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Il Pesce nr. 5, 2020

Rubrica: La pagina scientifica
Articolo di Boffo L. , Binato G. ,
(Articolo di pagina 118)

I criteri di sicurezza alimentare dei molluschi nell’evoluzione normativa nazionale e comunitaria

Parte seconda

I molluschi bivalvi sono esposti, oltre a pericoli di natura biologica (si veda la Parte I dell’articolo pubblicata su Il Pesce n. 4/20, pag. 136), anche a pericoli di natura chimica, che possono provocare in determinate condizioni gravi effetti tossici per la salute del consumatore. Non sempre, però, esiste una correlazione diretta tra l’assunzione di questi contaminanti e la comparsa delle manifestazione patologiche che possono emergere a volte tardivamente quale espressione di fenomeni di accumulo e tossicità cronica. Risulta difficile in questi casi stabilire un rapporto diretto tra causa ed effetto. Rientrano in quest’ambito sia le contaminazioni da metalli pesanti (piombo, cadmio, mercurio, arsenico, zinco) che quelle da micro-contaminanti ambientali quali ad esempio diossine (policlorodibenzodiossine – PCDD, policlorodibenzofurani – PCDF, policlorobifenili diossinosimili – PCBdl) i policlorobifenili non diossinosimili (PCBndl indicatori ICES6), gli idrocarburi policiclici aromatici (IPA), gli organostannici (OTC) e le sostanze perfluoro alchiliche (PFAS-PFOA). Quando la concentrazione di questi contaminanti risulta elevata, le manifestazioni assumono carattere acuto, per cui risulta molto più facile trovare un nesso tra causa ed effetto.

L’attività di controllo e monitoraggio delle aree di produzione dei molluschi da parte dell’autorità sanitaria competente riveste un ruolo importante di prevenzione e di tutela della salute del consumatore. Obiettivo primario è quello di individuare tutte quelle situazioni di criticità che si potrebbero determinare a seguito di inquinamenti ambientali legati al crescente impatto antropico.

Le potenziali fonti di inquinamento delle aree marino costiere e lagunari possono derivare da:

  • scarichi di acque reflue provenienti da attività industriali;
  • scarichi diretti o da pubbliche fognature di insediamenti residenziali, commerciali e civili;
  • scarichi dei depuratori presenti nell’entroterra che attraverso i fiumi e i corsi d’acqua riversano i contaminanti direttamente in mare o in laguna;
  • acque di dilavamento dei terreni agricoli e degli allevamenti che trasportano materiali inquinanti, rappresentati soprattutto da fertilizzanti organici e di sintesi, pesticidi, antiparassitari, ecc…; 
  • acque piovane che spesso risultano contaminate da residui della combustione degli autoveicoli, da polveri sottili, da sostanze oleose, ecc…;
  • ricaduta al suolo delle sostanze inquinanti presenti nell’atmosfera a seguito della pioggia;
  • aree portuali, darsene, cantieri, casoni, pontoni, pontili e capanni, se non correttamente gestiti; 
  • fiumi e i canali che sversano il loro carico inquinante in mare e in laguna;
  • scarichi di navi, imbarcazioni, motopescherecci;
  • balneazione nel periodo estivo.

L’inquinamento delle aree marine costiere e lagunari da sostanze chimiche rappresenta non solo un rischio per l’ambiente, ma può influire anche sulla vita degli organismi che le popolano, tanto più se si tratta di molluschi bivalvi filtratori, dando origine a fenomeni di accumulo, alterazioni endocrine, mutazioni e alterazioni genomiche. Anche l’uomo, se non fosse adottata una rigida attività di controllo delle aree di produzione da parte dell’autorità sanitaria, sarebbe inevitabilmente esposto a questo pericolo, attraverso la catena alimentare.

Un ruolo importante viene svolto dai centri di depurazione e spedizione che, attraverso i loro piani di autocontrollo e di campionamento, tengono costantemente monitorato il pericolo chimico.

