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Il Pesce nr. 1, 2021

Rubrica: Interviste
Articolo di Cariglia M.
(Articolo di pagina 48)

L’antropologo marittimo: Blue Economy e nuove professioni per “vivere di mare”

Claudio Masciopinto, “le persone che vivono di mare” e le nuove competenze per il Blue Recovery Fund

“Che cosa hanno in comune un faro, i satelliti, l’antropologia e la zuppa di pesce?”. Inizia con questa domanda a bruciapelo, l’incontro con Michele Claudio Masciopinto, antropologo del CRESTA (Centro Ricerche Centro Ricerche Etnografiche, Storiche, Antropologiche) di Bari e direttore del Museo del Faro di Torre Canne, Brindisi. Un sorriso franco e sereno, una limpidezza di orizzonti in cui si specchia l’anima di chi ha trovato nel mare la propria vita e ne ha fatto una professione innovativa e sostenibile: l’antropologia marittima. Dottorando di ricerca presso la Cattedra Unesco dell’Università della Basilicata, Claudio Masciopinto vive di mare e dal mare e con le sue opportunità ha creato, insieme alla sorella Manuela ed alla comunità dei pescatori, un vero e proprio sistema di competenze trasversali per una Crescita Blu Sostenibile. Data management e antropologia, utilizzo delle tecnologie satellitari e delle onde radio… ma anche carta e penna, stivali ai piedi, sale e onde, ma soprattutto dialogo con le comunità sono gli ingredienti per costruire un percorso che mette uomo, ambiente e tutela della biodiversità al centro della pianificazione e gestione della “risorsa mare” con l’obiettivo del vivere sostenibile.

Il Pesce ha intervistato Claudio Masciopinto a margine del Webinar “Skills and careers development in the Blue Economy, Blue Careers Aquaculture”, organizzato congiuntamente dal Ministero degli Affari Esteri e Cooperazione Internazionale, FEDERPESCA e Net European Consulting, svoltosi lo scorso 26 novembre sulla piattaforma Zoom (iora-italy.org/blue-careers). Nuove professioni e sviluppo sostenibile, capitalizzazione delle maestranze e valorizzazione del patrimonio di conoscenze e saper fare di ogni comunità marittima, sono state analizzate durante il Webinar al fine di individuare e formare le risorse umane nelle varie opportunità e domande di mercato della Blue Growth anche nell’Oceano Indiano. Sicuramente, quella dell’antropologo marittimo è stata la figura più interessante tra quelle proposte perché innovativa e classica ad un tempo e, certamente, fondamentale per lo sviluppo sostenibile delle comunità legate al mare, alla corretta pianificazione e gestione della fascia costiera e per un’effettiva Crescita Blu.

 

Dottor Masciopinto, che cos’è l’antropologo marittimo e perché è così importante per la Blue Growth?

«Nel 1969 l’uomo sbarca sulla luna e Paul Thompson enuncia il principio per cui “le società marittime nascono, si sviluppano e scompaiono per ragioni storiche, economiche e sociali oltre che ecologiche”. L’antropologo marittimo si occupa esattamente di indagare le azioni con cui le comunità marittime proteggono il proprio patrimonio culturale, il mare e l’ambiente per comprendere in che modo si possa sviluppare o adattare un’intera comunità ai cambiamenti della società. Nell’ambito della Blue Growth la figura dell’antropologo marittimo si colloca come raccordo tra la scienza, la biologia, la tecnologia, l’economia e l’esigenza di pianificazione delle comunità in termini sociali ed economici oltre che ecologici perché finalmente è universalmente riconosciuta al mare ed agli oceani la loro importanza vitale per l’uomo ed il pianeta. Non si può pensare al mare senza l’uomo e l’interazione tra i due elementi è un patrimonio che si costruisce sul rapporto tra ambiente e comunità. L’antropologia marittima studia, decodifica ed indica quali siano gli elementi in grado di formare il “Paesaggio Culturale Marittimo” che rappresenta i caratteri del mare e della costa, elemento vissuto e trasformato dall’azione dell’essere umano ad ogni latitudine».

 

Come opera l’antropologia marittima?

