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Il Pesce nr. 2, 2020

Rubrica: Attualità
Articolo di Corona S.
(Articolo di pagina 20)

Covid-19, tra paura e speranza

Il Belpaese in piena pandemia, incerto sui passi da fare, con il desiderio di guardare avanti e la preoccupazione che niente torni più come prima

È successo l’imprevedibile. Quello che non ci saremmo mai aspettati. Quello che si sente nei racconti del passato, ma che pensiamo non possa più capitare. Non a noi. E invece eccoci a parlare di un virus che sta piegando un’intera nazione e i cui effetti, al momento in cui scriviamo, non si sono probabilmente del tutto manifestati. Non sappiamo, infatti, se siamo agli albori, nel mezzo o alla fine di un fenomeno che ha effetti sulla vita del nostro Paese, da ogni punto di vista. Certo è che, seppur riuscissimo d’ora in poi ad arginare il virus e a contenerlo, i danni sarebbero comunque incalcolabili, l’economia in ginocchio, la sanità al collasso, l’immagine del Paese compromessa sul lungo termine.
A ripercorrere l’evolversi del problema negli ultimi mesi in Italia, è impressionante osservare l’approccio nel tempo. Dopo una prima fase di reazione del mondo economico, con un’alzata di scudi perché la vita continuasse nel solito modo, si è assistito ad una graduale presa di coscienza del fatto che non si potesse gestire come ordinaria una situazione completamente nuova e assolutamente preoccupante.
Dopo un tentativo diffuso di andare avanti senza grandi variazioni di programma nell’agenda del Paese, ci si è dovuti purtroppo rassegnare al fatto che niente, in questa prima parte del 2020, potesse continuare come se nulla fosse. Stessa cosa è accaduta ad altri Paesi a noi vicini.
Il dubbio tra la sottovalutazione del pericolo e la sua reale portata; l’incertezza sul da farsi; la percezione, almeno iniziale, di una scarsa capacità del Governo di gestire fatti così gravi; la mancanza di una linea comune tra enti e soggetti a vario titolo preposti; i pareri di virologi ed esperti, spesso molto discordanti tra loro e per pertanto fortemente fuorvianti: tutto questo e molto altro hanno contribuito nella prima fase a complicare una situazione già di per sé grave, da diversi punti di vista. Che poi è sfuggita di mano.
L’assenza di una voce autorevole e ufficiale, di un soggetto istituzionale che parlasse in maniera realistica al Paese, dando la portata del fenomeno senza sottovalutarlo, né creare allarmismi, ha dato spazio ad un rincorrersi di notizie infondate o incerte, speculazioni, bufale, ipotesi e molto altro ancora, che non ha fatto che generare confusione, paura, talvolta cattiveria gratuita a danno di persone o imprese.
A tutto questo, si è aggiunta la continua fuga di notizie dalle istituzioni, su questioni tutte da confermare, un rincorrersi di fake news, spauracchi, di commenti anche di addetti ai lavori, uguali e contrari tra loro, con la diretta conseguenza che non si sapesse bene cosa fare per molto tempo.
Un capitolo a parte meriterebbe l’assordante silenzio dell’Europa e la presa di distanza, la mancanza di supporto, anche solo simbolico, dei Paesi a noi più vicini, prima che la situazione precipitasse anche in casa loro. Ma questo è un altro discorso e non mancheranno le occasioni per affrontarlo.
Una parte dell’opinione pubblica ha ritenuto per lungo tempo e tuttora crede sia stata la stampa a dare un’eccessiva enfasi ad un fenomeno che non aveva invece un impatto così disastroso. È difficile dare un giudizio, infatti, quando i precedenti dimostrano proprio questo.
Negli ultimi decenni hanno fatto scuola la Sars e l’Aviaria: un clamore mediatico spropositato per delle patologie che ci hanno riguardato solo parzialmente e che, pur non avendo avuto grande impatto in Italia, hanno comunque generato danni economici ingentissimi.
