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Il Pesce nr. 5, 2018

Rubrica: Legislazione
Articolo di Cappelli M.
(Articolo di pagina 32)

Marchio di identificazione per i prodotti della pesca

Può essere utile riesaminare il qua­dro normativo che riguarda il “marchio di identificazione” nel settore dei prodotti della pesca. Si tratta di un aspetto talvolta ritenuto puramente formale o non considerato con la giusta attenzione da parte degli operatori del settore alimentare, soprattutto nel caso di commercializzazione di prodotti sfusi, con conseguenze che possono essere anche rilevanti a livello di sanzioni e altri provvedimenti da parte delle autorità competenti. Il problema viene affrontato in riferimento alla natura dell’obbligo e alla sua utilità, al campo di applicazione, alle corrette modalità di apposizione e alle sanzioni e altri provvedimenti in caso di violazione.

 

Obbligo del “marchio di identificazione”: il contesto normativo
L’attuale normativa prevedente il “marchio di identificazione” è costituita dal pacchetto igiene. Il Regolamento n. 882/2004 afferma che gli alimenti devono essere sicuri e sani e che gli OSA, in tutte le fasi, sono responsabili di assicurare il rispetto dei requisiti della normativa aventi rilevanza per la loro attività. Il sistema di controllo ufficiale mira a controllare e verificare il rispetto di tali requisiti. Ma già nel Regolamento (CE) n. 178/2002 veniva affermato il concetto dell’importanza dell’uniformità dei requisiti di sicurezza alimentare per rendere possibile la libera circolazione degli alimenti tra gli Stati Membri.

 

Riconoscimento
Il Regolamento (CE) n. 853/2004, rimodulando e semplificando quanto già contenuto nelle direttive “verticali” degli ultimi due decenni del secolo scorso, afferma principi comuni per l’igiene della produzione e della commercializzazione degli alimenti di origine animale, che vanno ad integrare i principi generali previsti dal Regolamento (CE) n. 852/2004. In tale contesto, il Regolamento 853/2004 prevede, come obbligo finalizzato al­l’im­missione sul mercato dei pro­dotti, il “riconoscimento” degli sta­bilimenti che trattano alimenti di origine animale, con alcune eccezioni per gli stabilimenti che possono operare in regime di “registrazione” ai sensi dell’art. 6 del Regolamento n. 852/2004: produzione primaria, trasporto, magazzinaggio di prodotti che non richiedono installazioni termicamente controllate, vendita al dettaglio (con le precisazioni ed esenzioni di cui all’art.1, par. 5, lettera b, dello stesso regolamento).
Il riconoscimento è un par­ticolare atto autorizzativo, attestante la rispondenza dello stabilimento ai requisiti previsti dall’Allegato III dello stesso Regolamento 853/2004 (come affermato dall’art. 4, par. 2). È l’autorità competente (art. 4) che deve concedere il riconoscimento “a seguito di un’ispezione in loco”. Il riconoscimento può essere “condizionato”, nei casi in cui venga consentita l’attività per un tempo limitato (tre mesi, in determinate condizioni prorogabile a sei) con l’obbligo di regolarizzare alcuni requisiti che non possono riguardare le infrastrutture e le attrezzature (art. 3 Regolamento 854/2004). Può essere sospeso (in caso di non conformità per cui l’OSA fornisca sufficienti garanzie di risoluzione in un tempo adeguato) o revocato (in caso di gravi e ripetute non conformità).