«Negli ultimi decenni, il paesaggio costiero ha assunto un nuovo ruolo di volano “culturale”, in cui il patrimonio tangibile interagisce con il patrimonio immateriale composto da storie, memorie e tradizioni delle comunità del mare, stimolando la creazione di un nuovo modello dinamico e relazionale. La prof.ssa Gabriella Mondardini Morelli, madre dell’antropologia marittima, umilmente mia maestra di vita, ha delineato il perimetro operativo della materia in pochissime parole: “È la specializzazione produttiva, sociale e culturale che identifica la cultura del mare e infiniti orizzonti”».

 

Effettivamente un perimetro molto ampio. In che cosa consiste?

«L’indagine dell’antropologia marittima ed il suo contributo agli strumenti di pianificazione della Blue Growth, compresa la pianificazione delle attività e dei progetti da sviluppare con il Recovery Fund, tiene conto delle dinamiche con cui si costruisce l’identità marittima e fornisce alle nuove generazioni un modo di identificare le interazioni culturali e sociali nell’ottica di uno sviluppo sostenibile del paesaggio costiero anche dal punto di vista economico».

 

In che modo?

«Faccio un esempio pratico. Mentre le grandi città portuali affrontano sfide antiche e nuove da sempre legate al mare attraverso una reazione più immediata ed un’interazione più veloce con le tecnologie, i cambiamenti economici e sociali, le migrazioni, narrazioni e rappresentazioni, i piccoli centri ed i paesi delle coste hanno una reazione diversa. Da un lato, hanno l’urgenza di rilevare una dimensione storica e culturale del litorale che spesso si è persa o rischia di esserlo. Infatti, ci sono intere piccole comunità costiere che vivono di turismo per pochi mesi all’anno e il paesaggio si modifica completamente e anche l’interazione tra uomo ed ambiente. È necessario promuovere un turismo sostenibile che trae nuove motivazioni dalla tutela e valorizzazione dell’identità dei luoghi. L’antropologia marittima raccoglie, anche e soprattutto, quello che viene dalla tradizione orale e del fare che caratterizza le scelte di coloro che “vivono della risorsa mare”, al fine di comprendere le dinamiche di costruzione dell’identità marittima. Poi, si decodifica secondo parametri scientifici, sociali ed economici che possono essere utili per pianificare anche gli interventi di attuazione dell’auspicato sviluppo sostenibile. Se il mare è inquinato non ci può essere turismo, pesca o acquacoltura, crescita in generale e quella comunità, gioco forza, abbandona l’area».

 

Quindi, l’antropologo marittimo diventa una competenza fondamentale per qualsiasi gruppo di lavoro sulla Crescita Blu?

«Certamente, l’antropologo marittimo è un attore della pianificazione costiera e del paesaggio, ma anche dei porti grandi e piccoli. L’inserimento di questa figura professionale, oltre a creare nuovi posti di lavoro, riuscirebbe a supportare la pianificazione tenendo conto di elementi diversi rispetto a quanto è stato fatto finora con risultati altalenanti e disomogenei. Infatti, l’analisi si basa “sull’esperienza del fare” di una determinata comunità costiera e non solo dei dati economici ed ambientali. Nell’antropologia marittima, i dati di produzione e di sviluppo vengono incrociati con gli stili di vita, le tradizioni, i saperi e le pratiche di una realtà. Questi saperi, che insieme danno forma al patrimonio culturale, l’heritage, non si tramandano con i manuali e non si correggono, integrano o modificano con le leggi ma appunto con il “fare”. Indubbiamente, l’antropologo marittimo contribuisce in maniera qualificata alla tutela del mare come risorsa».

 

Potrebbe spiegare ai giovani ed ai lettori come e perché è diventato antropologo marittimo?

«Nella mia attività di ricerca universitaria mi sono occupato delle comunità dei pescatori e dell’interazione con il turismo e le altre voci dell’Economia Blu. Ho parlato con i pescatori, ho condiviso l’esperienza delle uscite in barca, di notte, mentre erano alle prese con la pesca di cefali o polpi e ho cercato di capire e codificare i loro problemi, le loro condizioni di vita, le loro opinioni su il futuro. È emersa una consapevolezza di passare dallo sfruttamento alla promozione del benessere del mare in tutte le sue sfumature e voci. Il settore è in forte crisi per motivi più disparati: legislazione restrittiva, sovrasfruttamento delle risorse, costi eccessivi e le forme di integrazione come il pescaturismo da sola non bastano a soddisfare i bisogni delle loro famiglie. Quindi, è facile optare verso forme aggressive per il mare ma in grado di sostenere economicamente le diverse realtà. Nelle comunità costiere sta maturando la consapevolezza, per esempio, dell’urgenza di ripensare il ruolo della piccola pesca per rigenerare il settore in vista di un’esperienza di mare sostenibile, nel rispetto dell’ambiente e della biodiversità».

