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Il Pesce nr. 6, 2020

Rubrica: Attualità
Articolo di Corona S.
(Articolo di pagina 32)

Rapporto Coop 2020: la pandemia come uno tsunami

Nemmeno la più fantasiosa delle menti avrebbe potuto immaginare solo un anno fa quello che sarebbe successo nell’arco di pochissimo tempo. Qualcosa di grave, in grado di modificare violentemente le nostre vite e le nostre economie. Qualcosa di più paragonabile ad un conflitto bellico che non ad una straordinaria crisi dei mercati

Con questo preambolo, Coop racconta quanto accaduto di recente a livello mondiale e le prospettive per i prossimi tempi, governate da incertezze su ogni piano, con tutte le prevedibili conseguenze del caso. Di fatto siamo di fronte alla più grande recessione dal dopoguerra. Evaporati 12.500 miliardi di dollari di Pil mondiale in un anno, 170 Paesi che subiranno una contrazione del Pil pro capite nel 2020, un ritorno alla situazione generale precedente alla pandemia, solo nel 2023, per i più pessimisti, nel 2025: questi i dati più significativi della devastazione generata dal Covid-19, al netto del disastro sul piano sanitario.

In questo scenario nefasto, il baricentro economico e geopolitico mondiale sembra destinato a spostarsi ad Oriente, verso la Cina, la Russia e le altre economie asiatiche, mentre quelle atlantiche dovranno giocoforza arrendersi alla perdita della loro centralità. Il tutto nonostante il virus, in maniera assolutamente insperata, sia stato un formidabile agente aggregatore dei 27 Paesi Membri dell’UE, ponendo la parola fine all’austerity, a cui eravamo nostro malgrado abituati, e avviando un piano di rilancio senza precedenti, di cui, è evidente, l’Italia potrà godere più di altri Paesi.

Non solo l’astio generalizzato nei confronti dell’Europa pare per il momento accantonato, ma anche l’87% dei top manager intervistati da Coop dichiara imprescindibile l’appartenenza alla UE per superare la fase attuale.

In linea con quanto già anticipato nel Rapporto Coop 2019, però, gli Italiani si confermano oggi — e non a torto — i più pessimisti d’Europa. Ne hanno ragione essendo, insieme agli Spagnoli, quelli che più di tutti registrano un significativo peggioramento delle proprie condizioni di vita rispetto allo scorso anno. E questo a dispetto delle numerose azioni messe in campo dal Governo negli ultimi mesi.

Tra gli intervistati, il 38% pensa di dover far fronte nel 2021 a seri problemi economici e, tra questi, il 60% teme di dover intaccare i propri risparmi o di essere costretto a chiedere un aiuto economico a Governo, amici, parenti e banche.

A farne le spese sono soprattutto le classi più fragili, i giovani e le donne, ma c’è anche un 17% di Italiani che prevede nel 2021 un miglioramento delle proprie condizioni economiche. Si tratta però — corre l’obbligo precisarlo — prevalentemente di uomini dell’upper class.

E per proseguire con altri nefasti numeri, ecco l’Italia delle rinunce, con l’arretramento del Pil pro capite ritornato ai livelli di metà anni ‘90 e la spesa in viaggi trascinata indietro di 45 anni, come nel 1975 o i consumi fuori casa arretrati di tre decenni. Fanno da contraltare altri dati, ugualmente impressionanti, ma per fortuna non negativi: si fa infatti spazio lo smart working con un +770% rispetto ad un anno fa e l’e-grocery con +132%; purtroppo entrambe tappe forzate in uno stile di vita e di lavoro che si è rivoluzionato in pochissimo tempo e che forse avremmo voluto raggiungere spontaneamente e per motivi diversi dalla pandemia.

Una situazione, quella che emerge, complessivamente drammatica, dove la stima è di perdere, nel 2021, 30.000 nascite, scendendo così sotto la soglia dei 400.000 nati in un anno e anticipando di quasi un decennio un ritmo della denatalità che appariva già a suo tempo fortemente preoccupante.

Gli Italiani non rinunciano solo ad avere un figlio a causa dell’emergenza sanitaria, ma anche ad altri importanti eventi della vita. Annullano o rinviano così matrimoni, trasferimenti, acquisti di case e aperture di nuove attività: condizionamenti che hanno riguardato in totale l’84% di Italiani.