La responsabilità è in capo all’operatore del settore alimentare (OSA), che deve garantire sui molluschi commercializzati il rispetto dei criteri di sicurezza e dei limiti di residui imposti dalla normativa. Fondamentale in questo contesto è lo scambio di informazioni e dei risultati analitici tra l’autorità sanitaria e l’OSA.

Il processo di depurazione, così come oggi viene attuato (6-12 o al massimo 24 ore) non è in grado di ridurre e tanto meno eliminare la contaminazione di tipo chimico. La sicurezza dell’assenza di contaminanti, o meglio della loro presenza all’interno dei limiti fissati dalla normativa, viene garantita con il costante monitoraggio delle aree di produzione e di raccolta dei molluschi.

In caso di positività devono essere immediatamente adottati provvedimenti restrittivi, con chiusura dell’attività di pesca negli ambiti interessati e attivato un sistema di allerta per il ritiro-richiamo dei prodotti commercializzati. In Tabella 1 sono riportati i principali pericoli di natura chimica che possono essere presenti nei molluschi bivalvi vivi.

 

I limiti imposti dalla normativa

Il riferimento normativo per i metalli pesanti è il Reg. CE n. 1881/06 e successive modifiche e integrazioni (s.m.i.), che fissa i limiti massimi di accettabilità per il mercurio, cadmio e piombo. Per gli altri elementi, allo stato attuale, la normativa non fissa limiti, anche se esistono numerosi studi scientifici che dimostrano per alcuni di essi un certo grado di tossicità. I piani di monitoraggio eseguiti nell’ultimo triennio dall’autorità sanitaria negli ambiti di raccolta dei molluschi della regione Veneto non hanno mai riscontrato valori superiori ai limiti imposti dalla normativa; mediamente i risultati analitici sono quattro-cinque volte inferiori ai limiti di legge. Questo, però, non esclude che possano determinarsi eventuali situazioni di criticità a seguito di incidenti correlati a contaminazioni ambientali. In Tabella 2 sono riportati i limiti massimi previsti per i molluschi bivalvi dal Reg/1881/2006 e s.m.i.

Per quanto riguarda le diossine e i policlorobifenili il riferimento normativo è il Reg. CE n. 1881/06 e s.m.i. (ultime modifiche Reg. CE n. 1259/11 e Reg. CE n. 835/11), che fissa i limiti per i prodotti della pesca senza un riferimento diretto ai molluschi, ma che comunque vengono applicati anche per questi (Tabella 3).

I piani di monitoraggio eseguiti negli ultimi anni dall’autorità sanitaria negli ambiti di raccolta dei molluschi della regione Veneto e i piani di controllo del prodotto commercializzato non hanno mai riscontrato valori superiori ai limiti imposti dal Reg. CE n. 1881/06 e s.m.i.

È un dato sicuramente positivo, che è espressione di una situazione ambientale favorevole delle aree di produzione. Questo però non deve indurre a diminuire l’attenzione, considerato che esistono delle aree non classificate dove il livello di contaminazione supera ampiamente i limiti imposti dalla normativa. Non a caso, l’articolo 59 del Reg. UE 2019/627 impone di vigilare perché non siano commesse “infrazioni circa l’origine, la provenienza e la destinazione dei molluschi”.

Nella regione Veneto è previsto dalla DGRV 3195 del 08 ottobre 2004 per le vongole raccolte nella laguna di Venezia un limite molto più restrittivo rispetto a quello fissato dal Reg. CE n. 1881/06 e s.m.i. (Tabella 4). Questo limite è stato imposto dalla regione per differenziare in maniera ancora più netta le aree classificate da quelle non classificate, a tutela della salute del consumatore e per valorizzare la produzione locale della laguna di Venezia rispetto ad altre aree nazionali e comunitarie. Proprio in quest’ottica nel 2017 è stato realizzato il marchio “Vongola verace di Chioggia”, con l’iscrizione della stessa nell’elenco dei prodotti tradizionali italiani.

