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Il Pesce nr. 4, 2019

Rubrica: Ambiente
Articolo di Mauri G.
(Articolo di pagina 46)

Le acque internazionali

Comprendono gran parte delle acque profonde e sono indispensabili per l’equilibrio marino e planetario. Ma sono ancora terra di nessuno. Una proposta di Greenpeace mira a costituire una rete di aree protette per salvaguardare il nostro domani

Nell’aprile 2019 Greenpeace ha pubblicato una proposta di discussione studiata in collaborazione con università britanniche per proteggere efficacemente la biodiversità delle acque profonde dei mari e permettere agli oceani di mantenersi vitali ed efficaci nel fornire all’uomo risorse alimentari e stabilità climatica. Anche se diversi Paesi stanno cercando di regolamentare la pesca e lo sfruttamento delle ricchezze marine, le acque sotto il controllo dei singoli Stati non sono che una minima parte dell’acqua degli oceani. Il 61% dell’area degli oceani invece è costituito dalle acque profonde: a queste si ascrive il 73% del loro volume. Da un punto di vista legale sono soprattutto acque internazionali ed è dunque a livello sovranazionale che bisogna trovare accordi per tutelarle.

Tutela e controllo globali e sovranazionali
Sfuggendo al possesso e al controllo delle singole nazioni, le acque profonde finiscono per essere ancora oggi “acque di nessuno”. Per questo il rischio principale di fallire la loro tutela è costituito della cosiddetta “tragedia del bene comune” tipica delle situazioni in cui molti fruitori traggono profitto da una risorsa comune. Come spiega l’antropologo Jared Diamond nel suo libro Collasso. Come le società scelgono di morire o vivere (2005, Giulio Einaudi editore), la corretta gestione di un bene comune è particolarmente difficile perché il rispetto delle regole — per quanto anche condivise in linea teorica — si scontra con l’idea che “se non lo faccio io lo farà qualcun altro, dunque è inutile che io mi trattenga e mi ponga limiti. Perché tanto, anche se io rispetto le norme e non pesco pesci di taglia piccola oppure non getto le reti al di là dei miei prefissati limiti, sicuramente qualcun altro lo farà al mio posto approfittando del mio comportamento ligio. E dunque, tanto vale che lo faccia io. Se rispetto le norme di buona gestione, sto solo regalando le risorse a chi non rispetterà le regole”. Questo ragionamento viene applicato molto spesso a beni comuni di cui il controllo è davvero difficile o a situazioni in cui non si hanno leggi internazionali di riferimento. Sono situazioni di cui si conosce il problema (il sovrasfruttamento della pesca e delle risorse marine mondiali), ma si compie una scelta — sebbene non lungimirante e per di più moralmente riprovevole — basata sulla sfiducia e sul calcolo utilitaristico: “i miei interessi di adesso vengono prima di quelli degli altri, dei quali fra l’altro neppure mi fido”. Il tempo a disposizione per invertire la rotta e trovare soluzioni che tutelino tutta l’umanità, comprese le generazioni future, è molto limitato. Nel 2018 l’ONU ha avviato la Conferenza Intergovernativa sulla Protezione della Biodiversità sotto la Giurisdizione Nazionale (ICPBBNJ) con lo scopo di sviluppare uno strumento vincolante legale per consentire la protezione degli habitat e della vita marina nelle acque al di fuori delle giurisdizioni nazionali. La Conferenza è articolata in una serie di appuntamenti di discussione e si concluderà nel 2020. In occasione dell’incontro di aprile 2019 e del successivo di agosto 2019, Greenpeace, in collaborazione con l’Università di Oxford e l’Università di York, sotto la supervisione del professor Callum Roberts, ha reso pubblico il testo 30x30 A Blueprint For Ocean Protection – Come possiamo proteggere il 30% dei nostri oceani entro il 2030. Nel documento gli autori evidenziano come le acque profonde e i fondali marini siano ancora oggi un luogo con leggi deboli e scarso controllo, in cui chi lo desidera può continuare a operare senza alcuna supervisione. “Una manciata di ricche nazioni sfrutta la vita marina per profitto, nella libertà garantitagli dalla Convenzione delle Nazioni Unite sulla Legge del Mare (UNCLOS) che risale al lontano 1982. La stessa Convenzione elenca obblighi che fino ad oggi sono stati largamente disattesi, come la conservazione delle risorse viventi marine e la protezione e preservazione