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Il Pesce nr. 2, 2020

Rubrica: Specie ittiche
Articolo di Manicardi N.
(Articolo di pagina 140)

Il granchio reale rosso norvegese che vive nelle terre del Grande Nord

Pesca in Lapponia – Le sue carni, costosissime, sono tra le più pregiate al mondo, ma non è affatto autoctono. Fu infatti introdotto dai Sovietici negli anni ‘60 e oggi contende il mercato al granchio dell’Alaska

Fra tutti i crostacei il Granchio reale rosso norvegese è uno dei più pregiati, prelibati e costosi. Tanto per intenderci: si va dai 90 ai 120 € / kg e oltre. Insieme con l’aragosta, è davvero il re delle tavole più raffinate a base di pesce. Le sue carni — quelle delle zampe e delle chele — sono tanto dolci, bianche, tenere e delicate che si possono mangiare anche solo leggermente lessate e senza alcun tipo di accompagnamento o con appena un po’ di burro. Sono molto magre (circa 100 kcal/100 g), ricche di proteine, sodio e potassio. Per la loro qualità superiore sono sempre più ricercate ed apprezzate e, per la loro versatilità, si prestano anche ad essere arrostite o brasate e condite con una grande varietà di spezie ed aromi. Il granchio è venduto intero (eviscerato) oppure a parti singole (zampe e chele) e può essere sia fresco che congelato, crudo o cotto.

King Crab, uno straniero in Norvegia
Il Granchio reale rosso norvegese è anche uno dei più grandi crostacei del mondo. Viene chiamato King Crab, però deve questa definizione non solo alle sue dimensioni ma anche al fatto che non ha né nemici né competitori naturali, per cui è il padrone assoluto del proprio territorio. Sa inoltre adattarsi, passando dalle alghe agli animali che trova nei fondali ma risalendo anche lungo le coste. Può arrivare a pesare fino a 8 kg e la corazza può raggiungere i 23 cm di lunghezza. Il suo peso medio è 4,3 kg, a fronte dei 3 kg dei granchi dell’Alaska, il Paese che è in diretta concorrenza e dove se ne pescano molti di più (Alaska e Norvegia hanno però stretto accordi bilaterali per regolamentare la pesca). La Norvegia incide poco sul pescato complessivo mondiale dei crostacei (la pesca è contingentata e non supera le poche centinaia di migliaia di esemplari l’anno) ma, proprio grazie a questo granchio così redditizio, sta facendo ottimi affari. Si possono pescare però soltanto i maschi di grande pezzatura e soltanto in determinati periodi dell’anno. Gli esemplari di taglia piccola e le femmine vengono liberati e rigettati in mare per cercare di preservare la specie. Il Granchio reale rosso (Paralithodes camtschaticus) nasce in acque libere. Le femmine adulte covano migliaia di embrioni sotto la coda per circa un anno e poi li rilasciano nella corrente. Fra la schiusa delle uova e l’inizio della vita del giovane granchio sul fondale marino trascorrono circa 100 giorni durante i quali le piccole larve subiscono varie trasformazioni.
Il primo anno di vita lo trascorrono in acque basse, fino a 500 metri di profondità, tra gli scogli le alghe che li nascondono ai potenziali nemici, poi migrano in acque più profonde, nei fondali sabbiosi e fangosi. Raggiungono la maturità sessuale verso i 5-6 anni. La pesca si pratica in autunno, quando i granchi risalgono verso i fondali meno profondi, nella parte settentrionale della Norvegia. Con piccole imbarcazioni costiere si trasportano una trentina al massimo di nasse e, successivamente, si raggiungono con facilità (facilità sempre relativa, data la latitudine) le non lontane strutture di lavorazione. Si usano le nasse. I granchi rimangono intrappolati, attirati all’interno grazie all’uso di apposite esche. Con questo tipo di pesca, i granchi sono catturati in numero limitato e addirittura mirato, con risultati meno invasivi e dannosi sia per i singoli esemplari che per l’intera specie. Si tratta di una specie non autoctona della Norvegia. Come ha ben sintetizzato Virgilio Pronzati (Food, 16 dicembre 2008), il Granchio reale rosso fu introdotto nel Fiordo di Murmansk in Russia negli anni ‘60 e da allora si è diffuso in vaste aree a sud del Mare di Barents, nelle acque territoriali russe e norvegesi, al punto da assumere addirittura la definizione di Norvegese. Questa introduzione fu la conseguenza di una delle numerose pianificazioni che l’Unione Sovietica realizzò, a partire dagli anni ‘20, in tutti i territori da lei direttamente o indirettamente dipendenti. Lo scopo era quello di introdurre una nuova risorsa ittica sostenibile e ci riuscirono a meraviglia. Fu però un’impresa, come tante altre analoghe di stampo sovietico, di vaste dimensioni e che richiese grandi sforzi. Durò molti anni, nel corso dei quali migliaia di esemplari, sia adulti che giovani, furono trasferiti dal Mare di Okhotsk, situato nel braccio nord-occidentale dell’Oceano Pacifico, al Fiordo di Murmansk. Negli ultimi cinquant’anni il granchio si è stanziato lungo la costa della parte orientale del Finnmark ed è diventato una risorsa preziosa per la contea più a nord della Norvegia. Fu verso la metà degli anni ‘70, come racconta ancora Pronzati, che alcuni esemplari di Granchio reale rosso cominciarono a comparire in Norvegia, come prodotti secondari della pesca. Negli anni ‘80 si registrò un notevole aumento, ma fu soltanto nella primavera del 1992 che si diede il via alla pesca vera e propria in acque norvegesi e nell’autunno dello stesso anno fu inserito nel programma della Commissione delle Zone di Pesca russo-norvegesi. Fino al 2001 i due Paesi si limitarono ad una pesca sperimentale, con quote egualmente sparite fra di loro, ma a partire dal 1992, anche a seguito delle mutate relazioni politiche, la Norvegia iniziò la cattura commerciale. Seguì la stipula di nuovi accordi all’interno della Commissione Congiunta per la Pesca russo-norvegese che stabilì i principi di tassazione allo scopo di ottenere un ritorno sostenibile a lungo termine sugli stock. Questi principi descrivono, fra l’altro, la percentuale di tassazione, le dimensioni minime, il periodo di cattura e le normative relative alle attrezzature.
Nunzia Manicardi