Per gli idrocarburi policiclici aromatici (IPA) e il benzopirene il riferimento normativo è il Reg. CE n. 1881/06 e s.m.i. che fissa i limiti riportati in Tabella 5.

Il Reg. CE n. 1881/06 e s.m.i. rappresenta anche per i PCB indicatori il riferimento normativo; fissa un valore limite (somma congeneri PCBndl upperbound) di 75 ng/g su peso fresco. I PCB indicatori (PCBndl indicatori ICES6) sono rappresentati da sei congeneri che sono molto utili per valutare il livello di inquinamento ambientale: PCB28, PCB52, PCB101, PCB138, PCB153, PCB180. La loro determinazione analitica permette di stimare il livello di contaminazione globale da policlorobifenili (209 differenti congeneri a differente livello di clorurazione), in quanto rappresentativi statisticamente come prevalenza della presenza di PCB usati nel passato in miscele ad uso industriale (ad esempio Aroclor, Canfeclor) e che a causa della bassissima degradabilità e lipofilia persistono nell’ecosistema e nel biota.

Si sottolinea che nelle aree di produzione molluschi della regione Veneto gli IPA e i PCB indicatori nell’ultimo triennio sono sempre risultati nei limiti definiti dalla normativa, segnale di una situazione positiva per quanto riguarda queste tipologie di contaminazioni chimiche.

Relativamente ai radionuclidi, il riferimento normativo è il Reg. CE n. 2016/52 che fissa i livelli massimi ammissibili di radioattività per tutti gli alimenti, molluschi compresi (Tabella 6). L’attività di controllo del livello di contaminazione da radionuclidi delle aree destinate alla molluschicoltura viene svolta in prima battuta in concomitanza della fase di classificazione. Finora non sono mai state rilevate particolari situazioni di criticità con valori superiori ai limiti previsti dal Reg. CE n. 2016/52. Eventuali controlli successivi vengono svolti a seguito di incidenti nucleari o su specifiche indicazioni della Regione o del Ministero della Salute.

Gli organostannici (OTC) e le sostanze perfluoro alchiliche (PFAS-PFAS) allo stato attuale non sono oggetto di indagine nelle are di produzione di molluschi da parte dell’autorità sanitaria, né peraltro esistono limiti di legge. Va comunque sottolineato che su questi contaminanti sono stati condotti numerosi studi scientifici che hanno dimostrato la tossicità di queste molecole per i molluschi e la catena alimentare. Si ritiene pertanto che potrebbe essere molto utile un piano di monitoraggio nelle aree di produzione per valutare il livello di diffusione delle suddette molecole.

 

Il problema delle biotossine algali

Il problema delle biotossine algali nei molluschi bivalvi, e nei mitili in particolare, sta assumendo un’importanza sempre maggiori a causa dei cambiamenti climatici che hanno favorito la diffusione del plancton tossico e dei sempre più frequenti fenomeni di eutrofizzazione delle aree marine costiere legati ad una maggiore pressione antropica. In questi ultimi anni lo sviluppo della miticoltura è stato influenzato negativamente da questi fenomeni, che hanno bloccato e rallentato il mercato con pesanti ripercussioni di natura economica.

Lo sviluppo di alghe tossiche HAB (Harmful Algal Bloom) nelle aree di produzione di molluschi si ripercuote quasi sempre sull’economia locale con pesanti impatti negativi per la chiusura delle attività degli allevamenti, la riduzione dell’attività commerciale dei CDM – CSM, la perdita di posti di lavoro, l’aumento dei costi per i controlli igienico-sanitari e l’attività di campionamento…

Risulta quindi quanto mai importante attuare, per finalità di prevenzione, dei piani di monitoraggio e di studio dei fattori di sviluppo del fitoplancton tossico. In particolare, andranno valutate le situazioni climatico-ambientali che ne favoriscono lo sviluppo; inoltre, dovranno essere individuate le correlazioni che intercorrono tra le fioriture algali e la comparsa di tossine nei molluschi (Figura 1). I limiti per le biotissine algali sono definiti dal Reg. CE n. 853/04 e sono riportati in Tabella 7.

