Edizioni Pubblicità Italia

Premiata Salumeria Italiana nr. 1, 2006

Rubrica: Vino
Articolo di Baverez Blanco J.
(Articolo di pagina 129)

Altro che degustazione di vini francesi!!!

 

 

Siamo oggi ad un giro di boa della nostra storia. Se la globalizzazione e lo sviluppo dei media hanno portato tanti benefici, non possiamo ignorare che hanno, però, sfocato le frontiere culturali e i valori tradizionali.

Per vivere meglio, puntando sulla qualità, dobbiamo ricordare il passato e far tesoro di tutti gli insegnamenti della nostra storia. In questo senso, osserviamo un’altra tendenza, quindi, quella della ricerca della natura in tutte le sue espressioni e delle tradizioni.

Cerchiamo anche di vivere con piacere e consapevolezza, e non solo per soddisfare bisogni o “fame” psicologici.

Ci è stata data l’opportunità di toccare con mano o, piuttosto, con le nostre papille gustative un’applicazione diretta di questa ricerca.

Cesare e Luca, gestori del ristorante “Europa 92”, hanno organizzato una splendida serata di assaggi di vini francesi prodotti in piccolissima quantità, ma di qualità del tutto particolare.

Era presente Dominique Belluard, proprietario e produttore in Val d’Arve, ad Ayse tra Chamonix e Ginevra, nonché fondatore dell’Associazione dei vignaioli ribelli e dell’Associazione del Monte Bianco, che raggruppa tutti i produttori delle tre valli che affiancano il Monte Bianco e che condividono la stessa filosofia insieme con alcuni famosi ristoratori.

E proprio di filosofia si tratta. L’idea iniziale di questi viticoltori è stata quella di ribellarsi contro la standardizzazione del prodotto, l’omogeneizzazione dei sapori, l’assenza di qualità specifica e di carattere autoctono dei vini prodotti dalle grandi aziende.

Secondo Dominique, per esempio, il Chardonnay non si differenzia quando è prodotto in Francia, in California, in Africa del Sud o in Australia!

La “colpa” è dovuta ai lieviti chimici usati dai grandi produttori, mentre per i nostri “vignaioli ribelli” esistono solo quelli naturali autoctoni.

Dominique ci ha, dunque, invitati ad andare alla ricerca del sapore dei minerali, criticando quello ligneo, quello del barrique troppo forte, che uccide il sapore e l’equilibrio del vino, anche se oggi viene spesso considerato (a torto) un segno di qualità.

Per illustrare questo concetto, ci ha fatto confrontare due vini, uno dell’Auvergne (Massiccio Centrale), zona vulcanica e basaltica; un altro del Beaujolais (nord di Lione), poco distante dall’Auvergne, ma con terreno granitico-sabbioso, tutti e due nati comunque dal ceppo Gamay.

La differenza era notevole al naso e al palato! Oltre ad esaltare al massimo la ricchezza del terreno specifico, i produttori ribelli lavorano con metodi tradizionali, ma, soprattutto, in armonia con la natura e con il cosmos.

Per loro è normale parlare di movimenti tellurici e di stelle, di anima e di armonia, di ricchezza della vita e delle viti ma non del portafoglio!

La serata è iniziata con il vino bianco methode champenoise, “Ayse”, servito con gli aperitivi. Spumante poco conosciuto in Italia, anche perché la produzione è molto limitata, ha, invece, una grande fama nelle Valli del Monte Bianco.

Abbiamo assaggiato poi “Les Alpes”, un bianco fermo secco sempre di Ayse, delicato ma presente in bocca.

Le pietanze, scelte accuratamente per ogni vino, hanno, quindi, esaltato i sapori in crescendo dei vini rossi. “Brouilly” (Beaujolais), “Païs de Doumatz” (Puy de Dôme), “Chinon” (Val de Loire), “Saint-Maurice” (Côte du Rhône), “Clos Canarelli” (Figari-Corse), sono stati vini uno migliore dell’altro.

Quest’ultima cantina, di un produttore della Corsica, è quella più meridionale della Francia.

