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Il Pesce nr. 3, 2019

Rubrica: Ambiente
Articolo di Mauri G.
(Articolo di pagina 70)

Le indispensabili acque profonde

Il loro ruolo di tutela della vita sulla Terra appare sempre più importante. È giunto il momento di proteggerle

Gli oceani devono essere protetti e gestiti correttamente per poter mantenere la loro ricchezza e biodiversità. Da questi dipende la vita dell’uomo perché gli studi dimostrano il ruolo chiave degli oceani nel ciclo della CO2. Non è quindi una questione — di per sé già importantissima — di risorse alimentari. Non siamo certo all’anno zero, sono numerose le iniziative che mirano a tutelare la vita marina e fra queste c’è la Conferenza Intergovernativa sulla Protezione della Biodiversità sotto la Giurisdizione Nazionale (ICPBBNJ): un’iniziativa dell’ONU. Immense estensioni oceaniche, infatti, sono classificate come “acque internazionali” e la loro regolamentazione deve essere argomento di discussione in ambito sovranazionale. Lo scopo della Conferenza Intergovernativa è proprio quello di sviluppare uno strumento vincolante legale per consentire la protezione degli habitat e della vita marina nelle acque al di fuori delle giurisdizioni nazionali. Con l’obiettivo di avere l’atten­zione della Conferenza Intergover­nativa, Greenpeace ha reso pubbli­co uno studio, portato avanti in collaborazione con l’Università di Oxford e l’Università di York sotto la guida del professor Callum Roberts, che propone di istituire una rete di aree protette nelle acque profonde, nazionali e internazionali. Questa sarà in grado di permettere all’intero sistema degli oceani di mantenersi vitale, recuperare biodiversità e salute e restituire all’uomo grandi benefici economici, sociali e climatici. Il titolo del documento è “30 x 30 A Blueprint For Ocean Protection. Come possiamo proteggere il 30% dei nostri oceani entro il 2030”, reperibile all’indirizzo web www.greenpeace.org/30x30

Oasi, deserti, piste e autostrade
La protezione degli oceani è di fondamentale importanza per il futuro dell’uomo. Quelle che lo studio chiama “acque profonde”, sono acque che comprendono tutti gli habitat presenti nel loro volume, compreso quello sotto la crosta terrestre del suolo marino. Infatti, nella definizione vengono intese le acque dalla superficie a contatto con l’atmosfera giù sino al corrispondente fondale marino, che spesso raggiunge le centinaia di metri di profondità e talvolta anche le migliaia. Un volume di acqua immenso. Le acque profonde costituiscono infatti il 61% dell’area degli oceani e ben il 73% del loro volume. Coprono il 43% della superficie della Terra e ospitano il 70% dello spazio abitato da forme viventi del pianeta. Sono essenziali per un funzionamento salutare dell’intero globo terracqueo, soprattutto grazie alla cosiddetta pompa biologica, ben illustrata nel documento pubblicato da Greenpeace e di cui parleremo fra poco. Vi sono zone di mari e oceani particolarmente importanti dal punto di vista biologico: sono aree dello strato più superficiale delle acque profonde — nelle quali la luce del sole riesce a penetrare — in cui le correnti portano i nutrienti in superficie, permettendo lo sviluppo in grande abbondanza di plancton. Queste aree possono interessare zone vaste anche migliaia di chilometri quadrati, sono facilmente individuabili dallo spazio e sono denominate “circuiti oceanici di rifornimento alimentare”. Costituiscono percorsi di alimentazione e aree di pascolo utili per quelle specie marine — elefanti di mare, tonni, aguglie, anguille, squali, tartarughe, pinguini e albatros, ad esempio — che compio­no enormi spostamenti nel corso della loro vita e che periodicamente si riuniscono in punti oceanici di aggregazione e di alta frequentazione. I vec­chi balenieri conoscevano già queste aree marine e questo sistema che vede gli oceani come enormi deserti disseminati di oasi e dotati di piste e “autostrade oceaniche”. Dunque queste zone superficiali delle acque profonde vanno gestite con maggiore attenzione da parte dell’uomo.

La pompa biologica
Sebbene gli spostamenti dei grandi migratori ci appaiano straordinari, in realtà è nelle acque profonde che avviene la più grande migrazione del pianeta. E accade ogni giorno, con il calare delle tenebre, quando un’immensa varietà di creature abbandona la propria posizione e risale anche per centinaia di metri per raggiungere lo strato più superficiale delle acque, nutrirsi di plancton o predare altri animali per poi ridiscendere in quelle buie immensità dove la luce del sole non arriva, la pressione è elevatissima e la temperatura è di poco superiore allo zero. Nonostante per noi abitanti della superficie queste condizioni di buio, freddo e alta pressione sembrino proibitive, si presume che il 90% della biomassa marina si nasconda proprio nelle profondità. Il suo viaggio quotidiano costituisce la cosiddetta pompa biologica, che permette di sottrarre anidride carbonica dall’atmosfera e di trasferirla — forse stabilmente — nelle acque profonde. Si stima che, in assenza di questo fenomeno, l’anidride carbonica in atmosfera sarebbe ben maggiore, fino al 50% in più di quanto non sia adesso. Di conseguenza, l’effetto serra sarebbe ancora più sviluppato e la Terra molto più calda. La pressione determinata dalle attività umane — prime fra tutte la pesca incontrollata — ha effetti negativi sulla pompa biologica, sul benessere degli oceani, compromette la capacità delle acque profonde di compiere le mansioni chiave dell’ecosistema che sostiene tutti noi. E questo problema verrà esacerbato in futuro a causa del cambiamento climatico.