 

Valutazione del valore di incertezza dell’analisi per biotossine algali

Il Ministero della Salute, con nota prot. 0027564–P–06/07/16, ha chiarito che i laboratori ufficiali di analisi, nel fornire i risultati per la determinazione quantitativa delle biotossine marine nei molluschi bivalvi, non devono tener conto del valore di incertezza, ma comunicare il risultato tal quale indicando accanto +/– il valore dell’incertezza. Viene fatto altresì un invito alle autorità competenti, in attesa di indicazioni comunitarie, di considerare il risultato del laboratorio senza sottrarre o aggiungere tale parametro. Il Ministero ha inoltre sottolineato che compete all’autorità sanitaria, sulla base della valutazione del rischio, la decisione se aggiungere o sottrarre il valore dell’incertezza di misura al risultato finale.

Nei casi in cui vi sia un rischio per la vita o la salute o comunque permanga una situazione di incertezza sul piano scientifico, “dovrà essere applicato il principio di precauzione di cui all’art. 7 del Reg. CE n. 178/02 per una corretta gestione del rischio e attuati gli interventi volti a prevenire gli effetti negativi sulla salute del consumatore. Le misure devono essere proporzionate al pericolo”

Per contro, l’autorità sanitaria non dovrà adottare il principio di precauzione se non dispone di dati oggettivi e attendibili del potenziale rischio per la salute del consumatore. Molto utile in questo contesto è la valutazione della dinamica della tossicità e delle tendenze di sviluppo del fitoplancton (Reg. UE 2019/627).

 

Metodi di analisi

Il Reg. CE n. 853/04 e il Reg. UE 1919/627 prendono in considerazione, quale fonte di pericolo, nei molluschi bivalvi le seguenti biotossine algali:

