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Il Pesce nr. 6, 2020

Rubrica: Storia e cultura
Articolo di Dell’Agnello M.
(Articolo di pagina 160)

La pesca in Arno

Mi è recentemente capitato di riprendere in mano e approfondire un lavoro sulla Comunità piscatoria di Ugnano e Mantignano (1), due piccoli borghi in riva all’Arno, alle porte di Firenze. In occasione dei 50 anni dall’alluvione, la raccolta di varie fonti orali produsse un video sulle storie di pesca di questa gente di riviera, che parlava di un “Arno buono”, in grado di fornire, proprio con la pesca, il sussidio alimentare a diverse famiglie fiorentine. Le radici della pesca in Arno risalgono molto lontano nel tempo e si intersecano con storie che riguardano comunità, abbazie, mercati e persone che, grazie al loro ingegno e fantasia, ma soprattutto tanto lavoro, hanno portato avanti il rapporto col fiume, creando una tradizione che è rimasta attiva fino alla metà del secolo scorso.

Ad accompagnare il racconto (2), con particolare riferimento agli anni ‘50, ho chiamato Roberto Fiordiponti, un illustratore che si è interessato a suo modo di pesca, ricostruendone, con i suoi preziosi disegni, le atmosfere e gli strumenti di cattura.

Per raccontare la storia di questa comunità però si deve partire da Amato Saccardi (1864-1956), un pescatore che abitava in Via di Ugnano, sulle sponde dell’Arno. Amato aveva un barchino da fiume ed era famoso per essere un pescatore di giacchio, una rete rotonda che ha una fila di piombi sul bordo ed una corda legata al centro per issarlo. Si tratta di un sistema di cattura antico ma efficace, soprattutto per i bassi fondali sia in acque dolci che marine. È una rete che lavora “in calata” perché, a seguito del lancio e della sua apertura, cala sul fondo come un ombrello, catturando il pesce che vi rimane intrappolato. Saccardi usciva col suo barchino, da dove lo lanciava, ma, dato che in certi momenti l’Arno doveva essere basso, il lancio poteva essere fatto anche nelle pozze lungo il fiume, procedendo a piedi nell’acqua. La cattura era certa, se ovviamente il pesce era presente, ma c’è da scommettere che Amato conoscesse, da uomo di fiume, i posti dove effettuare lanci più fruttuosi. Questo tipo si pesca è documentato in Arno fin dal 1500 da Jan Van der Straet (detto Giovanni Stradano), pittore belga che raffigurò nelle Venationes, un catalogo di catture di animali selvatici, che riporta proprio nel tratto fiorentino del fiume, l’uso del giacchio.

Rimanendo in tema di rete, lo Stradano raffigura anche un altro strumento ci cattura: la bilancia. Questa lavorava in senso opposto al giacchio, catturando cioè gli animali “in sollevata”. Le dimensioni erano varie, a volte anche notevoli. Anche Saccardi avrà sicuramente avuto la sua bilancia con i suoi quattro bracci di ferro, robusti ma elastici, detti staggi. Il suo uso poteva essere effettuato dalla barca, ma anche da riva, magari con una lunga e robusta canna di bambù. La bilancia era diffusa anche in altre zone del fiume, soprattutto alle foci. Fiordiponti ha raccolto l’impiego di questi strumenti di cattura in Val di Cornia, dove, date le dimensioni, il sollevamento della rete era assicurato da grossi argani o motori elettrici.

Sempre in tema di reti non possiamo non ricordare tramagli, tratte, sciabiche e sciabichelli. Questi ultimi, in particolare, sono ampiamente rappresentati già nel 1500 dallo Stradano.

