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Il Pesce nr. 6, 2020

Rubrica: Attualità
Articolo di Villa R.
(Articolo di pagina 20)

La pesca al centro della Brexit

Lotta strenua sulle due sponde del Mare del Nord per un mercato che per le imprese europee vale circa 250 milioni di euro. Per alcune specie l’export verso l’UE supera l’80%

I diritti di pesca nelle acque nazionali all’interno dell’UE sono legati a quote determinate negli anni ‘70, quando il Regno Unito entrò a far parte dell’allora Comunità Economica Europea e furono attribuiti ad altri Paesi diritti nelle sue acque nazionali. Nel corso degli anni ‘80, e soprattutto dei ‘90, alcuni soggetti economici britannici vendettero i loro diritti ad operatori stranieri. Questa situazione ha condotto all’attuale stato per cui nel 2019, secondo i dati diffusi dalla BBC ed elaborati dalla New Economics Foundation, più della metà del valore delle quote dell’Inghilterra (160 milioni di sterline sui 293 milioni totali) erano in mano a soggetti di altre nazioni, lo stesso per il Galles, nonostante il valore assai esiguo (1,4 milioni di sterline sugli 1,7 milioni totali); più favorevole ai pescatori locali la situazione in Scozia (solo 24 milioni di sterline sui 523 milioni totali) e nell’Irlanda del Nord (1,2 milioni di sterline sui 72,5 milioni totali).

Si capisce quindi come siano in particolare i pescatori inglesi i più agguerriti nel richiedere al governo di Boris Johnson di lottare affinché con l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea i diritti di pesca ritornino nelle mani di operatori economici con sede sull’isola. Da un lato le argomentazioni dei Paesi europei si battono sul fatto che alcune specie pescate, se lasciate ai Britannici, rischierebbero di non essere adeguatamente valorizzate: le aringhe, ad esempio, vengono pescate da Olandesi e Danesi che le vendono come tali o trasformano in farine di pesce per l’acquacoltura e la zootecnia, mentre nel Regno Unito non sono apprezzate dai consumatori.

Johannes Palsson, Amministratore delegato della danese FF Skagen, uno dei più grandi produttori mondiali di farine e oli di pesce, provocatoriamente afferma in un’intervista alla BBC che «gli Inglesi dovrebbero imparare a mangiare molte aringhe» se non sono in grado di venderle al di fuori dei propri confini. Nell’ambito delle complesse trattative per la Brexit, la posta in gioco sullo sfruttamento delle acque risulta assai piccola in termini economici — come visto sopra raggiunge a malapena i 250 milioni di euro in valore —, tuttavia alcuni Paesi, Francia e Spagna in primis, non intendono rinunciare allo status quo e descrivono l’accordo sulle acque britanniche come una pre-condizione per un accordo di libero scambio tra le due entità un tempo unite. D’altra parte i fautori della Brexit di area governativa, i quali hanno fatto passare a larga maggioranza alla Camera dei Comuni una nuova legge sulla pesca, sostengono che questo nuovo provvedimento mira a «riprendere sotto controllo le nostre acque, dando la possibilità al Regno Unito di creare un’industria della pesca sostenibile e profittevole, assicurando al contempo la salute a lungo termine delle imprese nazionali. Lasciare le fallimentari politiche sulla pesca dell’Unione è uno dei maggiori vantaggi della Brexit, ciò significa che possiamo creare un sistema più equo» (Theresa Villiers, Ministro dell’ambiente, gennaio 2020).

Le associazioni ambientaliste britanniche in ottobre hanno proposto emendamenti alla nuova legge volti ad introdurre misure che rendano la pesca nelle acque nazionali meno impattante, come impedire nelle aree marine protette l’attività ai grandi pescherecci che operano con reti a strascico oppure stabilire delle quote che tengano conto dei limiti consigliati dalla comunità scientifica, tuttavia sono stati bocciati.

Ora il Governo di Londra vorrebbe far passare lo stesso tipo di accordo che l’Unione Europea ha con la Norvegia — con la quale le quote vengono decise sulla base della percentuale di ogni specie ittica all’interno delle acque di pertinenza nazionale — attraverso una rinegoziazione annuale; circostanza che il capo negoziatore per la Brexit dell’Unione, Michel Barnier, ha definito improponibile per la complessità di dover gestire ogni anno i diritti di pesca su decine di specie (se ne stimano fino a cento), mentre con la Norvegia non arrivano alla dozzina.

Meno dello 0,1% del PIL del Regno Unito, ma la carica emotiva è alta tra i fautori della Brexit. Quattro quinti del pescato diretto verso l’UE.

Al di là delle posizioni più o meno moderate del Governo Johnson, durante la campagna per il referendum del 2016 i pro-Brexit hanno narrato la ripresa di sovranità delle proprie acque come una faccenda emotiva, che ha in parte smosso molti, anche non direttamente interessati al settore, a votare a favore dell’uscita dall’Unione Europea. In termini economici la pesca costituisce infatti meno dello 0,1% del prodotto interno lordo del Regno Unito, secondo l’Office for National Statistics nel 2018 il valore totale del settore ammontava a 784 milioni di sterline, un nonnulla se paragonato ai 132 miliardi di sterline del settore dei servizi finanziari, anch’essi piuttosto danneggiati dalla decisione popolare di uscire dall’Unione. Gli occupati nella pesca sono circa 12.000 con 6.000 imbarcazioni.

Uno degli ostacoli maggiori all’accordo risiede nel fatto che molte delle specie pescate nelle acque del Regno Unito sono destinate al mercato comunitario, con punte del 90% per merluzzo e aringhe e tra l’80 ed il 90% per sgombro, bivalvi e crostacei (dati 2018, fonte Marine Management Organisation).

L’assenza di un accordo di libero scambio tra i due contraenti esporrebbe i produttori locali ad una tassazione sicuramente sfavorevole rispetto alla situazione attuale, oltre a maggiori difficoltà di carattere burocratico (ispezioni veterinarie, controlli doganali) come per tutti gli alimenti freschi: al di là del senso di libertà riconquistata, rompere la corda potrebbe rivelarsi non così vantaggioso per gli orgogliosi pescatori di Sua Maestà.

Roberto Villa

 

Nota: photo © mrivserg – stock.adobe.com.

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