Edizioni Pubblicità Italia

Il Pesce nr. 6, 2018

Rubrica: Ambiente
(Articolo di pagina 76)

Slow Fish e il mare di plastica

Dalle isole di rifiuti alla minaccia invisibile delle microplastiche

Non preoccupiamoci per i mari. Esistevano da prima di noi e continueranno a farlo anche senza di noi. Quello di cui dovremmo davvero preoccuparci, semmai, è se come esseri umani saremo ancora in grado di trarre dalle acque tutto quello che attualmente ci danno: più della metà dell’ossigeno che respiriamo e buona parte del cibo che portiamo in tavola. A Terra Madre Salone del Gusto, svoltosi a Torino alla fine del mese settembre, nell’area #foodforchange dedicata a Slow Fish, si è parlato di mari e di plastiche col fondatore di Slow Food Carlo Petrini, la direttrice della Sezione di Ricerca Oceanografica dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e Geofisica Sperimentale di Trieste Paola Del Negro, e Silvio Greco, presidente del comitato scientifico di Slow Fish e autore insieme a Raffaella Bullo del volume Un’onda di plastica (manifestolibri).

 

Sempre più plastica
Gli autori del saggio Production, use and fate of all plastics ever made, pubblicato su Science Advances nel 2017, hanno calcolato che dagli anni Cinquanta ad oggi la produzione totale di plastica ammonterebbe a 8,3 miliardi di tonnellate. L’equivalente di 158.670 Titanic di plastica. Ma il dato più interessante è che 6,3 miliardi di tonnellate sono diventati spazzatura. Solo il 9% della plastica giunta al termine del suo utilizzo è stata riciclata, il 12% incenerita e il 79% accumulata nelle discariche o dispersa nell’ambiente, con grave danno per gli ecosistemi. Dai due milioni di tonnellate del 1950 la produzione di plastica è arrivata nel 2015 a più di 400 milioni di tonnellate. Dai dati del rapporto Fao Microplastics in fisheries and aquaculture si prevede che la domanda cresca a ritmo ancora più sostenuto nei prossimi anni, toccando i 600 milioni di tonnellate entro il 2025 e il miliardo di tonnellate nel 2050: sempre più plastica, insomma, ma, soprattutto, sempre più usa e getta. «La plastica nasce per realizzare prodotti di lunga durata: anno per anno, tuttavia, è passata dalla durabilità al consumo immediato, al punto tale che oggi la componente usa e getta arriva intorno al 70%» ha sottolineato Petrini.
Non si tratta di demonizzare un materiale che ci ha permesso nell’ultimo mezzo secolo un grande salto culturale, ha avvertito l’oceanografa Paola Del Negro. «Ricordiamoci che i primi negozi monomarca sono stati quelli della Moplen ed erano visti come qualcosa di molto innovativo. Oggi abbiamo tutti cognizione del fatto che le plastiche siano anche un problema: basti dire che in quattro sogliole su cento tra quelle pescate nell’Adriatico troviamo residui di materiali plastici».
Alcune ricerche hanno stimato il peso dell’inquinamento plastico globale: comprende il 75% di macroplastica, l’11% di mesoplastica e il 14% di microplastiche. «Non parliamo allora di plastica, ma piuttosto di plastiche: non c’è una plastica sola» suggerisce Greco. Che ha ricordato: «ad oggi ricicliamo bene solo il polietilene e nei casi in cui le molecole sono mischiate spesso non sappiamo come fare: questo è un problema dentro il problema».
I dati suggeriscono che un minimo di 233.400 tonnellate di oggetti di plastica più grandi siano alla deriva negli oceani rispetto a 35.540 tonnellate di microplastiche. Negli ultimi decenni si è osservata una diminuzione delle dimensioni medie dei rifiuti di plastica, così come una distribuzione globale delle microplastiche in costante aumento. È questa insomma la minaccia invisibile che percorre i nostri mari, arrivando a noi attraverso la carne dei pesci e dei molluschi. Ma anche nell’acqua delle bottigliette, nel sale marino, perfino nella birra e nel miele. In più di 220 specie della fauna selvatica gli scienziati di tutto il mondo hanno ritrovato i detriti microplastici sparsi in natura. Escludendo uccelli, tartarughe e mammiferi, il 55% di queste sono invertebrati da pesca di importanza commerciale: cozze, ostriche, vongole, gamberetti comuni, scampi, acciughe, sardine, aringhe atlantiche, merluzzi bianchi e carpe comuni figurano nell’elenco.
In Italia ogni anno vengono individuate tra le 40 e 50.000 tonnellate di rifiuti plastici marini. Secondo l’indagine Plastic free sea promossa dalla Goletta Verde di Legambiente, il 95% dei rifiuti galleggianti nel mar Tirreno è composto da plastica, per il 41% buste e frammenti. Nel Mediterraneo, stando alle stime del Cnr, galleggiano 1,25 milioni di tonnellate di microplastiche e soltanto nel tratto di mare tra la Toscana e la Corsica ne è stata rilevata la presenza in quantità di 10 kg per km2. La buona notizia è che il nostro Paese è uno dei più avanzati per quanto riguarda la lotta all’usa e getta e il recupero delle plastiche. Mentre negli Usa si ricicla appena il 10% delle plastiche e nell’Unione Europea il 30%, l’Italia fa decisamente meglio della media continentale arrivando al 45% di riciclo. Dal primo gennaio 2019, inoltre, entrerà in vigore la legge che consente di commercializzare soltanto bastoncini per le orecchie biodegradabili, oggetti che oggi costituiscono il 7,8 % della spazzatura nei mari. A partire dal 2020, invece, sarà vietata la vendita di cosmetici da risciacquo e detergenti contenenti microplastiche. «L’Unione Europea — ha continuato il presidente di Slow Fish — ha iniziato un lavoro per arrivare all’eliminazione del monouso, ma c’è una possibile difficoltà: l’UE, infatti, si limita alle raccomandazioni che i singoli Stati dovrebbero recepire elaborando appositi progetti di legge».
Abbiamo di fronte uno scenario duro e battaglie feroci, avverte l’autore di Un’onda di plastica, perché l’industria dei componenti plastici e quella petrolifera si confondono: la DowDuPont, l’ExxonMobil, la Shell, la Chevron, la BP e in Italia l’Eni sono mostri intoccabili. Intoccabile sembra essere anche il business: il mercato della plastica globale per il 2020 è valutato in circa 654,38 miliardi di dollari e, nel 2050, la quota di idrocarburi dedicata alla plastica toccherà il 14%, contro il 6% del 2014. Sono numeri impressionanti. Ma nel mondo si stanno formando consapevolezze inaspettate anche lì dove l’impatto è maggiormente critico.
Fonte: Slow Food

>> Link: www.slowfood.it

 

Didascalia: la marcia dei delegati di Slow Food in chiusura del Salone del Gusto Terra Madre 2018 (photo © Alessandro Vargiu/Archivio Slow food).

Photogallery

Il Pesce
Anno:

Numero:


Cerca negli articoli di Il Pesce:
Annuario del Pesce e della Pesca
La banca dati che con cadenza annuale costituisce un prezioso strumento di lavoro per gli operatori del settore ittico e acquacoltura.