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Il Pesce nr. 4, 2019

Rubrica: Sicurezza alimentare
(Articolo di pagina 126)

Presenza di particelle di microplastica e nanoplastica negli alimenti

Sintesi, a cura del CeIRSA, del documento “EFSA Panel on Contaminants in the Food Chain – Presence of microplastics and nanoplastics in food, with particular focus on seafood”

È stata pubblicata a giugno 2016, da parte del gruppo di esperti scientifici sui contaminanti nella catena alimentare (CONTAM) dell’EFSA, una relazione sulla presenza di particelle di microplastica e nanoplastica negli alimenti, con particolare attenzione ai prodotti ittici. Il CONTAM ha provveduto ad effettuare un riesame della letteratura scientifica attualmente disponibile in materia e a valutare il rischio di esposizione per l’uomo attraverso il consumo di alimenti contaminati.

Cosa sono le microplastiche e le nanoplastiche?
L’EFSA definisce come microplastiche le particelle di dimensioni comprese tra 0,1 e 5.000 micrometri (μm), che corrispondono a 5 millimetri, e come nanoplastiche le particelle di dimensioni da 0,001 a 0,1 μm (ossia da 1 a 100 nanometri). Possono presentarsi in forma di pellet, fiocchi, fibre, sferoidi e granelli. Rappresentano un problema emergente, soprattutto per quanto riguarda l’ambiente marino. Le microplastiche possono essere distinte in primarie e secondarie. Le microplastiche primarie comprendono, ad esempio, le polveri di plastica utilizzate per lo stampaggio, le microsfere impiegate nelle formulazioni cosmetiche o le resine industriali. Le microplastiche secondarie (la forma predominante) originano dalla frammentazione dei rifiuti in plastica presenti negli oceani, attraverso l’esposizione prolungata alla luce ultravioletta (UV) e l’abrasione fisica, oppure possono provenire dall’ambiente terrestre. In quest’ultimo caso derivano principalmente da prodotti per la cura della persona (come il dentifricio e i prodotti detergenti), o da fibre tessili (ad esempio, i vestiti attraverso il lavaggio), che entrano nell’ambiente marino attraverso i sistemi fognari che non sono in grado di operare da filtro. Le nanoplastiche possono originare dall’ulteriore frammentazione delle microplastiche, oppure derivare da composti di natura industriale. A livello marino, le microplastiche sono state rilevate in una grande varietà di organismi zooplanctonici e anche in livelli trofici più elevati, sia invertebrati che vertebrati, esposti direttamente o tramite i livelli trofici inferiori. È stato stimato che la quantità totale di emissione secondaria di microplastiche nell’ambiente marino sia pari a 68.500-275.000 tonnellate all’anno (UE, 2016).

Esiste un rischio per il consumatore legato al consumo di tali alimenti?
L’EFSA ha messo in evidenza uno stato attuale di elevata carenza di informazioni utili a una valutazione del rischio completa. I dati attualmente presenti su concentrazioni, tossicità e tossicocinetica sono estremamente ridotti e riguardano esclusivamente le microplastiche, mentre la comunità scientifica non dispone ancora di informazioni per quanto riguarda le nanoplastiche. Gli alimenti per i quali si hanno a disposizione informazioni sulle concentrazioni sono alcuni prodotti ittici, tra cui pesce, gamberetti e molluschi bivalvi, e altri alimenti quali miele, birra e salgemma. Un ulteriore elemento critico risiede nel fatto che i dati forniti dalla letteratura sulle concentrazioni fanno riferimento a unità di misura diverse e quindi spesso non comparabili. Nei prodotti ittici la più alta concentrazione di microplastiche si riscontra a livello del tratto gastrointestinale. Nel pesce il numero medio di particelle rinvenute è compreso tra 1 e 7, nei gamberetti è stata riscontrata una media di 0,75 particelle/g, mentre nei molluschi bivalvi il numero medio di particelle è di 0,2-4/g. Il contenuto medio di microplastiche riportate per il miele è pari a 0,166 fibre/g e 0,009 frammenti/g. Nella birra sono state trovate fibre, frammenti e granuli in quantità di 0,025, 0,033 e 0,017 per ml, rispettivamente. Nel salgemma è stato trovato un contenuto di microplastiche pari a 0,007 e 0,68 particelle/g. Dal momento che nella maggior parte dei casi stomaco e intestino dei pesci vengono eliminati, il rischio di esposizione per l’uomo alle microplastiche è basso in seguito al consumo di pesce. Viceversa, può invece risultare maggiore per quanto riguarda i molluschi bivalvi, dal momento che vengono consumati interamente. È inoltre noto come solo microplastiche inferiori a 150 μm possano traslocare attraverso l’epitelio intestinale causando un’esposizione sistemica, anche se l’assorbimento risulta essere comunque limitato (≤ 0,3%). Un rischio rappresentato dalle microplastiche è legato inoltre alla capacità di questi composti di accumulare contaminanti, quali i policlorobifenili (PCB) e gli idrocarburi policiclici aromatici (IPA) o residui di composti utilizzati negli imballaggi, come il bisfenolo A (BPA). Sono state rilevate concentrazioni fino a 2.750 ng/g di PCB e 24.000 ng/g di IPA all’interno di microplastiche depositate presso le spiagge. È stato inoltre documentato che i detriti di plastica possano fungere da substrato per lo sviluppo di diverse popolazioni microbiche. È stato calcolato che una porzione di mitili di 225 g potrebbe contenere, considerando i livelli massimi, 7 microgrammi di microplastica. In base alla stima di cui sopra e considerando lo scenario peggiore, la porzione di cozze aumenterebbe il livello di esposizione ai PCB e ai IPA meno dello 0,01% e al bisfenolo A di meno del 2%. In conclusione, l’EFSA raccomanda un’ulteriore implementazione e standardizzazione dei metodi analitici per il rilevamento delle micro e nanoplastiche, al fine di valutare la loro presenza e quantificarne i livelli di presenza negli alimenti. Si rendono, inoltre, necessari ulteriori studi volti ad approfondire la tossicocinetica e la tossicità di tali composti sia negli organismi marini che nell’uomo.
Fonte: CeIRSA Centro Interdipartimentale di Ricerca e Documentazione sulla Sicurezza Alimentare
www.efsa.europa.eu/en/efsajournal/pub/4501

 

Didascalia: a livello marino, le microplastiche sono state rilevate in una grande varietà di organismi zooplanctonici e anche in livelli trofici più elevati, sia invertebrati che vertebrati, esposti direttamente o tramite i livelli trofici inferiori.

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