dell’ambiente, inclusi habitat ed ecosistemi rari o fragili”. Il testo cita il caso del tonno pinna blu del Pacifico, che ormai ha una popolazione ridotta al 3% rispetto ai dati storici, ma ancora oggi è sottoposto a pesca. “Risorse che appartengono al­l’intero pianeta vengono sperpera­te”. E ancora: “la governance frammentata e inefficace sulle acque profonde” ci ha portato al punto in cui siamo, quello in cui siamo obbligati a cogliere un’opportunità che non ri­capiterà mai più, ma che se colta ci permetterà di preservare la vita nel­le acque internazionali. Con un ap­proccio nazionale o fram­men­ta­­rio non è possibile proteggere le acque profonde dalla pesca scriteriata — che è il maggior pericolo — come anche dal riscaldamento climatico, dall’acidificazione degli oceani, dalla deos­sigenazione, dal traffico navale, dal rumore, dall’inquinamento da plasti­ca o da prodotti chimici e infine dalle trivellazioni dei fondali marini. La Conferenza Intergovernativa (ICPBBNJ) mira appunto a raggiungere una protezione delle acque profonde efficace attraverso una valutazione dell’impatto sull’ambiente delle attività umane in queste realtà, una loro gestione e conservazione, una condivisione internazionale dei benefici delle risorse genetiche marine, un utilizzo delle varie aree marine (come ad esempio le aree protette) definito in base agli obiettivi condivisi. Poiché la Conferenza Intergovernativa ha come obiettivo lo sviluppo di meccanismi che rendano il mondo in grado di accettare gli obblighi riportati nell’UNCLOS di proteggere effettivamente la vita marina nelle acque profonde e nelle profondità dei mari, la negoziazione della Conferenza deve anche comprendere la creazione di un meccanismo che ponga rimedio a una grave falla del sistema di protezione della natura. Stiamo parlando della Convenzione sulla Diversità Biologica delle Nazioni Unite (UN CBD), risalente a metà degli anni ‘90: questa ha come obiettivo la protezione della vita selvatica, ma si applica solo su territorio nazionale e su navi battenti bandiera delle nazioni che hanno sottoscritto l’accordo; in questo modo, al momento, il CBD lascia scoperta quasi la metà della superficie terrestre, che così risulta non protetta. Proprio le acque profonde sono per la maggior parte acque internazionali, e sono queste che bisogna cominciare a proteggere efficacemente.

La protezione del 30% degli oceani entro il 2030
L’obiettivo 14 della Dichiarazione dell’ONU per lo Sviluppo Sostenibile (UN Sustainable Development Goal 14), relativo alla vita subacquea e alla riduzione delle plastiche nei mari, e l’Obiettivo Aichi 11 (2011), che fanno parte del Piano Strategico per la Biodiversità del CBD 2011-2020, prevedono che si riconosca il valore delle riserve marine (i cosiddetti “santuari oceanici”) come elemento chiave della protezione degli habitat e delle specie, la ricostituzione della biodiversità oceanica, l’aiuto agli ecosistemi e il mantenimento dei prodotti degli ecosistemi vitali. Gli scienziati ritengono che questi obiettivi si possano raggiungere attraverso la protezione completa del 30% degli oceani entro il 2030. Ed è qui che entrano in gioco Greenpeace con l’Università di Oxford, di York e i dati raccolti da Atlas of Marine Protection, Global Fishing Watch, Birdlife International and L. Watling. Il documento di Greenpeace propone di istituire una rete di aree protette nelle acque profonde, nazionali e internazionali, in grado di permettere all’intero sistema degli oceani di mantenersi vitale, recuperare biodiversità e salute e restituire all’uomo grandi benefici economici, sociali e climatici. Queste aree marine d’altura protette devono presentare determinate caratteristiche. Per salvaguardare l’intero spettro della vita marina, le aree marine protette devono essere stabilite in modo da essere connesse fra loro, costituendo una rete, e da tutelare tutti gli habitat e tutte le specie viventi in una determinata regione marina. Le singole aree pro­tette possono essere stabilite sulla base delle sole informazioni raccolte a livello locale (quindi decise a livello nazionale), ma per costituire questa rete di collegamento in acque profonde pianificandola con sistematicità e ottenendone la maggiore efficacia possibile è indispensabile ricorrere a un’elaborazione elettronica dei dati utilizzando un programma specifico chiamato Marxan.