 

Come è nata l’idea e quale è stato il percorso che ti ha portato a scegliere questa professione?

«L’ascolto dei pescatori a Fasano, a Brindisi, in Grecia, Irlanda, Australia, Nuova Zelanda, mi ha spinto a cercare di fare qualcosa di concreto. Qualcosa che dimostri il valore dell’antropologia marittima per il sostegno alla comunità, una job carrier a 360° con una nuova visione del mare. Ed è nato, nell’estate 2020, una mostra sui fari e la cultura marinara all’interno delle sale del faro di Torre Canne, funzionante ed attivo. Un progetto sostenuto da Università della Basilicata, Comune di Fasano e Comunità di pescatori. Da qui è partito un percorso che sta vedendo, nonostante l’emergenza Covid-19 intere scolaresche, persone che affascinate dal faro, riscoprono il mare: da fruitori a promotori del mare».

 

I fari all’epoca dei satelliti hanno ancora importanza?

«Il faro è l’eterna luce, la certezza. Non esiste porto senza fari e non esiste mare senza porti. All’epoca dei satelliti, i fari supportano l’evoluzione tecnologica perché certezze liminali e morfologiche a dimensione d’uomo. E i fari sono importanti non solo per “l’uomo navigante”, ma anche per “l’uomo camminante”: casa del mare che guarda il mare e dipinge un paesaggio unico, di frontiera e di cornice dell’anima; con le proprie relazioni pieni di un linguaggio, proprio, marinaro e marittimo. La mostra nel faro di Torre Canne spiega questa declinazione dell’infinito, propone di sperimentare una metodologia di ricerca che mira a tutelare la memoria collettiva della comunità marittima attraverso il faro. Si tratta di vivere il processo di costruzione della cultura del mare come patrimonio contemporaneo con l’obiettivo di raccontare “chi vive di mare”. Queste azioni sono importanti per capire che il mare esiste, come luogo e come storia, e che il suo patrimonio culturale merita di essere conosciuto e protetto. La mostra ospita pezzi che vengono dalle comunità raccontano di mestieri, legno, acciaio, reti, oggetti che lasciano un’eredità necessaria anche per la triangolazione satellitare e che sono ispiratori di blue carrier. Un esempio per tutti, anche i cantieri navali più grandi del mondo hanno bisogno di maestranze come quelle d’ascia, per esempio o i retifici industriali hanno bisogno del nodo “fatto a mano” per inserirlo nelle stampanti 3D. Il legame tra patrimonio e innovazione è fondamentale».

 

Faro, infrastrutture, Recovery Fund e Blue Growth… patrimonio di…?

«La ristrutturazione del faro di Torre Canne e la rete tra istituzioni e comunità ha aperto il faro alle persone e lo ha reso una infrastruttura accessibile e fruibile a tutti. Un’idea di “patrimonio marittimo” che ha preso il largo, come si dice in gergo, e una volta in mare, si è estesa su un orizzonte più ampio, sia esso un centro storico, una costa, un ambiente naturale, una comunità di persone che vivono e lavorano. Di qui, la relazione tra antropologia marittima e pianificazione partendo dalle infrastrutture e codificando le comunità: abbiamo una grandissima opportunità di centrare l’obiettivo e tutti gli strumenti per affrontare le difficoltà. Sono convinto che ci siano tantissime professionalità in grado di supportare le task force e meglio orientare la legislazione conseguente. Un’opportunità di lavoro e crescita per tanti ricercatori ed operatori. Insomma, un’occasione per realizzare davvero un sistema blu e per occupare risorse umane nel lungo periodo».

Michela Cariglia

 

Nota

La mostra del faro di Torre Canne, curata da Claudio e Manuela Masciopinto, grazie ad un video girato con un linguaggio filmico innovativo e all’antropologia marittima sta facendo il giro del mondo. L’Association of Lighthouse Keepers (alk.org.uk) ha scelto, unico in tutto il Mediterraneo, proprio il Faro di Torre Canne per far parte dell’International Lighthouse Heritage Weekend del 2020. Questo è il link al video: www.youtube.com/watch?v=AuFNDcXWITM

 

Didascalia: Claudio Masciopinto, antropologo e direttore del Museo del Faro di Torre Canne (BR).

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