La sciabica è una cattura attiva che consiste nel distendere la rete verticalmente grazie ad una fila di piombi in basso ed una di galleggianti in alto. Con l’aiuto di due pali laterali o corde, si sposta la rete orizzontalmente, cercando di formare una specie di sacca che viene tirata verso la riva, raccogliendo così il pescato. Naturalmente questa tecnica si eseguiva dove l’acqua era un po’ più alta. Saccardi avrebbe potuto fissare un lato della rete alla riva del fiume ad un palo e con la barca essersi aiutato a distendere la parte restante, in modo da circondare un vasto tratto di acqua, per poi tirarla a riva da due posizioni distinte (Fiordiponti ha anche rappresentato la tecnica per la sciabica da mare. In quel caso la rete era di grandi dimensioni, la barca poteva portarla anche a centinaia di metri dalla costa e poi a braccia i pescatori tiravano a riva in simultanea le due corde, facendo procedere la sciabica con regolarità. La grande sacca giungeva a riva catturando gli animali che si trovavano in quel tratto di mare).

La sciabica era molto faticosa da utilizzare e anche dalle memorie dei pescatori raccolte si percepisce tutta l’impegno che comportava il suo utilizzo. Per ridurre lo sforzo si poteva utilizzare una speciale bretella chiamata “nottolo” che consentiva di utilizzare anche il peso del corpo, compensando lo sforzo delle braccia.

Diverso era l’uso del tramaglio o tremaglio, un attrezzo da posta formato da tre strati di rete che cattura passivamente i pesci perché vi rimangono letteralmente “intrappolati”. I due strati esterni sono a maglie molto larghe, quello interno invece ha piccole maglie e filo più sottile. Il pesce entrato nel primo strato rimane intrappolato in quello centrale e quindi viene catturato.

Il tramaglio è una rete molto diffusa lungo la costa toscana nella piccola pesca artigianale. Il suo uso in Arno è documentato da una foto relativa a Renato Pieri (classe 1900), altro pescatore fiorentino che abitava in Via dell’Isolotto, lungo l’Arno, e che gestiva negli anni ‘50 la passerella di legno che serviva per attraversare il fiume in direzione Cascine.

Altri strumenti di cattura erano le nasse, trappole di varia forma e di vari materiali ma con una comune caratteristica: un cono che invita il pesce ad entrare in una camera attratto da un’esca, ma che non gli consente di ritornare indietro, facendolo rimanere intrappolato. Le nasse venivano caricate sulla barca e collocate in zone con acqua più alta, posate in cattura e recuperate nell’arco di 1-2 giorni. Le nasse di cui disponevano i pescatori d’Arno erano probabilmente costruite con canne, materiale abbondante nella zona, facendo attenzione all’imboccatura che, con pezzetti di canna appositamente tagliati e sistemati, andavano a completare l’efficienza della trappola. Le nasse venivano messe in opera con l’aiuto della barca, collocandole dove la profondità del fiume assicurava la loro completa immersione. Venivano legate a pali di legno o assicurate a pesi che le trascinavano sul fondo, evidenziando il punto di superficie con opportuni galleggianti di sughero.

Altra trappola con cui si catturava una vera prelibatezza d’Arno, l’anguilla, era la mazzacchera. Questa prevedeva una tecnica particolare con una speciale preparazione. Ci si doveva procurare un certo numero di lombrichi di terra di cui le anguille sono ghiotte, e con essi si doveva preparare l’esca, costituita da una specie di palla di vermi legati assieme con ago e filo (Fiordiponti ha raffigurato la posa in opera della mazzacchera con l’utilizzo di un ombrello da pastori, di quelli cerati di colore verde). Quindi si doveva trovare un sito opportuno, presso la riva, dove mettere in “caccia“ la trappola, utilizzando una canna di bambù a cui era legata l’esca. L’anguilla è un pesce voracissimo che aspira il cibo che le si presenta di fronte. Così, rimanendo attaccata al gomitolo di lombrichi, veniva sollevata e posta nell’ombrello, disposto aperto sulla superficie dell’acqua e tenuto per il manico da un piccolo bastone.

Un posto speciale fra le tecniche di cattura spetta ovviamente alla canna, diffusa allora come oggi. In particolare, alcuni pescatori Ugnanesi si erano specializzati nella pesca a mosca.

