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Il Pesce nr. 5, 2020

Rubrica: Osservatorio internazionale
Articolo di Baverez Blanco J.
(Articolo di pagina 102)

Vivaio del Mediterraneo, le isole Kerkennah

Vorrei che un mio ricordo possa divenire un vostro progetto, la scoperta delle isole Kerkennah in Tunisia. Ci troviamo in un piccolo arcipelago di 14 isole di varie dimensioni, in tutto 160 km2, nel golfo di Gabès, di fronte a Sfax, ma ben lontani dalle Tunisia turistica. Sono abitate le due isole principali, Cherghi e Gharbi, per un totale di 14.000 abitanti, la cui attività principale è la pesca del polpo.

Nei villaggi dei pescatori sembra che il tempo si sia fermato... Vittime dei cambiamenti climatici, queste isole pianeggianti battute da forti venti sahariani e schiacciate dal caldo secco tendono alla desertificazione e il livello del mare si alza con la temperatura.

Un altro danno proviene invece purtroppo dall’uomo, che distrugge gli equilibri naturale per il proprio profitto: le Kerkennah sono considerate come il “vivaio del Mediterraneo” per la quantità di posidonie che permettono ai pesci di riprodursi in tutta tranquillità. Purtroppo la pesca illegale al traino danneggia questa vegetazione sommersa e sono evidenti le conseguenze!

L’emblema dell’arcipelago è la palma da dattero, che viene poco a poco sostituita senza rimorso dall’olivo, cultura più redditizia.

Foglie di palma, erba alfa alfa e terracotta sono i materiali tradizionali con i quali gli abitanti hanno da sempre fabbricato gli strumenti di pesca, mentre le nuove generazioni hanno introdotto la plastica.

Il simbolo della pesca artigianale sull’isola, la “charfia”, non è altro che un labirinto fisso costruito allineando migliaia di foglie di palma in modo tale da indirizzare i pesci verso le camere di cattura. Sembra che la carne del pesce così intrappolato, senza subire traumi fisici ma che aspetta tranquillamente che il pescatore lo venga a “liberare”, sia particolarmente delicata.

Il sistema di gestione delle charfie è unico nell’ambito marittimo arabo-musulmano, essendo le famiglie dell’isola proprietarie di parcelle di mare adibite alla loro installazione; proprietà che passa da generazione a generazione.

Le charfie tradizionali sono rinnovate ogni anno nel rispetto del periodo di riposo biologico necessario per la riproduzione dei pesci mentre quelle moderne, in rete di plastica, rimangono strutture fisse per tre anni e poi sono abbandonate in mare.

Sempre con le foglie di palma si intrecciano le nasse, drina, trappola a doppio cono in cui pesci e polpi entrano senza poi poter uscire, come si vedono anche nella vicina Sicilia.

Altro strumento tradizionale sono le gargoulettes: anfore in terracotta, concepite inizialmente per contenere acqua e vino, che diventano ottime trappole per i polpi, immerse nel mare con un’esca, nei luoghi prediletti di questo cefalopode, tra settembre e dicembre, maggio e luglio. L’uso di questi orci perforati tipici delle coste tunisine si è diffuso nel Nord Africa e lo ritroviamo persino in Europa e in Sud America.

Nel 2017 è nato, con Slow Food, su iniziativa di 5 pescatori, un Presidio sui metodi tradizionali di pesca delle isole per confermare il sistema di gestione comune delle risorse. Per sensibilizzare le persone, sottolineare l’importanza di preservare la pesca artigianale e dare valore alla gastronomia locale, la comunità dei pescatori di Ouled Ezzedine organizza d’estate il Festival della charfia. Gli uomini allineano i labirinti con le foglie di palma mentre le donne cucinano l’ottimo cous cous d’orzo col tenerissimo polpo e l’immancabile zuppa di pesci. Si assiste ad una perfetta integrazione della pesca con l’agricoltura, ma per quanto tempo ancora? Il bestiame si riduce a capre e pollame. Il perno dell’ecosistema dell’isola rimane la cultura delle palme che purtroppo, come dicevo, viene poco a poco sostituita dall’olivo.

Se sulla terra le usanze stanno cambiando con le nuove generazioni, sottacqua va diversamente e ci vorrà, ce lo auguriamo, molto tempo per eliminare uno dei maggiori rappresentanti di quelle isole, il polpo. Chi dice Kerkennah pensa in effetti ai polpi ed è per loro che siamo andati alla scoperta di questo arcipelago sabbioso.

