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News di Marzo 2018, Settore Food


14/03/2018

Non solo dazi Usa: tutti gli ostacoli dei formaggi italiani. Assolatte fa il punto su dazi e frontiere

Dal 10 al 20% negli Stati Uniti, dall’8 al 12% in Cina, il 5% negli Emirati Arabi Uniti e, addirittura, il 30% in India e il 55% in Iran. A tanto ammontano i dazi che le aziende casearie italiane devono sostenere per poter vendere i formaggi “made in Italy” nei principali mercati del resto del mondo. A ricordare il pesante costo che grava sulle più dinamiche ed “export oriented” imprese del comparto lattiero-caseario italiano è Assolatte, l'associazione delle aziende casearie.

"In questi mesi le barriere all’ingresso che le aziende casearie italiane incontrano sui mercati esteri – fa sapere Assolatte – rappresentano un problema sempre più stringente perché l’export è insostituibile per i nostri formaggi, la cui produzione è in forte aumento. La maggiore disponibilità di latte, conseguente alla fine del regime delle quote latte, si è infatti tradotta in un aumento della produzione casearia". Ma il mercato interno è stabile e quello europeo è ormai saturo. Ecco dunque che gli operatori del settore devono puntare sull’estero, in particolare sui mercati emergenti. Ma sul loro cammino incontrano sempre più spesso ostacoli, spese e limitazioni.

“I dazi incidono di più sui prodotti di elevato valore rispetto a quelli low cost – commenta Adriano Hribal, consigliere delegato Assolatte – e ciò rende i nostri formaggi più esposti ai nefasti effetti di queste vere e proprie “tasse” sull’export. Paradossalmente, esportare eccellenze, formaggi che tutti apprezzano e cercano di imitare, ci rende il Paese più danneggiato dai dazi. Fin quando non otterremo il loro azzeramento, i nostri formaggi non potranno mai essere competitivi con quelli americani o neozelandesi, di valore inferiore e con dazi inferiori".

Le tariffe da pagare alle frontiere non sono, però, gli unici costi che gli esportatori italiani di formaggi devono affrontare nel loro viaggio alla conquista del mondo. Numerose e pesanti sono anche le barriere non tariffarie, a partire dalle normative sanitarie, complicate e disomogenee, che appesantiscono l’iter per l’export dei formaggi italiani, determinando costi aggiuntivi per le aziende. Gli esempi sono tanti.

Solo negli ultimi mesi le aziende lattiero-casearie italiane hanno dovuto fare i conti con: le norme più restrittive all’import varate dall’Fmsa statunitense; il veto ai formaggi erborinati imposto dalla Cina (poi rientrato velocemente); le etichette nutrizionali discriminanti introdotte in Francia, Israele e Cile; le restrizioni alle importazioni di prodotti lattiero-casearie applicate in Algeria; le sempre più lunghe e complicate procedure burocratiche imposte da Cina, Brasile e Corea per ottenere l’autorizzazione agli stabilimenti produttivi.

Anche quando esistono accordi di libero scambio (come quelli firmati dalla Ue con la Corea del Sud e il Giappone) l’export è sottoposto a vincoli quantitativi e usufruisce di tutele spesso inadeguate. Infatti, il successo e l’apprezzamento internazionali per i formaggi italiani li ha resi anche vittima di contraffazioni, imitazioni ed evocazioni. Un problema che assilla, in particolare, i formaggi tipicamente italiani che si fregiano della Dop, di cui siamo i primi produttori dell’Unione Europea e che sono una parte significativa dell’export caseario italiano.

“L’assenza di una tutela mondiale per le indicazioni geografiche europee peggiora ulteriormente la situazione – sottolinea Hribal –. Di più, diventa un’ulteriore barriera non tariffaria perché rende difficile e oneroso per questi prodotti ottenere un buon accesso ai mercati già presidiati da “fake cheese” o formaggi “italian sounding” e vedervi riconosciuta la loro autenticità e il loro valore.

"Quattro anni e 45 milioni di euro fa – precisa Assolatte – le nostre imprese avevano un mercato fiorente chiamato Russia. Dal 2014 le esportazioni verso la Federazione sono gradualmente scomparse per via delle contromisure stabilite dal Governo Putin in risposta alle sanzioni Ue. Ieri parte di queste sanzioni sono state prorogate fino al settembre 2018 e l’embargo russo sui prodotti alimentari provenienti dall’Ue è in scadenza a fine anno".

“Le aziende casearie italiane devono guardare all’estero per crescere ma i possibili dazi in Usa, le conseguenze della Brexit e la perdita del mercato russo non sono elementi incoraggianti – conclude Hribal –. L’auspicio è che a fine 2018 si possa almeno raccontare di una ripresa dell’export dei formaggi europei in Russia, un’eventualità che favorirebbe notevolmente le nostre produzioni casearie, le più apprezzate dalla popolazione locale”.


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