È interessante notare che l’attrezzo di pesca veniva costruito dallo stesso pescatore utilizzando la canna comune di fiume che andava stagionata per renderla resistente, raddrizzata riscaldandola e scomposta in singoli pezzi, ciascuno con il proprio innesto di ottone per ottenere la lunghezza necessaria. Importante era la parte apicale che invece era costituita da canna di bambù che conferiva una certa elasticità allo strumento, utile in fase di lancio e di recupero. Una tecnica di cattura particolare era anche quella della fiocina, specialmente nella variante aggiunta al frugnolo, perché avveniva di notte. Il frugnolo era una lampada a carburo che consentiva di far luce lungo il fiume. La pesca con la fiocina ed il frugnolo si eseguiva nella Greve, affluente di sinistra dell’Arno. Le catture interessavano soprattutto i barbi, pesci molto apprezzati per dimensioni e qualità. Talvolta la cattura di notte interessava anche le rane, oggi una prelibatezza per taluni, allora una preziosa fonte di cibo. Naturalmente non si era inventato niente di nuovo perché sempre lo Stradano, già a metà ‘500 documentava questa tecnica, raffigurandola in uno dei sui disegni. Con quale strumento riuscissero a fare la luce, non è certo semplice saperlo. Probabilmente utilizzavano il fuoco, magari anche con la luce di una candela potenziata col gioco degli specchi concavi. Certo è che conoscevano già la caratteristica del pesce di ipnotizzarsi di fronte ad una fonte luminosa, rendendo più facile la sua cattura.

Ma quali pesci si catturavano in Arno? Carpe, barbi, tinche, lasche e poi alborelle ed anguille, animali di diverso valore commerciale e diversi prezzi di vendita. Per questo gli animali dovevano essere raggruppati per specie e conservati vivi, ma separati in apposite vasche che erano oggetto che frequenti ricambi idrici giornalieri. In questo modo il pesce veniva venduto vivo, quindi freschissimo, e nel momento che si riteneva più opportuno, anche se poteva essere stato pescato qualche giorno prima.

Anche la vendita aveva modalità speciali. I pesci vivi erano messi in zucche piene d’acqua utilizzate come contenitori e portati al mercato di Firenze con la bicicletta dallo stesso pescatore. Si racconta come, attraversando l’Isolotto, le richieste di pesce fossero talmente numerose che il più delle volte veniva terminato prima ancora di giungere a Ponte alla Vittoria senza nemmeno raggiungere la città. Questo lavoro alla ricerca degli strumenti di cattura utilizzati in Arno ha contribuito a ricostruire un periodo a noi più vicino, che evidenza i legami tra i territori dell’entroterra e della costa e che proprio nel comune utilizzo degli stessi strumenti di cattura fa ipotizzare legami che non erano solo commerciali, ma che evidentemente interessavano anche i “saperi di pesca” e le relative tecniche alieutiche.

Maurizio Dell’Agnello

 

Nota

  1. Maurizio Dell’Agnello (2016), La comunità agricolo piscatoria di Ugnano e Mantignano. I sistemi di cattura e di vendita dei prodotti ittici dell’Arno nella storia di breve e lungo periodo; il video è disponibile on-line all’indirizzo: youtu.be/8KKAdD566Qo
  2. Roberto Fiordiponti ha collaborato con Maurizio Dell’Agnello alla raffigurazione degli strumenti di cattura utilizzati dai pescatori fiorentini nel fiume Arno per la realizzazione del video La comunità agricolo piscatoria di Ugnano e Mantignano e dell’approfondimento sull’argomento nel video 4 chiacchiere in privata libertà al tempo del Coronavirus, disponibile on-line all’indirizzo: youtu.be/MZwBX7RjmN4

 

Didascalia: Venationes ferarum, avium, piscium, Pugnae bestiariorum & mutuae bestiarum, depictae a Ioanne Stradano (Jan van der Straet), editae a Philippus Gallaeus, 1578; pesca in Arno con la bilancia (photo © Libreria Antiquaria Gonnelli, www.gonnelli.it). 

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