Il programma di elaborazione dei dati
Con Marxan è stato possibile indi­viduare numerosi elementi che per­mettono di definire l’estensione spaziale dell’area da preservare, minimizzando al tempo stesso la dimensione della rete di aree protette e i costi socioeconomici. I dati utilizzati sono stati di natura biologica, oceanografica, biogeografica e socioeconomici. Le acque profonde sono state suddivise in quasi 25.000 aree di 10.000 km2 l’una. Le aree già protette sono state mantenute tali e quelle in cui è prevista la trivellazione dei fondali sono state escluse da alcuni parametri. Le aree intensamente sfruttate dalle flotte che praticano pesca d’altura sono state escluse dalla possibilità di trasformarsi in santuari marini, per evitare il rischio di danneggiare l’attività della pesca. Il programma Marxan, infatti, aiuta a identificare quelle aree che in modo più efficiente riescono a soddisfare più obiettivi contemporaneamente, tenendo anche conto delle esigenze degli stakeholders. Il programma è stato fatto “girare” per circa 200 volte, inserendo combinazioni differenti di dati di partenza da analizzare. In questo modo sono state evidenziate aree che, sotto diversi aspetti (socioeconomico, biologico, fisico come la temperatura delle superficie, ecc…), risultano essere rilevanti ai fini della protezione degli ecosistemi presenti negli oceani. Il risultato — ci tiene a precisare Greenpeace — non è una mappa definitiva delle aree da porre sotto tutela, ma una proposta fra le numerose possibili, che però è sostenuta da una valutazione solida e scientifica. Il risultato dell’elaborazione di Marxan è una ben distribuita rete di aree protette, che si estende da un polo all’altro attraverso tutti gli oceani e incorpora la completa varietà di habitat, specie e condizioni ambientali. Nell’obiettivo 14 dello Sviluppo sostenibile ONU e nel CBD (2011-2020) viene stabilito che il 10% dei mari deve essere protetto entro il 2020. Il Congresso per la Conservazione del Mondo dell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN World Conservation Congress, vi partecipano governi, associazioni della società civile per favorire lo sviluppo umano ed economico e la tutela della natura) però ha pubblicato nel 2016 la risoluzione che prevede che almeno il 30% di tutti gli habitat marini siano inclusi nella protezione legale. Ma secondo lo studio di Greenpeace è impossibile raggiungere questo obiettivo proteggendo solo il 30% delle acque profonde. È indispensabile tutelare efficacemente il 35-40% delle acque profonde. Per questo vengono proposti due modelli alternativi: il primo prevede la protezione del 30%, il secondo quella del 50% delle acque profonde. Con entrambe le soluzioni si creano corridoi per i grandi migratori degli oceani; si ha un efficace bilanciamento per le aree sottoposte a sfruttamento da parte dell’uomo; si raggiungono i diversi obiettivi prefissati di tutela dell’ambiente e delle popolazioni umane.

