Edizioni Pubblicità Italia

Premiata Salumeria Italiana nr. 3, 1998

Rubrica: Economia e Politica Comunitaria
Articolo di Zeppelli A.
(Articolo di pagina 19)

Zampone e cotechino di Modena sulla via di un riconoscimento della Indicazione di Origine protetta

 

 

Modena è conosciuta nel mondo per la qualità dei prodotti alimentari tipici che caratterizzano la propria cucina. In particolare, simbolo della gastronomia geminiana è lo zampone di Modena, il quale, insieme al cotechino, è uno dei piatti regionali che maggiormente ha avuto diffusione sulle tavole degli italiani.

Lo zampone e il cotechino di Modena rientrano, purtroppo, tra i tanti prodotti che non godono ancora di una adeguata protezione a livello comunitario. Nonostante negli anni passati siano stati conclusi accordi commerciali con alcuni paesi membri, ad esempio Gran Bretagna, Germania e Austria, questi non sono certamente sufficienti a garantire un efficace controllo sui prodotti posti in commercio, soprattutto per quanto riguarda gli aspetti della determinazione di aree di distribuzione e dei vincoli relativi alle zone di produzione.

La consapevolezza dell’insufficienza di tali mezzi non è certo una novità, e in effetti alcuni produttori italiani già da tempo hanno presentato in ambito comunitario una domanda di riconoscimento sia per lo zampone che per il cotechino "di Modena". La procedura per l’ottenimento della denominazione protetta non si è tuttavia ancora perfezionata.

Per concedere denominazioni di origine o indicazioni geografiche protette la normativa comunitaria richiede che il prodotto sia originario della zona di cui prende il nome, o quantomeno che possa vantare un collegamento effettivo con il luogo di produzione. Ora, nonostante per il cotechino e per lo zampone sia stata presentata una richiesta di denominazione IGP – che richiede un collegamento meno stretto tra prodotto e zona di produzione rispetto alle DOP (Denominazioni di Origine Protette) – la zona indicata quale luogo di produzione pare fosse stata indicata in modo eccessivamente vago, ricomprendendo luoghi assolutamente estranei a ogni tradizione produttiva locale.

Ipotesi simili rientrano nelle fattispecie ostative alla concessione della denominazione e richiedono, perché la procedura riprenda il suo iter, la modifica dei disciplinari.

Per evitare simili situazioni di stallo – che comunque testimoniano un forte impegno della Commissione nell’intento di procedere a una rigida applicazione delle regole prefissate – le vie possono essere diverse. Nel caso di specie, tra le soluzioni ipotizzabili, auspicabile sarebbe stato procedere alla presentazione di una richiesta di ottenimento IGP (Indicazione Geografica Protetta) per zone più ristrette, ad esempio coincidenti con le province della pianura del Po, per le quali potesse effettivamente essere individuata una correlazione tra prodotti e tradizioni culinarie dei luoghi.

Per fornire poi una adeguata tutela anche agli altri produttori nazionali che operano al di fuori di tale ambito territoriale si sarebbe potuto far ricorso alle procedure per il riconoscimento di una attestazione di specificità ex reg. CEE 2082/92. Questo regolamento prevede infatti la possibilità di tutelare un prodotto, indipendentemente dal collegamento con la zona di produzione, mediante la formalizzazione di particolari tecniche produttive o l’uso di determinati ingredienti che in qualche modo garantiscano il mantenimento dei caratteri di "specificità".

In tal modo si otterrebbe una migliore salvaguardia di prodotti tradizionalmente legati alla cucina emiliana e, del pari, una migliore informazione ai consumatori sull’effettiva provenienza, composizione e realizzazione del prodotto.

La marcatura IGP sarebbe consentita esclusivamente nei casi in cui fosse garantito un effettivo rapporto con la zona di produzione, mentre la predisposizione di attestazioni di specificità eviterebbe nel contempo ogni possibile deterioramento dei metodi di realizzazione dei prodotti, indipendentemente dal luogo di origine.