  • PSP (Paralytic Shellfish Poisoning) è una potente biotossina idrosolubile la cui tossicità è legata alla saxitossina (STX) e alla goniautossina (GTX). Viene prodotta da dinoflagellati del genere Alexandrium, Gymnodium, da battei simbionti come Moraxella e Bacillus spp. e da Cyanophyceae. È diffusa in tutto il mondo e in Europa sono soprattutto le coste atlantiche le più esposte al pericolo. In Italia è stata confermata recentemente la sua presenza in alcune aree di produzione di mitili dell’Alto Adriatico. La PSP si rende responsabile di fenomeni di tipo paralitico; il periodo di incubazione è piuttosto breve, una o due ore dall’ingestione. Il meccanismo d’azione della tossina è legato ad un blocco dei canali del sodio a livello di membrana cellulare, con conseguente squilibrio della pompa sodio potassio. La tossina è termostabile però non in forma assoluta nel senso che temperature di 90 °-95 °C applicate per 5 minuti inattivano circa il 50% della tossicità. La sintomatologia si caratterizza per comparsa di formicolio, bruciore alle labbra, atassia, nausea, vomito, paralisi respiratoria. Il decorso della intossicazione è rapido e manifesta fin dall’inizio tutta la sua gravità. Il Reg. CE n. 853/04 e s.m.i. fissa un limite di 800 µg/kg. Metodo di analisi ufficiale: metodo di Lawrence OMA 2005.06 dell’AOAC (Allegato V, Cap. I, Reg. UE 1919/627 e Reg. UE). È consentito per le analisi anche il biotest sul topo fermo restando che ove possibile è opportuno ricorrere a metodi alternativi (art. 60 Reg. UE 1919/627) per ridurre l’uso di animali in conformità di quanto espresso dall’art. 4 della direttiva UE 2010/63. Va comunque sottolineato che in caso di contestazioni il metodo ufficiale di riferimento è quello chimico. La prova biologica ha dimostrato nel tempo una bassa affidabilità e bassa specificità; infatti nel corso del 2019 e del 2020 le Aziende ULSS della Regione Veneto hanno adottato una serie di provvedimenti restrittivi con chiusure di ambiti lagunari e marini a seguito del riscontro di positività (n. 9) con la prova biologica che però poi non hanno trovato conferma con la prova chimica eseguita presso il centro di referenza di Cesenatico. Alla luce di questi risultati, è opportuno valutare attentamente se abbia ancora significato eseguire questa metodica analitica viste le ripercussioni negative che si determinano su tutta la filiera produttiva;
  • ASP definita anche “Amnesic Shellfish Poisoning” è una tossina idrosolubile, termostabile, la cui tossicità è legata all’acido domoico. Si sviluppa a seguito di bloom algali del genere Chondria (maree rosse) e da diatomee del genere Pseudo-nitzschia, specie, Austrialis, Seriata, Delicatissima, Pseudolicatissima. Le manifestazioni cliniche a seguito dell’ingestione sono caratterizzate da perdita della memoria e disturbi gastroenterici con crampi addominali, nausea, vomito e diarrea. La normativa fissa un limite di 20 mg/kg di acido domoico. Questa tossina è diffusa nelle acque costiere del nord Europa. Va sottolineato però che nel corso dell’attività di monitoraggio del 2018 da parte dei servizi veterinari delle AULSS territorialmente competenti della Regione Veneto sono state riscontrate nelle vongole raccolte nella laguna di Venezia modesti valori di acido domoico (< 2 mg/kg). Questo rappresenta sicuramente un campanello d’allarme che deve indurre a mantenere alta l’attenzione per questo pericolo. Metodo ufficiale di analisi: cromatografia liquida ad alta prestazione con rilevatore UV (Allegato V, Cap. II, Reg. UE 1919/627);
  • DSP, definita anche “Diarrhetic shellfish poisoning”, comprende un gruppo di tossine liposolubili tra cui l’acido okadaico e i suoi derivati dinophysotossine. Sono prodotte da dinoflagellati quali Dinophysis e Prorocentrum. Numerosi sono i casi segnalati in Italia soprattutto nei mitili. Nell’uomo le manifestazioni tossiche sono di tipo gastroenterico. Il periodo di incubazione varia da 30 minuti a 7 ore. La tossina agisce a livello dell’epitelio intestinale provocando uno stato infiammatorio ed erosivo. Nei molluschi la tossina si accumula a livello dell’epatopancreas. Sempre a questo gruppo fanno parte anche le pectenotossine che si formano a seguito della presenza nelle acque di dinoflagellati quali il Dinophysis fortii, il Dinophysis acuta, Gonyaulax grindleyi, Gonyaulax poliedra, Prorocentrum micans. Il Reg. CE n. 853/04 fissa un limite per queste tossine di 160 µg di equivalente acido okadaico/kg. Metodo ufficiale di analisi: cromatografia liquida- spettrometria di massa (Allegato V, Cap. III, Reg. UE 1919/627). Le yessotossine sono liposolubili e hanno dimostrato azione cardiotossica nel topo, mentre nell’uomo i dati non sono ancora certi. Sembra possano provocare effetti gastroenterici. La loro comparsa è legata a fioriture algali da Gonyaulax grindleyi. Il Reg. CE n. 853/04 e successive modifiche fissa un limite per queste tossine di 3,75 mg/kg di equivalente yessotossine;
  • Azaspiracid (AZO) è una tossina liposolubile e termostabile che ha effetti gastroenterici nell’uomo. Al contrario delle altre tossine che in genere sono localizzate nell’epatopancreas questa è distribuita nell’intero corpo del mollusco. Il limite è di 160 µg di equivalente azospiracido/kg.

