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Il Pesce nr. 1, 2019

Rubrica: AttualitĂ 
Articolo di Corona S.
(Articolo di pagina 28)

Il potere del consumatore: il riccio di mare come caso di specie

È il mercato che decreta la vita o la morte di un prodotto. Questo è un concetto ovvio. Ciò che appare più difficile da comprendere è come influenzare masse di consumatori affinché lo acquistino. I fattori che portano al successo o meno di un alimento sono infatti diversi. In quest’ambito di indagine può essere interessante approfondire il tema di ciò che si definisce “potere del consumatore”, cioè la capacità del singolo di fare scelte che abbiano conseguenze sulla domanda nella sua complessità. Siamo portati a pensare che la nostra azione, da sola, non abbia nessun tipo di influenza, ma l’unione delle forze tra una miriade di soggetti non è cosa da sottovalutare. Da nessun punto di vista.

La coscienza critica del singolo
In un mondo globalizzato in cui le imprese tendono a concentrarsi in grandi gruppi, generando lobby con una forza enorme sulle masse, diventa sempre più importante il potere del consumatore che acquisisce coscienza critica e si rende consapevole delle conseguenze del suo atteggiamento di fronte allo scaffale. D’altronde, il gesto dell’acquisto non è un’azione di per sé priva di significato, ma ha invece così tanti riscontri e conseguenze che lo si può considerare, da certi punti di vista, un vero e proprio atto politico. Acquistare non è solo un’operazione legata al gusto del prodotto, alla sua qualità intrinseca, al prezzo o al servizio ad esso legato. Sempre più i consumatori, complici anche i social e internet, si pongono obiettivi di natura sociale, etica, ambientale, economica, anche semplicemente mettendo qualcosa nel carrello. Talvolta le posizioni sono supportate da un reale ed effettivo approfondimento del tema in questione, altre volte le scelte davanti allo scaffale sono frutto di idee preconcette, di una scarsa conoscenza delle cose o, peggio ancora, dalla moda del momento. Il risultato però non cambia. Non a caso la letteratura alimentare, in particolare quella recente, è ricchissima di esempi che mostrano quanto un’informazione su un prodotto, soprattutto un’informazione sbagliata, uno scandalo, una campagna denigratoria, anche non fondata, possano portare a conseguenze nefaste sulle vendite, mettendo in ginocchio interi comparti.

Le ragioni di una scelta di consumo e l’importanza del web
Le motivazioni per incoronare una sostanza o un cibo come la panacea di tutti i mali o — al contrario — per demonizzarlo e farne crollare le vendite, sono spesso solo indirettamente legate alla qualità. Per boicottare un cibo le ragioni possono essere di svariata natura. Da quella sociale, a quella economica o etica. Ci si può rifiutare di consumare un prodotto perché, per esempio, è realizzato in assenza di norme di sicurezza, dei diritti dei lavoratori o in regimi dittatoriali ed oppressivi. E ancora, si può decidere di boicottarlo per evitare di contribuire al successo di un’impresa di cui non si condividono politica aziendale o modalità di lavoro. Oppure la ragione  può essere di natura ambientale, perché un  ingrediente utilizzato viene raccolto in assenza di accorgimenti minimi nei confronti degli ecosistemi, della natura e dei suoi ritmi. Il consumatore di oggi è sempre più consapevole di quanto il suo acquisto sia un gesto carico di significato e non solo dal punto di vista prettamente economico. Anche laddove non lo fosse, sono diversi i casi che dimostrano che una campagna sfavorevole ad un prodotto può avere conseguenze nefaste. Molto spesso, infatti, il consumatore, senza avere in realtà un’idea esatta sulle motivazioni del boicottaggio in atto, si fa coinvolgere dagli orientamenti della massa, evitando di fare prima una personale valutazione con dati oggettivi alla mano. Ma l’elemento che oggi, molto più di un tempo, ha riflessi quasi immediati nel mercato, è la celerità con cui la notizia — anche infondata, purtroppo — circola indiscussa e senza alcun tipo di freno o di contraddittorio. Quello che in passato era un passaparola lento, oggi viaggia alla velocità irrefrenabile di internet, raccogliendo in qualche ora migliaia di visualizzazioni, di like e, soprattutto, la fiducia di chi legge l’informazione. Il campo di discussione sono infatti i profili social, i blog, i forum, dove tra l’altro non esiste una reale responsabilità sulla veridicità della notizia data. In sostanza, la possibilità di demolire un cibo o di costruirgli attorno un’aurea di medicina per ogni male, e quindi renderlo vincente nel vendite, è la stessa ed è in entrambi i casi una cosa che accade ad enorme velocità. Il consumatore, sempre più legato all’opinione altrui, prima di fare un acquisto, specie se importante, interroga internet. Con tutte le conseguenze del caso.

