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Il Pesce nr. 6, 2018

Rubrica: Interviste
Articolo di Negroni G.
(Articolo di pagina 62)

Adriatico, è tempo di muoversi

Intervista a Giancarlo Cevoli, presidente Cooperativa Lavoratori del Mare

Questo articolo vuole illustrare alcuni dei principali problemi della marineria dell’Adriatico, che si pone come un importante polo economico all’interno di una zona fortemente turistica, presentando alcune idee suggerite da uno dei suoi più profondi conoscitori: Giancarlo Cevoli, presidente della Cooperativa Lavoratori del Mare di Rimini. Una realtà che rappresenta un esempio dell’organizzazione italiana a tutto campo per la produzione primaria della pesca e di tutti i servizi connessi, incluso il mercato del pesce all’ingrosso, e un esempio a livello nazionale e internazionale su come sviluppare il settore e gestire efficacemente ed efficientemente un gruppo locale di barche da pesca.
Possiamo dire ad voce che il settore della produzione primaria ha un effetto di traino su tutta l’economia e la sicurezza alimentare e viene fortemente influenzato dalle legislazioni dell’Unione Europea. Storicamente, le regole della pesca sono fortemente influenzate dai paesi che si affacciano sull’Atlantico, che con grandi flotte oceaniche penalizzano le piccole marinerie artigianali come quelle mediterranee.
Mari chiusi come l’Adriatico hanno problematiche che non si possono ricondurre a quelle dei grandi oceani. Si devono creare delle politiche adatte ai bisogni locali, come è già avvenuto e avviene per molti settori dell’agricoltura e dell’agroalimentare, perché ci sia una crescita sana, in linea con i moderni principi della sostenibilità, conservazione delle risorse, offerta di posti di lavoro ed equità sociale.

 

Quali sono i principali fattori di penalizzazione delle marinerie dell’Alto Adriatico?
«Tra i fattori maggiormente penalizzanti per le marinerie adriatiche ci sono le normative comunitarie restrittive relative ai finanziamenti FEAMP. Infatti, le barche a strascico possono accedere a pochissimi finanziamenti, con la scusa dell’aumento dello sforzo di pesca. Per esempio, sono vietati i finanziamenti per la sostituzione dei motori a pari potenza, che con le nuove tecnologie consumano e inquinano meno.
Un altro grosso problema è rappresentato dalla burocrazia, con gli adempimenti per le leggi comunitarie cui devono attenersi armatori e comandanti dei motopesca. Si pensi solo ai 19 registri da compilare a bordo dell’imbarcazione; in caso di difformità alla regolamentazione vigente, si devono sostenere sanzioni molto pesanti economicamente. Sempre per la normativa comunitaria, a seconda delle infrazioni commesse e delle multe applicate, vi è l’assegnazione di punti (in negativo) sulla licenza della barca e del libretto del comandante. Questo tipo di sistema sanzionatorio può portare facilmente al fermo dell’attività lavorativa delle barche e se, per come è attualmente strutturato, può essere sostenibile per le grandi barche oceaniche, non lo è di sicuro per i piccoli pescatori artigianali Per le piccole imprese è troppo pesante e punitivo; occorre urgentemente rivederlo e adattarlo».

 

Cosa pensa dei problemi ambientali di cui si accusa la pesca tradizionale a strascico?
«Agli ambientalisti, che portano avanti questa “guerra” alla marineria tradizionale a strascico, controbatto che le attività a strascico in Adriatico hanno più di 200 anni di storia. Dalle barche a vela a strascico si è passati alle barche a motore a strascico con maggiore potenza. Non abbiamo avuto conseguenze ambientali o comunque sono state molto limitate. Sono venute meno, quantitativamente, alcune specie e altre sono aumentate a causa principalmente del cambiamento climatico (in particolare per l’aumento della temperatura del mare). La Cooperativa Lavoratori del Mare fornisce regolarmente dati certi sul pesce venduto al mercato (della cooperativa) alla Regione e al Ministero della Pesca. I dati negli anni hanno dimostrato che non è avvenuta nessuna catastrofe ecologica. Altra nota dolente, che penalizza molto la categoria dello strascico, è il ritardo continuo dei rimborsi dei “fermi biologici” (periodi programmati di arresto della pesca); i pagamenti, per lungaggini burocratiche, sono indietro di anni e potete immaginare la reazione dei lavoratori del mare».

 