In Tabella 8 vengono riportati tutti i casi di positività per biotossine algali che sono stati riscontrati nei mitili allevati nella Regione Veneto nel corso del 2019 con i relativi periodi di chiusura degli ambiti interessati a seguito dell’emanazione delle ordinanze sanitarie. Da un’analisi dei dati emerge che sono particolarmente diffuse sia le biotossine algali idrosolubili PSP che quelle liposolubili DSP. Il danno economico che ne è derivato per gli allevatori è stato particolarmente pesante, anche in considerazione del fatto che il periodo di chiusura ha coinciso con la fase più produttiva e commercialmente più vantaggiosa. Molte cooperative sono state costrette a ridimensionare la loro attività.

 

Un pericolo emergente per il consumatore: la biotossina algale TTX

La TTX o tetradotossina, conosciuta soprattutto per la sua presenza nel pesce palla e più in generale nei Tetraodontiformes, ha fatto recentemente la sua comparsa anche nei molluschi bivalvi, nei gasteropodi, nelle lumache di mare e in molti altri animali marini. Il fenomeno sembra essere legato ai cambiamenti climatici e al riscaldamento delle acque dei nostri mari. I primi isolamenti in Europa di questa tossina nei molluschi sono stati fatti nel 2014 nel Regno Unito. Successivamente, è stata riscontrata nelle cozze e nelle ostriche in Grecia, Olanda e Spagna. Nel corso del primo semestre 2020 anche nelle aree di produzione di molluschi del Veneto (quattro ambiti lagunari) ci sono state segnalazioni della comparsa della TTX nei mitili e nelle vongole con valori ricompresi tra 36 e 448 µg/kg. Sembra ormai dimostrato che la produzione di questa neurotossina sia correlata alla presenza di alcune specie batteriche nell’ospite quali il Vibrio, lo Pseudomonas, l’Alteromonas e il Bacillus. Un ruolo importante sembrano avere anche le fioriture algali da Prorocentrum minutum. Da un punto di vista clinico l’intossicazione, quasi sempre grave, si manifesta con parestesie, formicolio, atassia locomotoria, vomito, difficoltà respiratoria, insufficienza cardiaca e spesso morte. Il meccanismo d’azione è molto simile alle biotossine algali PSP: si ha un blocco dei canali del sodio con interruzione della trasmissione neurale. La TTX è stabile al calore pertanto la cottura dell’alimento non attenua la tossicità. Nel 2018 l’EFSA ha fornito un parere scientifico relativamente alla concentrazione massima ammissibile di TTX nei molluschi bivalvi; valori superiori ai 44 µg di TTX equivalente/kg di carne di mollusco possono rappresentare un rischio per il consumatore. I Paesi Bassi hanno adottato questo limite e in caso di superamento del valore chiudono le aree di produzione. Il metodo di analisi più rispondente è quello chimico LC-MS/MS perché consente non solo la identificazione, ma anche la quantificazione della TTX.

 

Il monitoraggio delle biotossine algali e del plancton tossico nelle aree di produzione secondo quanto previsto dal Reg. UE n. 2019/627

L’art. 57 del Reg. UE n. 2019/627 stabilisce che nelle aree di produzione classificate sia svolta da parte dell’autorità sanitaria una costante attività di monitoraggio per rilevare la presenza di plancton tossico nelle acque e di biotossine algali nei molluschi. Il piano di campionamento deve prevedere:

  • analisi periodiche delle acque di produzione per individuare eventuale plancton tossico. I campioni devono essere rappresentativi dell’intera colonna d’acqua (art. 61 del Reg. UE n. 2019/627 comma 7). Nelle situazioni di criticità si procede a un campionamento intensivo o alla chiusura dell’area interessata. La decisione compete all’Azienda Ulss sulla base della valutazione del rischio. Allo stato attuale non è ancora stata definita la frequenza del campionamento però sarebbe auspicabile che venisse a coincidere con quella dei molluschi anche per valutare eventuali correlazioni tra i due parametri;
  • analisi settimanali dei molluschi bivalvi durante i periodi di raccolta, per individuare la presenza di biotossine algali. La frequenza può essere ridotta o aumentata in base alla valutazione del rischio. Qualora sia noto il tasso di accumulo di tossine nelle diverse specie di molluschi presenti in una determinata area può essere scelta la specie “indicatore” art. 61 del Reg. UE n. 2019/627 comma 6). Nel caso di positività della specie indicatore la raccolta delle altre specie è permessa solo dopo che sono state effettuate in queste ultime, analisi con esito negativo.