Le disuguaglianze economiche viaggiano di pari passo con i disagi psichici e sociali a svantaggio delle fasce deboli: i ragazzi iperconnessi per i quali è maggiore il rischio hikikomori salgono nei primi sei mesi dell’anno di un +250% fino a toccare quota 1 milione. Un altro dato per tutti: +119% le chiamate al numero antiviolenza di genere da marzo a giugno. Gli spostamenti diventano di corto raggio e la casa il luogo che più rassicura. Il 41% degli intervistati prevede di ridurre la spesa in ristoranti per il prossimo anno e il 44% per intrattenimenti vari fuori casa. Il tutto già prima dell’approvazione dei Dpcm di ottobre. Gli amici o i parenti si incontrano dunque tra le mura domestiche, più rassicuranti e certamente meno onerose.

Nel frattempo, 3,5 milioni di Italiani durante il lockdown o subito dopo hanno acquistato un animale da compagnia e 4,3 milioni pensano di farlo prossimamente.

Per il resto, la vita sociale è dominata dalla solitudine, con gli Italiani sempre più interessati ai social che alla vita reale e alla tv ma con contenuti on demand.

I nostri connazionali interessati dalla ricerca Coop si preparano alla nuova normalità post-covid e nelle intenzioni di spesa per il 2021 privilegiano i consumi legati alla salute e all’ambiente domestico. In netta riduzione, invece, le spese per il tempo libero e l’outdoor.

Nel complesso, un terzo prevede di ridurre i propri consumi, ma l’alimentare è tra i pochissimi settori che verranno colpiti solo parzialmente da questo sacrificio collettivo. È però bene precisare che il discorso è ampio e complesso.

La pandemia ha rinnovato la centralità del cibo nel Belpaese. Durante il lockdown, la sua preparazione e il suo consumo hanno rafforzato il ruolo di benessere individuale e collettivo anche nelle nuove generazioni che ne erano, negli ultimi anni, le meno affascinate. Non solo se ne è riscoperta l’importanza in ogni suo aspetto, ma le tavole sono tornate ad essere l’altare della ritrovata unità familiare, del territorio, della storia e della memoria dell’Italia e delle regioni.

Guardando dentro al carrello, come era prevedibile, si nota però una straordinaria inversione di tendenza rispetto alla fotografia scattata appena un anno fa dalla stessa Coop, in cui era evidente una fuga dai fornelli, un fenomeno che continuava in progressione costante tanto da dimezzare in 20 anni il tempo passato a cucinare. La pandemia ha invertito la rotta e oggi giustifica la forte crescita nelle vendite degli ingredienti base (+28,5% in Gdo su base annua) a fronte della contrazione dei piatti pronti (–2,2%).

Un altro segnale importante è l’aumento della domanda dei robot da cucina, che a giugno ha registrato un +111%, rispetto all’anno prima. L’amore degli Italiani per la gastronomia ha una storia importante alle spalle, ma stavolta è anche dovuta alla volontà di “mangiare cose salutari” — lo dice un Italiano su 3 — e serve anche per mettersi al riparo da possibili occasioni di contagio (il 16% degli intervistati).

E, pur con le dovute rinunce, l’attenzione verso la qualità, la territorialità e la sostenibilità da parte dei connazionali restano un faro nelle scelte di fronte allo scaffale: il 27% acquista infatti prodotti sostenibili/ecofriendly di più rispetto a prima dell’arrivo del Covid-19. Francesi e Spagnoli seguono distanziati con un 18% in percentuale.

Il 21% ha aumentato gli acquisti in punti vendita che promuovono prodotti sostenibili (contro un 17% degli Americani e un 15% dei Tedeschi) e il 20% acquista di più da aziende che operano nel rispetto dei lavoratori. Degno di considerazione  anche quel 1.700.000 di Italiani che sperimenterà gli acquisti green, per la prima volta, a emergenza finita.

Un connazionale su 2 guarda alla provenienza del prodotto privilegiando quello locale più di quanto non facesse prima del lockdown.

Anche la sostenibilità, nella sua declinazione più ampia, esce rafforzata dalla pandemia, così come ne esce rafforzato il green in generale, che gli Italiani  dichiarano di richiamare nella quotidianità in modelli di consumo e di comportamento. Il tutto in linea con la nuova politica europea che dal Green New Deal al Farm to Fork, chiama a raccolta società e individui verso la necessità di cambiare vita nel rispetto dell’ambiente e non solo.