In effetti la domanda di riconoscimento IGP inizialmente presentata sembra abbia subito alcune modifiche nella direzione richiesta dalla normativa, ma vi sono ancora questioni da risolvere prima che la Commissione si possa pronunciare definitivamente.

I tempi per una pronuncia sono dunque tutt’altro che facilmente pronosticabili. Deve infatti essere ancora discussa, prima ancora che nel merito, la questione formale circa la possibilità di operare modifiche a una domanda nelle more del processo decisionale.

Esulando dalla questione specifica, si deve purtroppo rilevare che, ad esclusione dei prodotti maggiormente conosciuti e apprezzati, solo recentemente, e in modo ancora insoddisfacente, si è iniziato a comprendere e a valorizzare l’immensa ricchezza racchiusa nel patrimonio dei prodotti tradizionali.

Fino ad oggi il "Bel Paese", nonostante vanti produzioni tradizionali di tutto rispetto, non ha certo brillato per la politica di tutela e valorizzazione. Basti pensare che in Francia già nel 1935 era stato creato un Istituto Nazionale delle Denominazioni d’Origine per il settore vitivinicolo, mentre per il settore dei formaggi strumenti normativi analoghi furono predisposti dalla metà degli anni ’50.

Gli strumenti comunitari, se opportunamente sfruttati, possono rappresentare un importante aiuto per sostenere la qualità, permettendo, soprattutto ai piccoli produttori, di valorizzare il proprio prodotto indirizzandosi a un tipo di consumatore che, se messo in condizione di poter distinguere, ha dimostrato di saper premiare la "qualità garantita".

 

La disciplina comunitaria in materia di protezione delle

enominazioni di Origine Controllata e dei prodotti a carattere specifico

Per comprendere le ragioni che hanno condotto a una consapevolezza circa l’importanza dei prodotti regionali tipici occorre fare un lungo passo indietro nel tempo.

La Comunità economica europea iniziava il proprio cammino trent’anni fa. Un’Europa certo diversa, che usciva da due conflitti mondiali, con necessità e problematiche ben diverse rispetto ad oggi. Leggendo gli obiettivi che nel 1957 l’Europa si prefiggeva in materia agricola, si capisce quanto sia cambiato il panorama comunitario. In tre decenni il numero dei paesi membri è più che raddoppiato, i paesi membri fondatori erano allora soltanto sei (Italia, Germania, Francia e Benelux), ora sono diventati ben 15, e certamente nei prossimi anni aumenteranno ancora.

Gli obiettivi prioritari di allora sono stati raggiunti, anzi molte delle problematiche attuali sono in qualche modo legate a un eccessivo "successo" delle politiche di produzione. Sono inoltre stati compiuti importanti passi per migliorare il tenore di vita nel mondo rurale, l’approvvigionamento alimentare è assicurato in tutti i mercati dell’Unione e l’offerta non è mai stata così varia.

Tuttavia il comparto agroalimentare, dietro la spinta di direttive politiche volte all’incentivazione della produttività, non solo, come sopra ricordato, ha raggiunto i propri obiettivi, ma anzi ha portato a livelli superiori alle effettive possibilità di assorbimento del mercato. Si sono verificati così fenomeni di sovrapproduzione amplificati, nel corso degli ultimi anni, dal mutamento delle abitudini alimentari dei consumatori, sempre più sensibili ed esigenti in ordine alla qualità dietetica e sanitaria dei prodotti offerti sul mercato.

Il problema della mancata coincidenza tra offerta dei produttori e richiesta dei consumatori non è certo un problema attuale. Il legislatore comunitario ha affrontato la questione e preso i primi provvedimenti normativi già nel corso degli anni ottanta. Risale infatti al 1984 l’introduzione del sistema delle quote. Il regime, improntato su limitazioni alla produzione meramente quantitative, rivelò presto la propria insufficienza e così nel 1992 si cercò di realizzare un quadro normativo più completo per razionalizzare i metodi produttivi.

Gli obiettivi perseguiti erano sostanzialmente il riavvicinamento della produzione alle richieste dei consumatori e il raggiungimento di una maggiore riconoscibilità delle produzioni europee.