 

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Olografia digitale e intelligenza artificiale identificano microplastiche in mare

Un sensore olografico e un metodo innovativo di intelligenza artificiale consentono di rilevare automaticamente la presenza di microplastiche in campioni marini, distinguendole dal microplankton: è questo l’importante risultato di una ricerca pubblicata su Advanced Intelligent Systems (Wiley)*. Il lavoro ha coinvolto due gruppi dell’Istituto di Scienze applicate e sistemi intelligenti del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Isasi): il gruppo di olografia digitale di Pozzuoli, coordinato da Pietro Ferraro, in collaborazione con il gruppo di Intelligenza artificiale di Lecce. Tale attività di ricerca è svolta nell’ambito del progetto interdisciplinare Pon “Sistemi di rilevamento dell’inquinamento marino da plastiche e successivo recupero-riciclo (Sirimap)”, uno dei cui obiettivi è proprio lo sviluppo di tecniche automatiche di monitoraggio delle plastiche in ambiente marino. «L’inquinamento dei mari dovuto alla plastica è una delle maggiori emergenze ambientali che ci troviamo ad affrontare. Quando questi inquinanti scendono fino a dimensioni microscopiche, il problema è ancora più allarmante: le microplastiche possono infatti essere ingerite della fauna marina destinata al consumo, entrando nella catena alimentare e causando effetti negativi sulla salute anche umana. Dimensioni ridotte degli inquinanti e vasta eterogeneità dei campioni marini, finora, hanno impedito di effettuare uno screening automatico ed accurato mirato a conoscere l’abbondanza delle microplastiche», spiegano Vittorio Bianco e Pasquale Memmolo del Cnr-Isasi. «Il metodo da noi proposto utilizza le informazioni fornite da un microscopio olografico a contrasto di fase, per estrarre da ciascun elemento analizzato un’ampia e inedita gamma di parametri altamente distintivi per questa classe di inquinanti. Tali parametri hanno consentito di addestrare un’architettura di intelligenza artificiale a distinguere le microplastiche da microalghe di dimensione e forma in apparenza similari». «L’unione di olografia digitale e intelligenza artificiale ci ha consentito di riconoscere decine di migliaia di oggetti appartenenti a diverse classi con accuratezza superiore al 99%. Più in dettaglio, la segnatura di contrasto di fase, che dipende dallo spessore ottico di ciascun oggetto illuminato, consente di determinare un nuovo insieme di caratteristiche olografiche, come ad esempio la support fractality o il fill ratio, che si aggiungono a quelle tipicamente utilizzate nelle classificazioni. Ciò ha consentito di definire un marcatore ottico, ovvero un insieme di parametri morfologici univoci per un’ampia classe di microplastiche, che include materiali, forme e dimensioni vari» aggiunge Pierluigi Carcagnì, ricercatore Isasi-Cnr. «Finora, il riconoscimento delle microplastiche in campioni marini ha richiesto lunghe ispezioni di ogni singolo oggetto al microscopio ottico da parte di personale esperto, riducendo il numero di elemento analizzabili, poche decine per ora di ispezione, e l’accuratezza del riconoscimento. Il nuovo metodo di olografia digitale fornisce invece un riconoscimento oggettivo di un numero statisticamente rilevante di campioni, fino a centinaia di migliaia di oggetti l’ora, con microscopi realizzabili in configurazioni portatili per analisi in situ della qualità delle acque».

  • Bianco V. et al. (2019), Microplastics identification via holographic imaging and machine learning, Advanced Intelligent Systems.

 

Didascalia: una delle chele del granchio reale è più grande dell’altra e viene utilizzata per schiacciare la preda (photo © Andreas Lindlahr, seafood.no).

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