Aumenta la corsa all’e-food, con anche soluzioni miste come il clic & collect, che passa dal 7,2% delle vendite nel 2019 al 15,6% nei primi mesi del 2020. E c’è anche chi (42%) ritiene comunque importante il consiglio del negoziante/addetto al banco, a riprova che la parola chiave sia sempre più la multicanalità.

A costituire un deterrente è il caro prezzo dell’on-line: +25% rispetto al carrello fisico (marzo-giugno 2020).

Un divario di prezzo diminuito rispetto al 2019, quando si attestava su un +35%, ma comunque tale da far sì che la spesa digitale sia un’abitudine diffusa tra le famiglie con redditi medio alti: la quota di acquirenti e-grocery passa dal 39% dei ceti popolari, al 53% della upper class. E sarà ancora quest’ultima a trainare la domanda nel futuro prossimo (lo dichiara il 43%).

Sempre per questioni di sicurezza, nell’estate appena trascorsa abbiamo assistito ad una vera e propria rivincita del food confezionato, che cresce ad un ritmo più che doppio rispetto all’intero comparto alimentare se paragonato a un anno fa: +2,3% contro +0,5% (giugno-metà agosto 2020). Il packaging protettivo e avvolgente sembra in questo caso fare la differenza in tutti i comparti, ortofrutta e persino salumi e latticini. Mentre guardando i carrelli sempre nell’estate 2020, riacquistano forza il gourmet (+16,9%), l’etnico (+15,4%) e il vegan (+6,9%).

In controtendenza rispetto al passato, ma anche rispetto al resto d’Europa, gli Italiani rinnovano il loro amore per il cibo e dichiarano di non voler risparmiare in quest’ambito. Solo un Italiano su cinque prevede un downgrade degli acquisti.

L’orientamento è però, come anticipato, verso il fai da te a danno del ready to eat e delle marche premium. Coloro che infatti dichiarano di dover/voler ridurre gli acquisti in alimentari, rinunceranno principalmente a piatti pronti (28%) e marche premium (23%).

L’homemade non è solo un modo per impiegare il tempo, ma anche una modalità per presidiare la sicurezza sanitaria del cibo in un momento di diffusa paura del contagio.

Da questo punto di vista, offre ampie garanzie anche il prodotto italiano, perché incarna la sicurezza della nostra rigorosa disciplina in materia, ma anche il fatto che il cibo non abbia subito ampi spostamenti e numerosi passaggi di mano, ritenuti fattori di rischio.

In questo sono anche d’aiuto i food influencers — che in questa fase storica di certo non mancano — ma c’è anche un 42% di consumatori che si affida al consiglio del negoziante o dell’addetto al banco, alla ricerca forse anche di un contatto umano, che avevamo visto tramontare negli ultimi anni, presi da ritmi di vita frenetici e da una diffidenza diffusa, soprattutto nei grandi centri urbani.

L’alternativa alla serata in ristorante o alla pausa pranzo fuori ufficio è divenuta il food delivery, che vive un momento florido e destinato a consolidarsi nel tempo. Il trend positivo che si era avuto durante la pandemia non accenna a diminuire con l’allentarsi delle restrizioni, come se quell’abitudine, vuoi per la paura dei contagi, vuoi per pigrizia, fosse rimasta e si fosse rafforzata.

È pari a 706 milioni di euro il giro d’affari del food delivery nel 2020 e, non a caso, il 92% dei manager italiani intervistati da Coop prevede un rafforzamento del meal delivery nei prossimi anni.

Si tratta, tra l’altro, di un segmento in cui l’offerta è sempre più ampia e racchiude in sé prodotti di ogni tipologia, dal tradizionale all’innovativo, dal locale al green e molto altro ancora. È tutto quello che oggi gli Italiani chiedono, che bussa alla propria porta, con estrema comodità e sicurezza. Si delinea per il futuro prossimo uno stile alimentare misto dove regnano il fatto da sé, il salutare, il sostenibile, a cui si affiancheranno cibi con packaging a basso impatto ambientale, consegne a domicilio e discount.

Una miscela complessa e bizzarra da decifrare, sintesi tra nuove esigenze e vecchie tradizioni, che il consumatore considera parte integrante di un più ampio contenitore di benessere della persona.

Sebastiano Corona

 

Didascalia: la pandemia ha rinnovato la centralità del cibo nel Belpaese. Durante il lockdown, la sua preparazione e il suo consumo hanno rafforzato il ruolo di benessere individuale e collettivo anche nelle nuove generazioni che ne erano, negli ultimi anni, le meno affascinate (photo © Rawpixel.com – stock.adobe.com).

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