Gli esempi, fortunatamente meno gravi, si sprecano e sono tutti relativi a vicende che dimostrano che le bufale, l’eccessivo allarmismo e un’enfasi inopportuna — rivolta, tra l’altro, verso i non addetti ai lavori, verso chi si ferma a leggere i titoli, verso chi non è in grado di comprendere adeguatamente certi fatti — possono avere conseguenze nefaste, per interi territori o per interi settori. Insomma, a gridare a lupo al lupo si possono fare danni e qui è forse successo proprio questo: che quando il lupo è arrivato davvero, non c’era nessuno a proteggere gli agnelli.
Non sappiamo come andrà da oggi in poi, seppur le notizie siano allarmanti e l’evoluzione molto rapida, sinora sempre in negativo. Al netto della sanità al collasso, si può fare una prima conta dei danni economici sinora registrati: divieto di circolazione in intere aree del Paese, centinaia di migliaia aziende chiuse, per decreto o per scelta; divieto di svolgimento di assembramenti e di qualunque attività sociale; la logistica ingessata, migliaia di eventi annullati o rinviati, iniziative pubbliche e private cancellate definitivamente, centinaia di fiere posticipate, molte delle quali internazionali, alcune tra le più quotate al mondo per i settori di riferimento, non ultime Vinitaly, Cibus e Salone del Mobile, che per il made in Italy sono appuntamenti imperdibili e di grandissimo impatto per tutta la nazione.
Un disastro immane per un Paese, il nostro, che ha come principale motore il turismo. L’evoluzione di tutto questo è un drastico calo delle prenotazioni, il rinvio dell’apertura delle strutture ricettive per la Pasqua e l’inizio ritardato di una stagione estiva che si preannuncia a dir poco nefasta. Un’ecatombe economica che non avremmo mai potuto immaginare così vasta, a cui non eravamo preparati, che non sappiamo quando e come finirà.
Al mancato arrivo dei consueti flussi turistici dall’estero, si affiancherà, nei prossimi tempi, l’impossibilità di contare su spostamenti interni al Paese, la paura di frequentare locali pubblici e contesti con assembramenti di persone.
Nella fase iniziale, quando l’unico Paese interessato nell’Europa occidentale era il nostro, al timore o all’impossibilità vera e propria di raggiungere e poi lasciare l’Italia, si è aggiunta la diffidenza, dentro e fuori dai confini. Ci è, infatti, voluto un decreto per introdurre sanzioni a carico di chi, approfittando di situazioni di allarme sociale, mette in piedi pratiche commerciali scorrette, non ultime quelle che riguardano la richiesta di certificazioni in merito al coronavirus per i prodotti agricoli italiani destinati all’export e non solo.
Ignoranza, speculazione, paura, sono infatti tutti elementi che, oltre a gettare un velo di diffidenza verso i nostri territori, hanno fatto prendere le distanze dalle produzioni locali. Quelle alimentari in testa. Alcuni Paesi, tra l’altro ignorando completamente i trattati europei sulla libera circolazione delle merci, hanno iniziato a chiedere la certificazione su alcuni alimenti nostrani tra i più rinomati e controllati.
Così come era evidente sin da subito, una malcelata diffidenza della Grande Distribuzione internazionale verso il made in Italy. Persino la Bellanova ha sottolineato che la presa di posizione di alcune catene della Grande Distribuzione europea e non solo, che chiedevano garanzie sulla sicurezza degli alimenti provenienti dall’Italia, ancorché illegittima e ingiustificata, avrebbe potuto causare il blocco delle esportazioni di prodotti italiani. Ma in una situazione simile, mai vista nella storia recente, a cui non siamo oggettivamente impreparati né come istituzioni, né come privati, quale può essere la speranza per il futuro? Quale può essere il nostro piano b, ma, soprattutto, cosa possiamo imparare da questa vicenda che non sappiamo come, quando e se verrà meno nel medio periodo?