Insomma si puntava per la prima volta alla valorizzazione delle produzioni tradizionali e caratteristiche di ciascuna regione della Comunità.

Il risultato dello sforzo normativo fu rappresentato dall’approvazione di quattro regolamenti:

— il regolamento CEE n. 2092/91, contenente la normativa comunitaria per le produzioni biologiche dei prodotti agricoli, nel quale per la prima volta furono introdotte norme specifiche in materia di divieti alla commercializzazione di prodotti contenenti composti chimici quali i fertilizzanti;

— il regolamento CEE n. 2078/92, relativo alla tutela dell’ambiente in agricoltura;

ma soprattutto

— il regolamento CEE n. 2081/92, recante le disposizioni in materia di Indicazioni Geografiche Protette (IGP) e Denominazioni di Origine Protetta (DOP) di prodotti e derrate alimentari;

— il regolamento CEE n. 2082/92, in materia di attestazioni e di specificità di prodotti e derrate alimentari.

Prima di entrare in una più approfondita disamina del contenuto normativo dei regolamenti in oggetto, pare opportuno fare una breve premessa. In tutti i regolamenti adottati in materia di tutela qualitativa e soprattutto nei reg. 2081 e 2082/92 CE, volti alla valorizzazione delle risorse alimentari a carattere specifico, il legislatore non ha ritenuto opportuno intervenire con norme impositive, ovvero fissando canoni qualitativi strettamente vincolanti per la produzione.

La Comunità ha ritenuto invece preferibile offrire ai produttori strumenti appropriati per valorizzare e tutelare le proprie produzioni, rimettendo al singolo produttore la decisione se operare una commercializzazione di prodotti anonimi, oppure puntare sul riconoscimento a livello comunitario delle specificità della propria produzione.

Una ulteriore precisazione si rende necessaria trattando di "qualità". Nonostante la sempre maggiore richiesta da parte dei consumatori di "prodotti di qualità garantita", va precisato che le norme comunitarie attualmente in vigore garantiscono solo indirettamente la qualità dei prodotti commercializzati. Essi permettono soltanto che al consumatore sia assicurata una corretta informazione circa la provenienza, ovvero il rispetto di determinati canoni di realizzazione, senza però prevedere alcuna indagine o controllo circa l’effettiva qualità dei prodotti.

Volendo indicare gli obiettivi principali che i regolamenti hanno voluto perseguire si potrebbero elencare, in sintesi, tre linee direttrici:

1) favorire la diversificazione produttiva;

2) rivitalizzare le iniziative commerciali a contenuto qualitativo, attraverso la definizione di adeguati mezzi di tutela;

3) garantire il diritto dei consumatori a una adeguata e sicura informazione circa i prodotti destinati al consumo.

 

Il regolamento CEE n. 2081/92 Le Indicazioni Geografiche Protette (IGP)

e Denominazioni di Origine Protetta (DOP)

Il regolamento si applica ai prodotti alimentari e alle derrate destinati al consumo umano, oltre che alle derrate alimentari ottenute da prodotti di base agricoli per i quali la denominazione di origine o di specialità possa avere un’importanza commerciale.

In esso sono contenute le norme relative alla concessione dei marchi Indicazioni Geografiche Protette (IGP) e Denominazioni di Origine Protetta (DOP).

 

Denominazioni di Origine Protetta (DOP)

Quanto alle Denominazioni di Origine Protetta il legislatore europeo ha inteso individuare un prodotto legato molto strettamente alla zona di produzione. In particolare la normativa vigente impone che le caratteristiche e le qualità del prodotto siano dovute essenzialmente o esclusivamente al luogo di produzione. Ancora si impone che tutte le materie prime e tutti i procedimenti di trasformazione siano effettuati nell’ambiente geografico del luogo d’origine. Nonostante la assoluta rilevanza del collegamento tra prodotto e luogo sono state previste alcune deroghe. La prima di queste si riferiva alle domande di registrazione presentate prima del 26 luglio 1995, mentre la seconda prevede che animali vivi, carni o latte, utilizzati per la realizzazione del prodotto finale possano essere anche originari di una zona differente a condizione che:

1) sia comunque limitata la zona di produzione;

2) anche per tali componenti il processo di produzione sia caratterizzato da particolari metodologie e che le stesse siano sottoposte a un regime di controlli;

3) che la denominazione sia già presente e riconosciuta presso lo Stato membro ovvero, nel caso in cui sia comprovato il carattere tradizionale, la reputazione o la eccezionale notorietà della denominazione.