Ha presentato un rosso e un bianco dolce, con il quale abbiamo accompagnato il dessert.

Dominique ha sottolineato che, poco a poco, tutti i produttori della Corsica stanno aderendo a questa filosofia della qualità naturale, a costo di sradicare le viti tradizionali.

Tutti sono dei veri vignaioli ed ognuno cerca di tirare fuori il meglio dal proprio “terroir”, lavorando in prima persona le proprie viti.

«Per fare un vino che abbia un’anima, bisogna che il vigneto stesso abbia assorbito l’anima e l’amore del viticoltore, se no il vino diventa un semplice prodotto per fare soldi e non frutto di amore che genera amore».

 

Da sinistra: Josette Baverez Blanco, autrice dell’articolo, Cesare Clò, titolare del ristorante “Europa 92”, Onelio Benedetti e la moglie Fioretta, titolari della casa editrice “Edizioni Pubblicità Italia”.

 

Le proprietà di questi vignaioli sono di superficie molto limitata (da 1 a 15 ettari come quello di Ayse), spesso su coste e pendii ben esposti al sole ma difficili da lavorare.

Per tutti loro, dal 1990, l’osservazione e l’analisi continua del vitigno ha permesso di proteggere e di curare la piante in integrazione con gli elementi naturali circostanti, sempre alla ricerca di un equilibrio (parola chiave) tra il mondo vegetale, animale e minerale, rifiutando la chimica.

Nel 2001, per preservare e rafforzare il carattere di questi vini, è stata necessaria una riconversione biodinamica.

Questi produttori non sono in concorrenza tra di loro, bensì complementari, troppo impegnati e orgogliosi di fare risaltare la specificità di ogni produzione autentica.

Dominique, per esempio, ci ha descritto in modo affascinante la cantina di un suo collega, la “Domaine Viret” di Saint-Maurice (Côte du Rhône) — costruita come un tempio Maya su un sito archeologico romano — dove la lavorazione esclude ogni violenza ed è impostata integralmente sulla forza di gravità, in modo che il vino non debba essere né smosso né pompato. Invece, quando sarà messo in caraffa, prima della degustazione, dovrà essere sbattuto energicamente, per risvegliarlo e ridargli tutto il suo vigore e la sua eccellenza.

La pigiatura si fa nella parte superiore della cantina: il nettare cola nei serbatoi per la decantazione, dopo di che sarà imbottigliato sempre ed esclusivamente con movimenti naturali di discesa.

Se ammira ed apprezza il lavoro dei suoi amici, è giusto anche cercare di conoscere un po’ meglio il “Domaine Belluard” di Dominique, visto che egli ci ha fatto il piacere di venire a farci scoprire quest’incanto.

Il villaggio di Ayse è sin dai tempi remoti caratterizzato dalla viticoltura. Sono in tutto una quarantina di ettari coperti da una vigna particolare, a 450 m.s.l. su costoni soleggiati.

Si ritrovano tracce scritte sin dal Medioevo, che descrivono questo ceppo unico, il Gringet, con il quale è fatto l’Ayse.

Questo proviene dalla famiglia dei Traminer (Giura e Alsazia). Se ne trovano altri simili in Val d’Aosta (Italia) e nel Vallese (Svizzera). La complessità dei terreni misti di calcare — creta bianca e creta rossa carica di alluminio di ferro, sassaie calcari, sedimenti di ghiacciai e di cascate sotto-ghiacciai — conferisce alla produzione di questo “terroir” una nota particolare, difficile da definire ma di qualità unica.

Per tutti i “vignaioli ribelli”, il produrre vino non è far soldi, ma coltivare le viti nel più grande rispetto dei “terroirs” — termine intraducibile in italiano, sul quale avremo l’occasione di tornare — e delle tradizioni di elaborazione e di vinificazione, per dare un raffinato piacere alla mente, al cuore e ai palati di chi ama e apprezza il vino.

Ancora grazie a Cesare e a Luca di averci offerto questa opportunità di conoscere “piccoli grandi vini” nella cornice più adatta ad evidenziare tutta questa filosofia, il “Club Europa 92”.

Josette Baverez Blanco

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