Effetti socioeconomici
Lo studio proposto da Greenpeace ha dato molta importanza alle ricadute socioeconomiche della costituzione delle aree di altura protette. Sebbene la loro costituzione garantisca benefici indiscussi nel futuro, non è possibile non considerare le ricadute sul presente, soprattutto per quella parte di popolazione mondiale povera che ricava dal pescato le necessarie fonti proteiche. Secondo le analisi, la pesca di alto mare è responsabile appena del 4,2% del pescato annuale del mondo e solo i Paesi più ricchi e le industrie multinazionali sfruttano davvero le acque profonde. Tuttavia, alcuni tipi di pesca in alto mare — come quella del tonno pelagico — hanno un elevato impatto. La costituzione della rete di santuari marini non avrà gravi conseguenze economiche sulla pesca d’altura, perché questa tipologia di pesca già oggi viene praticata a grandi distanze dal porto; quindi dover rinunciare ad alcune aree e spostarsi in altre non dovrebbe comportare costi elevati legati né al trasporto, né al prolungato stazionamento in mare del personale. Diverso potrebbe essere l’effetto sulla pesca costiera. Per ridurre i possibili effetti socioeconomici negativi della protezione delle acque profonde è stato valutato l’impatto della costituzione della rete di aree protette sulla pesca tramite i dati di globalfishingwatch.org: i risultati rivelano che il 20-30% dell’attuale attività della pesca dovrebbe muoversi verso aree diverse da quelle in cui di consueto opera. Un valore comunque ben inferiore a quanto aspettato. Questi dati sono molto importanti perché dimostrano che è possibile costituire una rete di protezione della biodiversità con un limitato impatto economico e in più molti svantaggi immediati verrebbero riequilibrati dagli effetti benefici dell’istituzione delle aree protette, come ad esempio la ricostituzione degli stock ittici e lo sviluppo della salute degli ecosistemi. Quanto alle trivellazioni dei fondali marini, Greenpeace propone una moratoria internazionale ad interim finché non verrà costituita la rete di aree protette marine e sottomarine. L’effetto delle trivellazioni sugli ecosistemi marini, infatti, è ancora parzialmente sconosciuto, anche perché sono gli ecosistemi stessi a non essere ancora stati adeguatamente studiati, soprattutto quelli di grande profondità.

Una scelta politica
In conclusione, una pianificazione della conservazione sistematica, come quella elaborata con il programma Marxan dall’équipe guidata dal professor Callum Roberts con l’Università di Oxford, l’Università di York e Greenpeace, permette di valutare le decisioni da prendere con trasparenza e alla luce di costi-benefici aderenti alla complessità della realtà. Resta però in mano ai governi e alle istituzioni sovranazionali la responsabilità collettiva di istituire i santuari oceanici e mettere in atto le misure concrete di realizzazione e protezione.
La soluzione proposta da Greenpeace e dalle Università di York e Oxford permette di ottimizzare la soluzione sotto numerosissimi punti di vista, grazie all’elaborazione di moltissimi dati di diversa natura contemporaneamente. Le scelte locali, guidate da un approccio globale e da una norma internazionale, permetteranno di proteggere efficacemente le acque profonde internazionali e il nostro futuro.
Giulia Mauri

Nota
Per approfondimenti: www.greenpeace.org/30x30

 

Didascalia: è indispensabile tutelare efficacemente il 35-40% delle acque profonde. Per questo vengono proposti due modelli alternativi: il primo prevede la protezione del 30%, il secondo quella del 50% delle acque profonde. Con entrambe le soluzioni si creano corridoi per i grandi migratori degli oceani, si ha un efficace bilanciamento per le aree sottoposte a sfruttamento da parte dell’uomo e si raggiungono i diversi obiettivi prefissati di tutela dell’ambiente e delle popolazioni umane (photo © Christian Åslund / Greenpeace).