 

Indicazioni Geografiche Protette (IGP)

Sempre nello stesso regolamento è data la definizione di Indicazione Geografica Protetta. Anch’essa è stata istituita per indicare prodotti che presentano un legame con il territorio di produzione, ma per la concessione di tale indicazione il rapporto con l’ambiente geografico d’origine può essere meno intenso.

Infatti, perché un prodotto possa fregiarsi del marchio IGP è sufficiente che siano soddisfatte due condizioni. Anche per i prodotti IGP è richiesta l’origine dalla zona da cui assume la denominazione, ma contrariamente ai DOP basta che almeno una delle fasi di produzione sia effettuata nella zona di origine. Quanto poi al rapporto tra il nome del prodotto e il nome della zona d’origine, non è richiesto che le caratteristiche e le qualità del prodotto siano dovute "essenzialmente o esclusivamente" alla zona di produzione.

In altre parole è sufficiente che il prodotto, indipendentemente dalle qualità, goda di una particolare reputazione basata sull’origine.

 

Le denominazioni generiche

Il regolamento n. 2081/92 specifica un ulteriore tipo di denominazione. Il legislatore comunitario ha inteso definire denominazioni generiche quei nomi di prodotti che, se pur inizialmente collegati al luogo o alla regione d’origine, hanno successivamente perso ogni effettivo collegamento con essi, divenendo il nome comune utilizzato, indipendentemente dalla zona di produzione, per definire il prodotto genericamente considerato. Proprio a causa della trasformazione del nome da nome proprio a nome comune in tali ipotesi la Commissione non ha ritenuto possibile fornire il nome di alcuna tutela. Per tali denominazioni non è dunque possibile procedere a nessuna registrazione.

 

La procedura di registrazione

Come già sopra sottolineato il legislatore ha inteso fornire ai produttori uno strumento efficace e, per quanto possibile, semplice nei meccanismi di funzionamento. Proprio in tale ottica, non solo è stata delegata ai produttori la scelta tra la richiesta di ottenimento di DOP ovvero di IGP, ma anche le procedure di registrazione sono state mantenute sostanzialmente identiche.

Soggetti legittimati alla presentazione della domanda sono le organizzazioni o le associazioni di produttori, o comunque anche gruppi di produttori interessati a prodotti della stessa categoria. Una deroga è stata prevista nel caso in cui nella zona di produzione vi sia un solo produttore ed egli sia l’unico in grado di utilizzare particolari processi produttivi o qualora sia possibile differenziare in modo netto la sua produzione dalle altre presenti nella zona. Ove una simile evenienza si verifichi, il singolo potrà presentare autonomamente una domanda.

Tali soggetti possono dunque inoltrare presso le competenti autorità una domanda dalla quale deve risultare il tipo di denominazione geografica richiesta. La domanda deve poi contenere anche un disciplinare relativo al prodotto da registrare. L’importanza del disciplinare è capitale poiché è questo il documento nel quale sono contenuti canoni di produzione che verranno successivamente utilizzati come riferimento per valutare se un prodotto possa essere etichettato con il marchio dell’indicazione geografica o dell’origine protetta. In esso devono essere indicati tassativamente:

1) il nome del prodotto agricolo o alimentare, comprensivo della denominazione d’origine e/o dell’indicazione geografica;

2) la descrizione del prodotto, compresa l’indicazione delle materie prime e, se del caso, le principali caratteristiche fisiche, chimiche, organolettiche e microbiologiche;

