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Il Pesce nr. 3, 2020

Rubrica: Acquacoltura
Articolo di Rella M.
(Articolo di pagina 42)

Acque, casoni e barene: la laguna di Grado e Merano

Dove gli occhi di un turista vedono una distesa di acqua e luce — e piccoli isolotti e casoni e barene — lo sguardo di un pescatore individua immediatamente l’ecosistema perfetto, la ragnatela di argini, protezioni e valli di pesca, i segni di un’antica interazione tra ambiente e uomo, la riserva di “caccia” di risorse alimentari.
La laguna di Grado e Marano è il mosaico della biodiversità che non ti aspetti: uccelli acquatici, squisite erbe palustri, orate, branzini, anguille, molluschi e aree naturali con cavalli allo stato brado. Alla convergenza tra Alto Adriatico e foci dell’Isonzo, dove è evidente che non vengono a svernare soltanto i turisti, in gran parte dall’Austria.
In questo lembo sospeso tra acqua e terra in provincia di Gorizia, l’uomo da secoli convive con la laguna, la abita, la “coltiva”, la protegge. I casoni sono la testimonianza di una lunga presenza stanziale, case di legno coi tetti di paglia e il pozzo artesiano sparse sugli isolotti di questa vasta distesa, dove i Gradesi vivevano stabilmente fino agli anni ‘50 e ‘60, muovendosi in battello per la vita di comunità, ad esempio per andare a scuola. I casoni furono poi abbandonati con lo sviluppo di Grado, grazie al turismo, attorno al suo nucleo più antico. Così i Casoni rimasti, alcuni con materiali originali, sono oggi utilizzati dai pescatori o come seconda “casa” dei vacanzieri. Tra i meglio conservati e visitabili tramite Grado Turismo c’è il “Casone Pasolini”, dove il famoso regista Pierpaolo Pasolini visse dal ‘69 al ‘72 in momenti diversi; in laguna girò alcune scene del film Medea. Oggi è gestito dall’associazione Graisani de Palù (www.graisanidepalu.org).
Un po’ di cultura non guasta neanche all’occhio del pescatore che può sorvolare idealmente 1.700 ettari di valli di pesca, una rete di “vasche” lagunari con una superficie media di 25-30 ettari, tra Grado e Marano. Oltre la metà delle valli è improduttiva, ma circa 800 ettari sono ancora ricchi e fertili bacini d’allevamento ittico: la vallicoltura e la molluschicoltura. Attinge anche in laguna, non solo al mare, la flotta della Cooperativa Pescatori di Grado (www.pescatorigrado.com), che in paese gestisce pure il ristorante Zero Miglia (www.zeromiglia.it), dal ricco menu “acquatico”.
In questo paesaggio di acque, casoni e barene — isolotti o penisole sempre al di sopra della marea e coperte di cespugli di Limonium o fiuri de tapo, in dialetto — il sistema della vallicoltura della laguna di Marano e Grado affonda le radici in età Romana, con le piscinae piscariae.
Il termine “valle”, da vallum (argine o protezione) comparve in un documento del XV secolo. Le valli da pesca sono quindi ampie porzioni arginate, specchi d’acqua comunicanti con Madre Laguna grazie a chiuse regolabili.
Affinato nei secoli, l’allevamento di tipo estensivo, a bassa densità, si fonda sulla riproduzione spontanea e sulla semina del pesce novello, poi raccolto a giusta pezzatura due-tre anni dopo.
Aprendo e chiudendo i “rubinetti” e dosando il ricambio di acqua e maree i pesci crescono in un habitat sano e ideale, protetti dalla “transumanza” verso piccoli e profondi bacini di sverno durante le stagioni fredde, al riparo dal gelo dei venti di bora.
Branzini (Dicentrarchus labrax), orate (Sparus aurata), cefali (Mugilidae) ma anche anguille (Anguilla anguilla) sono le specie di maggior interesse commerciale allevate nelle valli di pesca. L’anguilla, in particolare, a rischio estinzione, è protetta e valorizzata dal piano regionale di gestione del Friuli Venezia Giulia, affinché gli esemplari possano arrivare nelle migliori condizioni e in piena maturità sessuale alla vigilia del mitico viaggio per il Mar dei Sargassi, cioè al Rave Party delle anguille di tutto il mondo, nel luogo dove si riproducono.
Oggi la vallicoltura è un sistema che conta 300 ettari a Marano e 1.400 a Grado; ma 800 è il totale produttivo. A Marano le valli sono in parte gestite come allevamenti intensivi o semi-intensivi, con densità di stoccaggio elevate e regolare somministrazione di mangime ai pesci; mentre la più estesa valle Pantani, di 100 ettari, presenta le condizioni per un allevamento estensivo. Al contrario, nella laguna di Grado le valli sono di maggiori dimensioni e di tipo estensivo. Attualmente, però, la vallicoltura e la molluschicoltura risentono della concorrenza di pesce allevato estero. E questo spiega perché, su 1.700 ettari, sono pienamente produttive solo 3 valli a Marano e Carlino, per 80 ettari totali, e 11 a Grado, per una superficie di 720 ettari.
La laguna di Grado, la “figlia di Aquileia e madre di Venezia”, è anche una fonte di piatti e ricette tipiche ricche di erbe palustri, non solo pesce. Ad esempio, il finocchio di mare e la salicornia, due “ortaggi” lagunari dal sapore unico. L’assenzio marino in macerazione alcolica è invece il protagonista del Santonego, una grappa alle erbe palustri tipica gradese, che il produttore Ivan Merlin propone insieme a prodotti locali e spontanei, come per l’appunto salicornia e finocchio di mare in barattolo (www.santonego.it).
Massimiliano Rella

Didascalia: isolotto con un tipico casone della laguna di Grado (photo © Massimiliano Rella).

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