 

Altre notizie

 

Mostra finale del progetto ML-Repair nelle scuole

Per fortuna in Adriatico non esistono isole di plastica simili a quella dell’Oceano Pacifico, la Great Pacific Garbage Patch, in cui si stima si siano accumulate 79.000 tonnellate per una superficie di 1,6 km2, cioè tre volte più estesa dell’isola della Giudecca di Venezia. Ma il problema comunque esiste, con riferimento sia alle macroplastiche che alle microplastiche, invisibili ma altrettanto, se non più, pericolose per l’uomo e tutti gli altri animali. Un problema di cui da qualche anno si parla ad ogni livello e che è stato approcciato con azioni concrete, in termini di riduzione dell’uso delle plastiche, principalmente “usa e getta”, di raccolta e di educazione ambientale, soprattutto verso le nuove generazioni. A quest’ultimo aspetto è dedicata una parte importante del progetto ML-REPAIR (Interreg Italia-Croazia, programma di cooperazione transfrontaliera cofinanziato dal Fondo Europeo per lo Sviluppo Regionale FESR) articolato in diverse zone costiere dell’Adriatico, che in Romagna ha visto all’opera ricercatori della cooperativa M.A.R.E., insegnanti e alunni dell’Istituto Comprensivo Statale di Cattolica. A conclusione delle attività di educazione ambientale, che hanno visto coinvolti 300 alunni e una quindicina di insegnanti, lo scorso giugno, presso il Palazzo del Turismo di Cattolica, alla presenza del sindaco Mariano Gennari e dell’assessore alla Cultura, Scuola e Politiche educative Valeria Antonioli, si è svolta la mostra degli elaborati dei ragazzi. Le 20 opere sono state realizzate con grande entusiasmo, competenza e fantasia dagli alunni che hanno concretizzato il lavoro scientifico svolto in classe. Durante i giorni di apertura della mostra sono stati approfonditi i temi riguardanti i problemi e le possibili soluzioni all’inquinamento marino da plastiche, con la partecipazione dei biologi della cooperativa M.A.R.E. che hanno accompagnato i visitatori alla scoperta delle microplastiche, grazie all’utilizzo di microscopi. Una bella occasione per bambini e ragazzi per conoscere meglio l’Adriatico, anche nei suoi straordinari aspetti naturalistici (fonte: M.A.R.E. Soc. Coop. a r.l., www.coopmare.com).

 

Tonno, arriva la guida per la pesca sostenibile. Pubblicata dalla International Seafood Sustainability

È stata pubblicata congiuntamente da International Seafood Sustainability Foundation (ente che ha tra i fondatori anche Rio Mare) e dalla International Pole & Line Foundation (Ipnlf) una nuova guida che illustra le migliori pratiche scientifiche per massimizzare il valore delle catture ed minimizzare gli impatti ambientali della pesca del tonno. La guida è stata redatta da pescatori, scienziati ed esperti del settore. Destinata ai pescatori ed alle parti interessate della pesca, la guida offre consigli pratici sulla conduzione di queste operazioni di pesca del tonno, dalla cattura alla manipolazione ed ai metodi di stoccaggio. Come evidenziato nel documento, la pesca pole-and-line ha attirato l’attenzione come metodo responsabile per la raccolta del tonno. Con la crescente consapevolezza dei consumatori sulla sostenibilità delle risorse ittiche, questa guida è in grado di fornire una risorsa per i pescatori a livello globale per ottimizzare l’efficienza delle loro operazioni, massimizzare la qualità delle catture e riconoscere ed affrontare gli impatti ambientali delle loro attività al fine di raggiungere aumento della domanda dei prodotti. I capitoli comprendono una serie completa di esempi e raccomandazioni per aiutare i pescatori a comprendere ed attuare le migliori pratiche di orientamento (fonte: EFA News – European Food Agency Srl; photo © IPNLF, Monika Flueckiger).