3) la delimitazione dell’area geografica e, se del caso, le indicazioni relative al rispetto delle condizioni previste per le deroghe;

4) le indicazioni a riprova che il prodotto agricolo o alimentare è stato ottenuto nell’area geografica;

5) la descrizione del metodo d’ottenimento del prodotto ed eventualmente i metodi locali conformi a usi leali e costanti;

6) le indicazioni relative al collegamento con l’ambiente geografico (DOP) o con l’origine geografica (IGP);

7) le informazioni relative alla singola struttura o alle diverse strutture di controllo previste;

8) gli elementi specifici dell’etichettatura collegati alla menzione DOP e/o IGP, ovvero le equivalenti menzioni nazionali tradizionali;

9) le eventuali altre condizioni da rispettare in forza di disposizioni comunitarie e/o nazionali.

Indipendentemente da quello che è il contenuto minimo richiesto dalla legge, nel disciplinare devono essere indicate tutte le informazioni relative al processo di produzione, in quanto esso diverrà il documento di riferimento contenente le disposizioni alle quali ogni produttore dovrà attenersi per potersi fregiare dell’indicazione geografica, sia essa DOP o IGP. Importante è inoltre allegare tutte le fonti storiche che possano documentare una effettiva appartenenza del prodotto alle tradizioni locali.

La documentazione, contenuta in un fascicolo, deve essere sottoposta, per ottenere il riconoscimento, a un doppio esame. Il primo spetta alle autorità incaricate da ogni singolo Stato membro, e solo successivamente alle autorità comunitarie. In Italia l’autorità preposta al primo esame è il Ministero delle Risorse agricole, alimentari e forestali, Direzione delle Politiche Agricole Agroindustriali nazionali (ex DIV. XI), Via XX settembre n. 20, I-00187 Roma.

Se la documentazione presentata è ritenuta sufficiente e la domanda meritevole di accoglimento, la pratica viene trasmessa alla Commissione europea. A Bruxelles, entro sei mesi, la Commissione decide delle sorti della domanda.

Se la domanda viene ritenuta accettabile la Commissione pubblica la domanda, unitamente agli estremi del disciplinare, nella GUCE (Gazzetta Ufficiale delle Comunità Europee).

Durante i successivi sei mesi può essere presentata opposizione; ove tale eventualità non si verifichi, la denominazione è iscritta nell’apposito registro delle Denominazioni di Origine Protette e delle Indicazioni di Origine Protette.

Le opposizioni possono essere presentate soltanto a mezzo degli Stati membri e sono ricevibili solo se:

a) i prodotti non soddisfano i requisiti richiesti per la concessione della DOP ovvero delle IGP; ovvero

b) se si chiede la registrazione di prodotti con denominazioni generiche; e infine

c) nel caso in cui si verifichino ipotesi di prodotti omonimi o confondibili, marchi già introdotti sul mercato oppure prodotti già presenti sul mercato europeo alla data del 24-06-1992.

Se l’opposizione viene accettata la Commissione concede un termine di tre mesi agli Stati membri per cercare una pacifica soluzione dei contrasti. Se gli Stati non si accordano, la decisione finale viene presa dalla Commissione con l’ausilio del Comitato di regolamentazione. Nel caso in cui la Commissione ritenga di non accettare la domanda, si rende indispensabile l’intervento del Comitato di regolamentazione (organismo composto da rappresentanti degli Stati membri) che deve fornire un parere in ordine alla decisione della Commissione.

Se quello ora indicato rappresenta l’iter normale che una domanda deve seguire, il regolamento ha previsto anche una procedura semplificata.

Per le denominazioni protette già esistenti nei rispettivi ambiti nazionali e segnalate alla Commissione prima della data del 26-01-1994, si applica così un regime semplificato che non prevede la partecipazione del Comitato di regolamentazione né la possibilità di proporre opposizione alla domanda.

Nonostante l’intento della Commissione sia stato quello di rendere la procedura meno gravosa possibile, l’inoltro di una domanda deve essere comunque accuratamente ponderato. Occorre infatti preventivamente valutare quali siano i vantaggi conc

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