta a Villa Aggazzotti il 3 giugno scorso. Relatrici d’eccezione, un folto gruppo di gastronome degli Stati Uniti, fondatrici di alcuni fra i principali farmer’s market del Paese e del Canada.

Obiettivo della riunione mettere a fuoco utilità e limiti dello strumento ed inoltre comprendere se, in un contesto di crisi economica quale l’attuale, il farmer’s market possa alleviare la situazione di disagio di molte persone “al momento di fare la spesa”. Un esame storico dell’evoluzione del fenomeno negli Stati Uniti e nel Canada consente, pur fatto il conto delle differenze ambientali esistenti fra la realtà italiana e quelle di oltre Atlantico, di valutare il fenomeno e di prevederne, con ragionevole approssimazione, l’evoluzione.

Il farmer’s market nasce nello spirito della cosiddetta “filiera corta”, cioè nell’intento di mettere in diretto contatto agricoltori e consumatori, evitando difficoltà e passaggi intermedi. Trovò immediato interesse di pubblico, fin dal primo esperimento tentato, quello newyorkese, voluto dal governatore Cuomo ormai molti anni or sono. Vi aderirono entusiasticamente gli ambienti più attenti alla cultura naturalistica del cibo nonché vari gruppi femministi, per le specifiche politiche di attenzione alle donne, specie a quelle bisognose, che gli organizzatori proposero fin dalle prime edizioni di questi mercati (ad esempio buoni acquisto per latte e frutta, omaggiati alle donne in gravidanza o in stato di necessità).

All’interno di queste categorie il farmer’s market si consolida e si espande. Fanno seguito molte città come Chicago e Los Angeles (qui però il mercato viene strategicamente ubicato nelle immediate vicinanze del grande centro commerciale “The Grove”).

Ad oltre vent’anni dall’inizio di questo tipo di iniziative americane si possono trarre le prime conclusioni: i farmer’s market coprono nicchie di consumo molto ridotte (siamo abbondantemente sotto il punto percentuale sul totale). Trattasi di iniziative ad ottima immagine, molto gradite al pubblico, turisti compresi (per chi abbia la fortuna di farsi un viaggio a New York si consiglia di visitare quello di Manhattan. Simpaticissimo, è a dieci minuti di passeggiata dall’Empire State Building).

Il loro fascino è insito nella tipologia dei prodotti offerti: organic, cioè bio da noi, e nella situazione di rilassata familiarità che l’ambiente offre. Il consumatore che predilige il mercatino di agricoltori appartiene ad una classe medio-alta e intellettuale. Non a caso a New York l’area abitata dagli architetti ed il “Designer Centre” newyorkese sono a pochi passi dal farmer’s market.

I prezzi qui sono del 40-50% superiori, o quasi, a quelli praticati dai supermercati che si affacciano sulla stessa piazza e sono abbastanza in linea con quelli dei negozi specializzati per il pubblico più abbiente che in zona sono numerosi: negozi specializzati organic, negozi per ebrei osservanti, boutique della frutta e gourmet shop e così via.

Sia a New York che in California vari studi hanno constatato come la cosiddetta “filiera corta”, interessantissima, divertente ed anche molto arricchente sul piano umano, non sia sostenibile come fenomeno di massa. La ragione è semplice: i passaggi della cosiddetta filiera sono indispensabili per muovere, confezionare, garantire e offrire grandi quantità di prodotto ad una popolazione numerosa, o che non abbia modo di contattare individualmente il produttore. Camionisti, magazzinieri, addetti al confezionamento, addetti alla qualità, commercianti, ecc…, non si sono interposti a caso fra produttori e consumatori quali estemporanei parassiti. Esistono perché sono indispensabili. Se così non fosse le leggi dell’economia li avrebbero in breve espulsi dal mercato, cioè dalle loro funzioni. In concreto: se il contadino fa il contadino ed eccezionalmente cede direttamente suoi beni al consumatore i prezzi non risentono di questo atto.

Se però deve organizzare una catena logistica per rifornire grandi quantità di prodotto a importanti parti della società occorre che lo faccia con strutture, mezzi e costi come chiunque altro. E allora ecco che torna il coinvolgimento dei centri di logistica, del trasporto, della catena del freddo, dei centri distributivi.

 

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Con lo sviluppo dei farmer’s market emerge la figura di un “nuovo” consumatore che ha forti aspettative per la qualità del prodotto, ma anche per l’esperienza che si appresta a vivere recandosi al mercato. Questo consumatore assegna a tale comportamento all’acquisto anche valori etici, in parte legati alla consapevolezza del ruolo di salvaguardia del territorio e delle tradizioni svolto dalle imprese agricole, mentre il prezzo sembra non essere una delle principali motivazioni.

 

Ora accade che le varie centrali distributive, a forza di imitarsi a vicenda e di limare i processi per essere concorrenziali, li abbiano come dire ormai “sfiniti”, facendo tutti quasi esattamente le medesime azioni (ricordiamo per esempio il malumore quotidiano di alcune categorie come quello attuale degli autotrasportatori). Improbabile che ci siano margini significativi da recuperare per ridurre ulteriormente i costi su questi versanti. Così se il mondo agricolo si metterà a fare il loro mestiere, avendo bisogno di strutture come le loro, costerà uguale.

Potremmo semplificare l’affermazione con un esempio: se, per una volta, un contadino vende un cesto di frutta, non è pagato per questo, ma se dovrà stare in negozio da mattina a sera, o se dovrà guidare un camion dall’alba al tramonto, bisognerà pur pagarlo per questo e… ci risiamo.

Quindi, plauso ad una simpatica iniziativa, anche utile a chi cerca di mangiare in modo naturale ritrovando il contatto diretto con il mondo delle campagne. Nessuna illusione, però, circa il fatto che questo tipo di riunione possa essere utilizzato per obiettivi (la riduzione del costo della vita per la generalità delle famiglie o per quote significative di esse) che sono del tutto fuori dalla loro portata.

Antonio Mascello




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