>> Link: www.ipnlf.org

 

Le emissioni di gas serra nell’industria ittica sono cresciute del 28% in 11 anni

In un studio uscito su Nature Climate Change si legge che la “produzione alimentare è responsabile di un quarto delle emissioni di gas serra antropogeniche (GHG) a livello globale”. I crostacei non aiutano l’ambiente: la loro pesca è particolarmente gravosa in termini di CO2 immessa in atmosfera, non quanto la carne rossa, ma poco ci manca. Le attività di pesca marina sono tipicamente escluse dalle valutazioni globali dei gas a effetto serra o sono generalizzate sulla base di un numero limitato di studi di casi. Qui quantifichiamo gli input di carburante e le emissioni di gas serra per la flotta da pesca globale dal 1990-2011 e confrontiamo le emissioni della pesca con quelle provenienti dall’agricoltura e dalla produzione di bestiame. È stato stimato che la pesca abbia consumato 40 miliardi di litri di carburante nel 2011 e generato un totale di 179 milioni di tonnellate di CO2GHG equivalenti (4% della produzione alimentare globale). Le emissioni dell’industria ittica mondiale sono cresciute del 28% tra il 1990 e il 2011, con un lieve aumento della produzione coincidente (le emissioni medie per tonnellata sbarcata sono aumentate del 21%). La crescita delle emissioni è stata determinata principalmente dall’aumento dei raccolti dalla pesca a base di crostacei ad alta intensità di carburante. Il beneficio ambientale della pesca a basse emissioni di carbonio potrebbe essere ulteriormente realizzato se una percentuale maggiore di sbarchi fosse destinata al consumo umano piuttosto che ad usi industriali.
(Fonte: www.alimenti-salute.it).

 

Installato a Cervia (RA) il dispositivo Seabin di LifeGate PlasticLess®

Ogni anno 8 milioni di tonnellate di plastica vanno a finire negli oceani, nel Mediterraneo ogni giorno ce ne vanno 731, di cui 90 solo nei mari italiani; nel 18% dei pesci ad alto valore commerciale pescati nel Mediterraneo, tra cui pesce spada e tonno, ci sono frammenti di microplastiche (studio Ispra, svolto su 121 campioni di specie ad alto valore commerciale). Per contribuire a salvaguardare il nostro mare, Winni’s Naturel, linea ecologica di prodotti per la cura della casa e della persona, ha deciso di appoggiare il progetto LifeGate PlasticLess® per installare nel Porto Turistico di Cervia (RA) il dispositivo Seabin, un cestino di raccolta dei rifiuti galleggianti in grado di catturare circa 1,5 kg di detriti al giorno, ovvero oltre 500 kg di rifiuti all’anno (a seconda del meteo e dei volumi dei detriti), comprese le microplastiche da 5 a 2 mm di diametro e le microfibre da 0,3 mm. Seabin, inoltre, può catturare anche molti rifiuti comuni che finiscono nei mari, come i mozziconi di sigaretta. Il dispositivo viene immerso nell’acqua con la parte superiore al livello della superficie. Grazie all’azione spontanea del vento, delle correnti e alla posizione strategica del Seabin, i detriti vengono convogliati direttamente all’interno del dispositivo. La pompa ad acqua, collegata alla base dell’unità, è capace di trattare 25.000 litri di acqua marina all’ora. I rifiuti vengono quindi catturati nella borsa interna, mentre l’acqua scorre attraverso la pompa e torna in mare. Può funzionare 24 ore al giorno, 7 giorni su 7, e quindi è in grado di rimuovere molto più spazzatura di una persona dotata di una rete per la raccolta. Sebbene il dispositivo non possa essere utilizzato in mare aperto, perché richiede il collegamento elettrico, risulta straordinariamente efficace in aree come i porti poiché sono “punti di accumulo”, in cui convergono la maggior parte dei rifiuti in mare. Attualmente sono già in funzione dei Seabin in altre regioni italiane, tra le quali Liguria, Lombardia, Veneto, Marche, Toscana, Lazio, Campania, Puglia, Sicilia e Sardegna (fonte: ufficio stampa Winni’s).

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