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News di Agosto 2017, Settore Carne


25/08/2017

Il livello di accessibilità alla carne nel mondo

La società britannica Caterwings ha elaborato, e appena pubblicato il 2017 Meat Price Index, uno studio in cui vengono analizzati i prezzi delle carni nelle città principali di ogni Paese per determinare l’accessibilità dei singoli prodotti.

Caterwings ha definito un proprio Indice dei prezzi, che raccoglie i dati ottenuti a partire dai principali produttori e consumatori di carne nel mondo, focalizzandosi su manzo, pollo, maiale, agnello, e pesce. Gli analisti di Caterwings hanno passato in rassegna centinaia di retailer alimentari, compilando una lista con i paesi che più producono e consumano carne e pesce, hanno analizzato i prezzi nelle principali città di ciascun paese, facendo attenzione che gli abitanti delle città corrispondessero almeno al 25% del totale della popolazione di ciascuna nazione indagata. Successivamente, i prezzi ottenuti sono stati posti in relazione con il salario minimo di ciascun paese, per calcolare quante ore servivano a ciascuno per acquistare uno specifico taglio di carne. I dati sono stati poi messi a confronto, calcolando un indice di deviazione tra i diversi paesi.

Dallo studio emerge che in Italia il consumo medio annuo di carne (manzo, pollo, agnello e pesce) é di 90,70 chili a persona: il dato conferma il nostro Paese come particolarmente “fortunato”, dato che questo genere di alimenti non è facilmente accessibile per molte fasce di popolazioni presenti soprattutto nei Paesi meno sviluppati.

I éaesi che mangiano più carne sono: Australia (111,50 chili), Austria (102 chili) Argentina (98,3 chili), Danimarca (95,20), Spagna (97 chili). Di contro in India o in Indonesia consumo pro capite è rispettivamente di 4,40 e 11,60 chili.

Ma se in maniera semplicistica la Svizzera è in testa alla classifica in termini di prezzi di carne più elevati, e l’Ucraina in coda, lo studio ha permesso di verificarne l’abbordabilità di questo tipo di alimenti. In India, mediamente, bisogna lavorare un’intera settimana per comprare un pezzo di carne, mentre in Norvegia, per acquistare lo stesso identico prodotto, meno di un’ora. Per mangiare ad esempio un filetto di 1 kg, i prezzi variano dai 49,68 dollari al chilo della Svizzera ai 3,70 dollari dell’Ucraina. Nei paesi europei, costa in media 18-19 dollari al chilo (in Italia ad esempio 17,41 dollari). Ma uno svizzero deve lavorare poco più di 3 ore per acquistarlo, un italiano 4 ore e c’è chi, come in Russia o negli Emirati Arabi, in India, in Egitto o in Vietnam deve lavorare oltre 20 ore. In Argentina, paese produttore per eccellenza, un filetto costa 8,20 dollari al chilo e un lavoratore con salario minimo deve lavorare 4,20 ore per poterselo permettere.

Se il manzo viene considerato una carne pregiata, il discorso non cambia però per quella notoriamente più economica cioè il pollo: per un petto, ad esempio, il prezzo è sempre più elevato in Svizzera (27,14 dollari al chilo) mentre in Europa si mantiene sui 10 dollari (in Italia è di 8,20 dollari al chilo). Ma se in Norvegia, un lavoratore con salario minimo deve lavorare meno di un’ora per acquistarne uno, ci sono paesi dove lo sforzo deve essere di gran lunga maggiore: in India, per esempio, ci vogliono oltre 10 ore di lavoro mentre in Egitto 7,70 ore. Un livello simile a quello della Russia (6,90) e degli Emirati Arabi (9,30).

Il maiale risulta di gran lunga più alla portata di tutti, visto che una salsiccia costa dai 20 dollari al chilo della Svizzera ai 3 dollari dell’Ungheria. È sempre l’India, dove costa 6 dollari al chilo) il paese dove un lavoratore con salario minimo deve lavorare di più per poter comprare questo tipo di carne (39,4 ore). L’Italia ha i prezzi medi europei (8 dollari al chilo).

“Abbiamo cominciato l’analisi semplicemente per derivare un indice dei prezzi per il catering a scopo di ricerca di mercato” ha commentato Alexander Brunst, Ceo di Caterwings “e abbiamo finito col sollevare alcune questioni importanti. È evidente come esista una diseguaglianza a livello internazionale, e man mano che il mondo comincia a riflettere sulle implicazioni della globalizzazione, il nostro studio dimostra chiaramente che il tema del prezzo del cibo deve entrare in agenda“.


(Fonte Mark Up e corrierequotidiano.it - UNA Italia)

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