Non si trattava tanto di pescarlo quanto di giocare con lui, meravigliandoci della sua intelligenza unica. Ho in mente immagini quasi commoventi nella loro autenticità e genuinità: il polpo, curioso, che si nasconde dietro un tentacolo e ci sorveglia, come i bimbi che si credono nascosti perché loro non ci vedono, giocando ad alzare e abbassare il “braccio” per sbirciarci.

Vederlo cambiare ripetutamente colore (può farlo anche 177 volte in un’ora) mentre si sposta sui fondali marini e assistere a questo mimetismo con l’ambiente circostante è uno spettacolo naturale davvero incredibile: questa capacità straordinaria di cambiare velocemente colore e trama della pelle non è utilizzata solo per sfuggire ai predatori ma anche per comunicare con i propri simili.

Il polpo riesce inoltre a vedere anche senza gli occhi e senza luce o, più esattamente, percepisce la luce in assenza di stimoli provenienti dal sistema nervoso centrale, cioè senza vedere. L’animale più intelligente del mare, tanto quasi fosse una specie aliena, sa usare la memoria; il suo grosso cervello contiene circa mezzo miliardo di neuroni, paragonabile a quello del cane, due terzi dei quali sono nei tentacoli che funzionano indipendentemente: il polpo può infatti anche perderne uno volontariamente per staccarsi dal predatore.

Quando butta fuori l’inchiostro, non è solo per oscurarsi ma anche per inibire olfatto, gusto e vista dell’aggressore. Come noi i polpi sono in grado di allenarsi e quindi di sviluppare delle doti: è tipico l’esempio dell’apertura del barattolo o di vasetti anche con chiusure di sicurezza, del tappo della bottiglia da svitare; sono capaci di utilizzare strumenti di fortuna per nascondersi e sanno orientarsi in un labirinto.

È bello anche vederli mangiare dopo aver catturato la preda che portano alla bocca con un braccio. Prediligono vivere nelle spiagge con scogliere sommerse, nelle distese fangose dove mimetizzarsi, nelle scogliere artificiali, vicino ai frangiflutti o all’imboccatura dei porti, sotto le boe o le zavorre. Li possiamo quindi scovare in acque poco profonde o anche fino a 10 metri sempre in fondali misti roccia e posidonia. Tendenzialmente aggressivi e territoriali, attaccano tutto ciò che capita a tiro... Insomma, un vero spettacolo!

Il polpo prende qualsiasi forma non avendo esoscheletro e il vederlo adattarsi a qualsiasi ambiente è affascinante. Si può facilmente trovare la sua tana scoprendo prima un vero cimitero di mitili, cozze, vongole, telline, ricci, granchi, gamberi, cannolicchi, paguri e anche pesci. In effetti, hanno abitudini alimentari frugali e ordinate e dopo aver mangiato scartano come noi gusci e lische.

Dai 500 grammi ai 10 kg (esemplari maschi), questi polpi sembrano cugini di quelli di Capo Passero, all’estremo sud della Sicilia, dove vivono i più begli esemplari dell’isola.

Misterioso e affascinante, il polpo ha sempre suscitato la nostra curiosità e simpatia. Creatura incredibilmente primitiva, se ne trova traccia prima dei dinosauri e dei primi rettili. Il più antico fossile di polpo conosciuto è conservato al Field Museum di Chicago (www.fieldmuseum.org) e ha 296 milioni di anni, periodo Carbonifero.

Per concludere, se amate il mare e i suoi abitanti, non possiamo che suggerirvi di scoprire al più presto queste isole incantevoli prima che diventino mete turistiche contaminate dalla plastica e dall’artificiosità.

Josette Baverez Blanco

 

Didascalia: quello delle Kerkennah è un piccolo arcipelago composto da 10 isole nel golfo di Gabès, davanti alla città di Sfax, in Tunisia. Chiamato “il vivaio del Mediterraneo”, grazie alla presenza di posidonie che favoriscono la riproduzione dei pesci, il golfo subisce da anni una lenta erosione. Il suo emblema è la palma da dattero, le cui foglie erano tradizionalmente utilizzate per il confezionamento degli strumenti di pesca e oggi sono state sostituite dalla plastica (photo © Institut National du Patrimoine, Tunisie, 2019).

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