Il caso olio di palma
Un esempio che fa scuola in fatto di potere del consumatore è certamente quello dell’olio di palma. Il tema era già discusso da qualche tempo quando è stato pubblicato un rapporto dell’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare sulla presenza di contaminanti in alcuni tipi di oli vegetali e si è immediatamente diffuso il panico tra i consumatori, sebbene il pericolo fosse strettamente legato ad un consumo importante. A seguire, le aziende della distribuzione e quelle della trasformazione ne hanno dovuto prendere atto. E da lì al ritiro dei prodotti, seppur in via del tutto precauzionale, da parte di alcune insegne, il passo è stato brevissimo. L’olio di palma, inoltre, destava già seri dubbi in termini di impatto ambientale, etico e sociale della sua produzione. Ciò che è successo dopo è a tutti noto: in breve tempo l’olio di palma è stato bandito dalle tavole e gli scaffali oggi pullulano di prodotti le cui etichette evidenziano che si tratta di un cibo privo della tanto vituperata sostanza. La sua assenza è quindi divenuta un valore aggiunto importante di qualunque alimento.

Il caso del riccio di mare di Sardegna: la politica surclassata dal consumatore
Un altro caso simile, certamente meno clamoroso ma di sicuro interesse, è quello del riccio di mare in Sardegna. Si tratta di una specie da tempo oggetto di attenzione da parte degli enti di ricerca per un paventato pericolo di scomparsa. In realtà non ci sono molti studi recenti che dimostrino che la risorsa sia a rischio; tuttavia, i segnali di una sofferenza forte sono sotto gli occhi di tutti. Le pubblicazioni ufficiali, come quelle di Laore Sardegna o di altre istituzioni altrettanto prestigiose, denunciavano già anni addietro un prelievo eccessivo e, nel frattempo, lo sforzo di pesca è aumentato molto, senza che nel contempo i fondali abbiano avuto modo di ripopolarsi, visti i tempi riproduzione della specie. Anche i meno attenti, che però frequentino saltuariamente i mari sardi, sarebbero in grado di notare che i ricci stanno diventando sempre più rari e sempre più ridotti nelle dimensioni. È accaduto che si è passati da un consumo limitato al prodotto fresco e per poche settimane all’anno, ad un prelevamento serrato da novembre a fine aprile. Quella prelibatezza che un tempo, nemmeno troppo lontano, era consumata sulla costa con un pezzo di pane e un bicchiere di vino, è diventata di grande interesse per il mondo della ristorazione e della trasformazione. È così che si sono moltiplicate le occasioni di consumo e il giro d’affari conseguente. Sulla pizza, sulla pasta, nelle tartine: i ricci sono diventati in Sardegna — e non solo — uno dei piatti più ricercati, al punto che in alcuni litorali sono state predisposte aree dedicate in cui è possibile degustare unicamente piatti a base di polpa di ricci e trascorrere del tempo all’aria aperta. La domanda è pertanto schizzata e la pressione sulla risorsa è diventata notevole. Non a caso, è sempre più frequente vedersi servire esemplari ai limiti delle dimensioni minime, sempre più piccoli e sempre più vuoti. Un’evoluzione che non è sfuggita ai cultori della pietanza e che ha fatto il paio con l’allarme gridato da alcune associazioni ambientaliste. I territori più vocati — o, meglio, quelli che ancora possono vantare la presenza della specie nei propri fondali, come le coste del Sinis —, denunciano un assalto non più sopportabile dall’ecosistema. “È tale e tanto il prelievo che di questo passo si andrà verso l’estinzione completa, con tutti i danni che questo fatto potrebbe causare all’ecosistema, nel suo complesso” sostengono gli abitanti di alcune località costiere nelle cronache delle ultime stagioni di pesca.
Le proteste, l’assenza di dati scientifici certi che scongiurino inequivocabilmente l’estinzione della risorsa, un prelievo notevole anche agli occhi dei non addetti ai lavori, non sono però bastati a far intervenire la Regione Sardegna in maniera più restrittiva, riducendo di molto il calendario del periodo di pesca o vietandola del tutto. Complice anche l’aspetto sociale ed economico, si è sinora preferito seguire la linea di un prelievo regolamentato ma in un arco temporale piuttosto ampio che ricopre sei mesi circa, in cui i pescatori professionisti, e dotati di regolare licenza, devono attenersi a quantità massime giornaliere previste per decreto regionale. Un prelievo di questa portata sarebbe già di per sé importante, ma