Un nuovo modo di pensare, agire, lavorare
Di fronte ad una condizione che non abbiamo mai affrontato, dobbiamo considerare l’idea di fare cose che non abbiamo mai fatto. Anzi, forse paradossalmente questa è l’occasione per fare di vizio, virtù, e provare a considerare attività, comportamenti o azioni nuove. Frastornati da un fenomeno che ogni giorno si mostra più grave ed aggressivo, dovremmo forse ragionare su azioni per noi insolite o ancora poco frequenti. Il Paese non si può e non si deve fermare e, al modo di lavorare di una volta, dobbiamo iniziare ad affiancare ipotesi nuove.
Le attività che non richiedono la presenza fisica del lavoratore in azienda, anche per evitare inutili contatti interpersonali che possono ulteriormente diffondere il virus, devono potenziare lo smart working o il lavoro in remoto. La sua disciplina, operativa da qualche anno, lo qualifica come una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato, in cui la prestazione viene eseguita senza precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro, con il possibile utilizzo di strumenti tecnologici per lo svolgimento dell’attività lavorativa. Ma oggi in Italia è ancora molto poco praticata.
Se venisse estesa in ogni luogo in cui è possibile, consentirebbe di continuare il proprio operato senza fermare l’azienda. Sarebbe, inoltre, un modo per evitare spostamenti di lavoratori che comportano altresì costi e un certo impatto per l’ambiente. Stessa cosa dicasi per tutte le occasioni di incontro aziendale interne, che possono essere realizzate anche in futuro, in modalità digitali.
Questa potrebbe paradossalmente essere l’occasione, per l’Italia, per incentivare modelli di lavoro che sono anche una grande opportunità di conciliazione, per esempio, della vita professionale con quella familiare. Le nuove tecnologie ci permettono di fare tanto a distanza, ma nel nostro Paese sono sinora sottoutilizzate. Allo stesso modo, andrà forse rimesso in discussione il modello turistico sinora applicato, soprattutto in certe regioni d’Italia, dove il fenomeno ha più una dimensione di massa e di quantità di presenze che di qualità di servizio e di target Abbiamo un patrimonio enorme, da ogni punto di vista, che tuttavia è soggetto ad un carico, soprattutto stagionale per alcune regioni, che l’ambiente, l’organizzazione interna, il territorio nel suo complesso, non saranno in grado reggere sul lungo periodo, a prescindere dalla pandemia. Questa è l’occasione per rivederne l’impatto e pensare ad una nuova idea di Italia del turismo.
La ristorazione ha dovuto chiudere i battenti, ma questo non significa che non se ne senta più la necessità. La domanda, già da tempo, si sta spostando sempre più sull’asporto. Chi opera nel campo deve mostrare la flessibilità necessaria per attivare un servizio che magari prima non garantiva, ma che può essere ciò che salva i bilanci in un inizio anno così nefasto.
D’altronde il delivery sta dando grandi soddisfazioni, a prescindere da questo momento storico senza precedenti. Stessa cosa dicasi per le attività commerciali di alimentari che non avevano il servizio di consegna a domicilio. Questa è l’occasione per attivarlo, in un Paese dove l’età media è talmente alta che se ne sente la necessità in maniera permanente.
È il momento per costruire un grande piano di rilancio degli investimenti, forse con ritardo rispetto alle necessità che già il Paese avvertiva prima della catastrofe. Ora questa esigenza richiede risposte e le richiede in maniera improcrastinabile. Chissà che questa pandemia, che ci ha colto con il nervo scoperto di chi non produce più molte cose, non ci riconduca finalmente all’economia reale, quella da cui nessun Paese dovrebbe allontanarsi mai. Nessuno ha ricette valide per una situazione straordinaria e mai vista nella storia recente, che di ora in ora si fa sempre più grave, sotto ogni profilo. Si apprezza tuttavia la decisione di alcuni di rilanciare il “mangia italiano”.
Un’azione che non dovrebbe riguardare solo il cibo, ma anche le vacanze, le abitudini di consumo a 360 gradi, tutto ciò che produciamo e che dobbiamo tornare ad acquistare, per quanto possibile, in casa.
Stiamo vedendo tempi bui e non sappiamo come saranno i prossimi giorni, le prossime settimane, i prossimi mesi. Quello che sta accadendo è una novità nella storia recente, ma conforta il fatto che come anche dopo la Sars e il terrorismo la ripresa è stata sempre rapidissima. Ci auguriamo che accada anche stavolta, complice, la nostra voglia di ricominciare e voltare pagina. Non abbiamo idee chiare su ciò che faremo domani. Ma non ci abbatteremo, questo è certo! Suvvia, siamo Italiani.
Sebastiano Corona

 

Didascalia: le nuove tecnologie ci permettono di fare tanto a distanza, ma nel nostro Paese sono ancora sottoutilizzate. Eppure, dove possibile, sarebbero un toccasana per ambiente, economia e società (photo © BullRun – stock.adobe.com).

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