Cosa pensa della pianificazione locale della pesca?
«C’è un forte bisogno di una valida pianificazione della pesca a livello locale. Sarebbe interessante sviluppare un piano di sostenibilità specifico (con aree ben precise e delimitate) per l’Alto Adriatico, ove si declinano zone di tutela periodica, zone a riserva integrale, Marine Protected Area (MPA), zone di pesca tradizionale (strascico ed altre attività locali tradizionali, attività varie di pesca sportiva gestite dai pescatori, altre attività legate alla pesca e all’acquacoltura marina). Questo potrebbe contribuire a sviluppare i famosi Integrated Coastal Management Plan (gestione integrata delle attività costiere). La UE ha promosso i Multi-Annual Spatial Planning per la pesca e l’acquacoltura, che dovrebbero svolgere un’azione di coordinamento fra le zone limitrofe, anche attraverso il contributo delle OP (Organizzazioni della Pesca). Le valutazioni sulla situazione degli stock delle diverse specie sono molto insufficienti; laddove esistono, riguardano poche specie, in particolare quelle pescate essenzialmente con lo strascico (Piano d’azione per lo sviluppo, la competitività e la sostenibilità della pesca costiera artigianale, 2015). Appropriati studi pratici, realizzati con la partecipazione delle autorità ministeriali, dei centri di ricerca e delle OP del settore, potrebbero contribuire a sviluppare buone pianificazioni e a trovare ottime sinergie con i famosi PPP (Private Public Partnership). Si potrebbero quindi inquadrare relazioni win-win con tutti gli stakeholder, ove gli interessi sociali, ambientali e legislativi siano soddisfatti per garantire una sostenibilità ecologica-socio-economica alle risorse del mare. Sempre in risposta agli ambientalisti, confermo che, per la conservazione e la sostenibilità dell’Adriatico, la categoria ha fatto e sta facendo notevoli sforzi; per esempio: esiste il divieto di pesca entro le tre miglia; è stato allungato, ogni 10 settimane, un giorno ulteriore di fermo pesca ed è stata spostata la linea di protezione della costa fino a 6 miglia durante il periodo invernale; tutto in stretta collaborazione col Ministero, a dimostrazione della grande responsabilità che la categoria ha per la sostenibilità e la conservazione delle risorse marine. Abbiamo poi richieste per sviluppare studi sull’aumento degli stock di tonno e delfini che si nutrono di pesce pelagico e di altre specie. La Cooperativa Lavoratori del Mare ha spesso inviato studi riguardanti la pesca al tonno, riservata a sole 9 barche in tutta Italia. In particolare è stato richiesto più di una volta di regolamentare la pesca occasionale di questo pesce che, se pescato accidentalmente, deve essere rigettato in mare (di solito viene pescato morto), pena un pesante sanzione».

 

Un ultimo problema, molto sentito dalla marineria, è quello dei residui plastici raccolti dalle barche da pesca. Si potrebbe avviare una collaborazione pratica per la raccolta e lo smaltimento della plastica accumulata a bordo delle imbarcazioni durante il loro lavoro in mare?
«Sicuramente sì. La flotta della Cooperativa potrebbe riportare a terra, al ritorno delle bordate di pesca, un grande quantitativo di residui plastici che ora non sono autorizzati ad essere conferiti al porto. Mi auguro che vengano emanati specifici regolamenti per lo scarico dei residui. Progetti specifici sarebbero di grande aiuto all’ambiente marino dell’Adriatico, a livello regionale e nazionale nonché europeo. Il pescatore si considera un poco il “guardiano” del mare e ci tiene ad eliminare tutto ciò che inquina o procura danni all’ecosistema marino».
Gianluigi Negroni

 

Cooperativa Lavoratori del Mare

Fondata nel 1945, la Cooperativa Lavoratori del Mare possiede una flotta composta da una novantina di unità. I servizi proposti sono tra i più convenienti sul mercato a livello di prezzo, per il volume dei soci e la professionalità dei venti dipendenti, con contratto di lavoro a tempo indeterminato. Nel 2017 sono entrati 31 nuovi soci da altre cooperative, a dimostrazione della validità di questo modello. Nel suo statuto sociale la cooperativa assiste le imprese nel complesso di pratiche amministrative, commerciali, fiscali indispensabili per l’esercizio delle attività della pesca, fra cui la vendita del pescato all’asta, la gestione dei carburanti, la compravendita di materiali, la produzione di ghiaccio, le denunce dei redditi, la contabilità, le pratiche dei finanziamenti e altre pratiche presso la capitaneria di porto, quelle presso la Direzione generale della pesca a Roma, e molti altri servizi burocratici difficili da seguire per aziende di piccole dimensioni, che potrebbero facilmente incorrere in errori e conseguentemente in pesanti sanzioni. La Cooperativa, in netta controtendenza e perseguendo un obiettivo economico e sociale, ha ultimamente assorbito altre due cooperative locali di pescatori, incrementando fatturato e qualità dei servizi. Da rilevare la gestione del mercato ittico all’ingrosso di Rimini, dove l’attività principale che vi si svolge consiste nel commercio, tramite asta elettronica, di prodotti ittici freschi provenienti dai pescherecci locali. Si procede attraverso due linee d’asta ove si effettua la “prima vendita”. Segue un’attività secondaria, rappresentata dalla vendita di varie tipologie di prodotti ittici, sia freschi che congelati, confezionati dai grossisti e venduti a trattativa diretta con la “seconda vendita”. Il mercato di Rimini è uno dei più importanti dell’Adriatico, punto di riferimento essenziale per le vendite del prodotto pescato dalle imprese, con più di 17.000 quintali di pesce venduto, per un importo di più di 9,7 milioni di euro nel 2017; nel 2018 c’è stato un incremento delle quantità conferite e del fatturato, con un prezzo medio di 5,69 €/kg. L’organizzazione stessa del mercato permette di risolvere i bisogni del prodotto pesce per soddisfare numerose prescrizioni obbligatorie quali: una perfetta sanità e sicurezza alimentare, la tracciabilità del prodotto, senza dimenticare la sicurezza dei produttori di essere pagati appena effettuata la vendita. Ricordiamo che il sistema dell’asta alla prima vendita permette ai produttori di valorizzare al meglio la redditività del proprio prodotto.

 

Didascalia: peschereccio in Adriatico (photo © www.riminiduepuntozero.it).

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