A livello nazionale non è mai stata dimostrata con assoluta certezza e su basi scientifiche la correlazione che esiste tra comparsa di fioriture algali nelle acque delle aree di produzione e la presenza di biotossine nei molluschi. Questo a causa di una serie di fattori che possono così essere sintetizzati:

  • mancanza, fino a qualche anno fa, di metodi chimici per identificare e quantificare le tossine presenti nei molluschi;
  • assenza di punti di campionamento fissi per la ricerca contemporanea del plancton tossico nelle acque e delle biotossine algali nei molluschi;
  • mancanza di una programmazione dell’attività di campionamento che sia in grado di definire una eventuale correlazione temporale tra la comparsa del plancton tossico e delle biotossine algali nei molluschi;
  • attrezzature di campionamento della colonna d’acqua non rispondenti alle esigenze scientifiche di indagine sulla distribuzione del fitoplancton a diversi livelli di profondità.

Partendo da queste considerazioni l’Istituto Zooprofilattico delle Venezie ha messo a punto recentemente uno studio con l’obiettivo di dimostrare la correlazione che intercorre tra i due fattori anche al fine di poter estendere il progetto e attivare un sistema di early warning come previsto peraltro dal Reg. UE n. 2019/627. È stata utilizzata una modalità di campionamento della colonna d’acqua innovativa rispetto a quella normalmente usata, con retino, in maniera da poter ottenere informazioni quali-quantitative sulla distribuzione del fitoplancton. L’attrezzatura, costituita da un tubo di un pollice, di 12 metri di lunghezza e divisibile in tre sezioni, ha permesso di verificare che la maggior parte del fitoplancton è localizzata nei primi quattro metri di acqua. Più aumenta la profondità, più si riduce la presenza di alghe. Si è potuto altresì dimostrare che eventuali aumenti nell’acqua delle cellule di dinophysis dell’ordine di 102 cell/L si accompagnano quasi sempre, dopo due settimane, con la comparsa di livelli elevati di acido okadaico nei mitili.

Le analisi per l’individuazione del fitoplancton vengono eseguite con microscopio ottico invertito, che permette sia una determinazione di tipo qualitativo che quantitativo. Questo studio conferma in maniera inequivocabile la correlazione tra i due fattori. Sarà opportuno comunque approfondire ulteriormente l’indagine per avere una maggiore significatività statistica dei dati e poi estendere il progetto pilota a tutte le aree di produzione.

 

Conclusioni

La presenza di pericoli di natura chimica e biotossicologica nei molluschi può avere delle gravi ripercussioni a carattere acuto e cronico per la salute del consumatore. Considerato che la depurazione non ha efficacia nei confronti di questi pericoli, la prevenzione deve essere attuata necessariamente a livello di aree di produzione, con il costante monitoraggio delle stesse da parte delle Aziende ULSS competenti per escludere che i livelli di contaminazione possano raggiungere livelli di criticità al di sopra dei limiti stabiliti dalla normativa. Non va comunque sottovalutato il ruolo fondamentale svolto dai CDM-CSM che, da un lato, controllano la tracciabilità per escludere infrazioni circa l’origine e la provenienza dei molluschi; dall’altro, verificano, nell’ambito del piano di autocontrollo, che i molluschi commercializzati rispondano ai criteri di sicurezza previsti dalla normativa.

Dott. Luciano Boffo

Consulente Sicurezza Alimentare – Chioggia (VE)

Dott. Giovanni Binato

Laboratorio Contaminanti e Biomonitoraggio – SCS2 Chimica – Istituto Zooprofilattico delle Venezie, Legnaro (PD)

 

Nota

Le fonti bibliografiche sono disponibili presso gli autori.

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