c’è anche un ulteriore problema che è quello dei pescatori abusivi che contribuiscono ad aggravare una condizione già di per sé borderline. Ciò che sinora però non è riuscita a fare la politica — ossia avere il coraggio di sospendere o limitare il prelievo per avere maggiore garanzia di poter contare sul prodotto domani —, lo sta in qualche modo facendo il consumatore. È infatti partita nella stagione 2017/2018 una raccolta firme per l’interruzione momentanea della pesca del riccio in Sardegna in favore del ripopolamento dei fondali. Petizione on-line avviata nelle coste dell’Oristanese che in pochi giorni ha raccolto oltre 3.600 firme. Raccolta che, tuttavia, non ha sortito effetto alcuno nei confronti della Regione Sardegna. I firmatari della petizione presentata nel 2017 si dichiaravano “fortemente preoccupati per l’eccessivo prelievo della pesca del riccio cui sono sottoposti i fondali dell’Oristanese, visto anche lo studio dell’IMC di Torregrande”, e chiedevano che venisse accolta una serie di richieste per limitare l’attività di pesca condizionandola ad alcune prescrizioni, tra cui il divieto assoluto di raccolta in tutte le Aree Marine Protette e quello dell’utilizzo di apparecchi ausiliari per la respirazione. La petizione raccomandava altresì l’inasprimento delle sanzioni per la violazione delle norme regionali e l’intensificazione dei controlli da parte degli organismi preposti. La campagna in oggetto, però, pur destinata ai ministri dell’Ambiente e dell’Agricoltura e al presidente della Regione Sardegna, oltre che agli assessori dell’Ambiente e dell’Agricoltura, non ha avuto l’attenzione che forse ci si sarebbe aspettati. È partito quindi un tam tam su internet che ha sensibilizzato fortemente anche gli amanti del riccio, soprattutto coloro che più lo amano e che si sono subito resi disponibili a rinunciare al prodotto ora, nella paura di non poterlo più degustare in futuro. Alla campagna hanno aderito moltissimi consumatori ma soprattutto ristoratori, chef, alcune insegne della distribuzione e titolari di locali che hanno apertamente dichiarato di voler rinunciare a proporre il riccio nel proprio menu, al fine di preservare la specie. La stagione di pesca del 2018 si è pertanto aperta con un’altra campagna parallela, quella realizzata sui social col nome #nessunricciosulpiatto, che ha coinvolto decine di migliaia di persone e centinaia di locali, soprattutto nell’hinterland cagliaritano dove, tra l’altro, la tradizione del consumo di ricci è ampiamente consolidata e vede prassi e consuetudini tutte particolari a cui difficilmente gli autoctoni sono disposti a rinunciare. Se nel 2017 erano stati solo alcuni ristoratori a togliere i ricci dai propri menu, nei mesi scorsi c’è stato un vero e proprio webmov, cioè un flashmob sulla rete in cui non solo chi riteneva poteva — e tuttora può — mostrare il suo disappunto, ma in tanti hanno partecipato alla protesta con post, video, video messaggi, vignette, foto e storie per sostenere la campagna. È stato nel contempo creato un badge e il relativo volantino da associare ai post o da scaricare per l’esibizione nei ristoranti o negozi. Le adesioni dei ristoratori sono state centinaia e mostrate con grande orgoglio, soprattutto da parte di chi, anche al fine di responsabilizzare i propri clienti sul tema, ha deciso di rinunciare a lauti guadagni. Insomma, in tanti hanno sacrificato una parte di fatturato nella convinzione di fare qualcosa di importante per l’ambiente e ne hanno certamente avuto un ritorno d’immagine. Al flashmob si è aggiunta la campagna “Quest’anno lasciamoli in mare”, sempre col fine di scuotere le coscienze di pescatori, istituzioni e consumatori, nella convinzione che il miglior modo per scoraggiare l’offerta di un prodotto sia farne scomparire la domanda. Nessuno produce o propone qualcosa che il mercato non vuole.
Sebastiano Corona

 

#nessunricciosulpiatto

La stagione di pesca dei ricci 2018 si è aperta con una campagna social dal nome #nessunricciosulpiatto che ha coinvolto decine di migliaia di persone e centinaia di locali, soprattutto nel Cagliaritano, dove la tradizione del consumo di ricci è consolidata e vede prassi e consuetudini particolari a cui difficilmente gli autoctoni sono disposti a rinunciare.

>> Link: www.facebook.com/hashtag/nessunricciosulpiatto

 

Didascalia: spaghetti ai ricci di mare (photo © pieropoma – stock.adobe.com).

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