Protezione delle acque profonde
È un dato di fatto che la vita marina oggi sia sempre più in pericolo: è quindi necessario elaborare una strategia di tutela che ne permetta la salvaguardia e la ricostituzione. Secondo gli studiosi, la costituzione delle aree protette è una risposta efficace. Queste non mancano attualmente, ma interessano acque costiere, territoriali. Data invece l’importanza è necessario tutelare le acque profonde, molto spesso internazionali. La questione è quindi spinosa, l’individuazione di quali aree proteggere deve essere efficace e chiara in modo da poter essere accettata da diversi Paesi. Greenpeace ha commissionato alle università inglesi di Oxford e di York lo studio con cui individuare quali acque profonde tutelare, con l’obiettivo di preservare la pompa biologica marina. Il programma di calcolo utilizzato è quello chiamato MARXAN, perché è in grado di raccogliere ed elaborare enormi quantità di dati e così individuare con maggior efficacia quali aree destinare a santuari.

Tutelare aree con temperature fluttuanti e stabili
Nell’elaborazione dei dati con MARXAN, sono stati considerati anche quelli relativi alla temperatura superficiale delle acque profonde. Poiché non si riescono ancora a prevedere con certezza le conseguenze dell’innalzamento delle temperature, la conclusione dello studio ha portato a scegliere di tutelare aree con fenomeni termici differenti. Proteggere le aree marine che da sempre presentano variabilità di temperatura piuttosto elevata permetterà forse di preservare specie adattate a condizioni termiche fluttuanti, in grado di affrontare il surriscaldamento del globo. Mentre proteggere le aree marine con temperature molto stabili dovrebbe garantirci il mantenimento in buone condizioni di zone in cui il cambio climatico potrebbe essere più lento e i cui ecosistemi potrebbero poter avere a disposizione tempi più lunghi per adattarsi alla nuova realtà. Infat­ti, oggigiorno i mutamenti che sta subendo il pianeta sono i più rapidi e permeasivi della sua storia e c’è ancora molta incertezza su cosa potrà accadere in futuro nelle singole aree del mondo. Scegliendo di coprire con questo sistema di protezione aree molto diverse fra loro, si accresce la probabilità per le specie e gli ecosistemi di sopravvivere e adattarsi al cambiamento globale. Il tempo a disposizione è poco, differente dai tempi della diplomazia. Ma siamo costretti a muoverci tutti insieme per riuscire ad ottenere risultati efficaci. Il primo passo per prendere decisioni è la consapevolezza della loro necessità e della loro bontà. La proposta di Greenpeace mira a velocizzare queste prese di coscienza e ad attivarci in tempi utili. Perché gli effetti della nostra non-azione sono già sotto gli occhi di tutti.
Giulia Mauri

 

Repentini effetti del clima sulla pesca

Sempre più si comprende come l’intero pianeta costituisca un enorme unico ecosistema in cui le variazioni di un parametro — il clima oppure le forme di vita in un determinato ambiente — comportano ricadute sul tutto. Su Nature Climate Change è stato pubblicato uno studio internazionale, citato recentemente sull’edizione on-line del quotidiano Repubblica (comprende anche un’intervista alla ricercatrice del CNR Alessandra Conversi). Questo studio ha affrontato gli effetti del cambiamento climatico sui sistemi marini. L’indagine, alla quale ha partecipato anche l’italiano Istituto di scienze marine del Consiglio nazionale delle ricerche CNR-ISMAR, è stata guidata dal centro di ricerca francese CNRS e suggerisce che le future variazioni di temperatura avranno effetti sempre più importanti sulla vita marina. Oggi può accadere che in un periodo di tempo relativamente breve — dell’ordine di appena un anno solare — si modifichi l’intera rete trofica di un ecosistema: questo ha impatti anche devastanti sui servizi ecosistemici e sulle collettività che ne usufruiscono; si pensi, ad esempio, agli effetti del Niño. Questi fenomeni repentini — definiti cambi o salti di sistema — sono stati identificati in molti bacini marini, per esempio nel Mare del Nord e anche in Adriatico a fine anni ‘80. Studiare gli effetti di questi salti di sistema sulla fauna marina è quindi molto importante, ma fino ad oggi i programmi di monitoraggio delle popolazioni marine hanno coperto in genere solo piccole aree di mari e oceani, solitamente vicino alla costa. Lo studio cui ha partecipato il CNR-ISMAR, invece, ha esteso le analisi a tutto il globo. Per capire e predire i cambiamenti nella biodiversità marina il team scientifico ha progettato un modello numerico globale basato sulla teoria METAL (Macro-Ecological Theory on the Arrangement of Life) sviluppata da Gregory Beaugrand. Usato insieme ai sistemi di monitoraggio esistenti, METAL permette di prevedere i principali cambiamenti biologici in aree più ampie e su periodi di tempo più lunghi. Sarà in grado di rilevare segnali di allarme precoce sui cambi di regime negli ecosistemi marini e di allertare sulle possibili conseguenze su pesca e acquacoltura. Anche la proposta pubblicata da Greenpeace approccia il problema con una visione globale, comprendendo un’analisi di dati provenienti da tutto il pianeta. Questo oggi è possibile grazie all’utilizzo di calcolatori a elevata prestazione e a programmi di calcolo (METAL nel caso pubblicato su Nature Climate Change e MARXAN in quello di Greenpeace).

Didascalia: nello strato più superficiale delle acque profonde, quello illuminato dalla luce del sole, esistono aree in cui le correnti portano i nutrienti in superficie, permettendo lo sviluppo in grande abbondanza di plancton. Esse costituiscono aree di pascolo utili per quelle specie marine che compio­no enormi spostamenti nel corso della loro vita e che periodicamente si riuniscono in punti di aggregazione oceanici (photo © Paul Hilton/Greenpeace).

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