 

Il marchio di identificazione
L’art. 5 del Reg. 853/2004 prevede, per l’immissione sul mercato degli alimenti di origine animale manipolati in stabilimenti soggetti al riconoscimento, la bollatura sanitaria o la marchiatura di identificazione. Mentre il bollo sanitario è previsto unicamente per le carni fresche, il marchio di identificazione riguarda gli altri prodotti, tra cui quelli della pesca. Quanto sopra vale anche per gli alimenti importati nel territorio dell’Unione Europea in quanto provenienti da Paesi Terzi: prodotti che vanno a ricadere nel campo di applicazione del Reg. 853/2004 e che vengono commercializzati nel rispetto dei requisiti di cui all’allegato III, a cura dell’importatore comunitario. Per dovere di cronaca storica, si ricordi che già le cosiddette “direttive verticali”, che hanno preceduto il pacchetto igiene, prevedevano il riconoscimento degli stabilimenti e la bollatura con quello che all’epoca era comunemente chiamato “bollo CEE”. Nel caso dei prodotti della pesca, la Direttiva n. 91/493/CEE, recepita in Italia con il Decreto Legislativo n. 531/1992, stabiliva (art. 3, comma 1, lettera f) l’obbligo dell’applicazione del “contrassegno di identificazione”, che aveva le stesse caratteristiche dell’attuale marchio e doveva essere riportato “sulla confezione o, nel caso di prodotti non confezionati, sui documenti di accompagnamento” (capitolo VII dell’allegato). Tra i compiti dei servizi veterinari era compreso l’accertamento della “corretta applicazione dei bolli”.

 

Struttura del “marchio”, metodi di marchiatura e interpretazioni
L’allegato II del Reg. 853/2004 pre­vede che il marchio sia applicato prima che il prodotto lasci lo stabilimento. Il prodotto, in tutti i suoi passaggi commerciali, resta contraddistinto dal marchio del primo stabilimento che lo ha immesso sul mercato comunitario, fatti salvi i casi di reimballaggio o trasformazione, nei quali viene apposto il marchio dello stabilimento che effettua tali operazioni. Il marchio di identificazione riporta, contenuti in una forma ovale, i seguenti dati:

  • il nome del Paese (Stato Membro) in cui è ubicato lo stabilimento, indicato per esteso o con il codice ISO a due lettere;
  • il numero di riconoscimento dello stabilimento;
  • l’abbreviazione CE (o abbreviazione omologa nelle altre lingue della UE).

Nel marchio può figurare un’altra abbreviazione, che segue il numero di riconoscimento, per indicare la tipologia di attività svolta (ad esempio: AH mercato all’ingrosso, FV nave officina, CS deposito frigorifero, PP stabilimento di trasformazione, ecc…). L’elenco completo dei marchi di identificazione degli stabilimenti riconosciuti in Italia, con relativa legenda, è consultabile sul sito del Ministero della Salute. Il marchio deve essere leggibile, indelebile, facilmente decifrabile e apposto in un punto accessibile agli addetti al controllo ufficiale. L’allegato II entra infine nel merito dei metodi di marchiatura. L’apposizione del marchio può essere effettuata direttamente, o mediante un’etichetta o una targhetta inamovibile di materiale resistente, sul prodotto, sull’involucro o sull’imballaggio. Nel caso di applicazione diretta all’alimento (pratica probabilmente non utilizzabile per i prodotti della pesca data la loro natura), il colore utilizzato dev’essere autorizzato secondo la normativa comunitaria sui coloranti. Il marchio viene apposto sulla superficie esterna di contenitori da trasporto o di grandi imballaggi destinati a stabilimenti di trasformazione, confezionamento, ecc… Se l’alimento è posto in un imballaggio destinato al consumatore finale, il marchio viene applicato sulla superficie esterna dell’imballaggio stesso. Ed ecco un riferimento specifico ai prodotti della pesca trasportati sfusi (allegato II, punto 12): “il marchio di identificazione non è necessario se i documenti di accompagnamento contengono le informazioni di cui ai punti 6, 7 e, se del caso, 8” (p. 6: Stato Membro; p. 7: numero di riconoscimento; p. 8: indicazione CE). La maggior parte dei prodotti ittici (pesci, crostacei, molluschi cefalopodi), specialmente se provenienti dalla pesca locale, vengono commercializzati in cassette aperte che non hanno le caratteristiche di un preimballaggio ai sensi del Reg. 1169/2011: pertanto, secondo una interpretazione del suesposto punto 12, le cassette potrebbero essere prive di marchio purché le informazioni necessarie siano contenute nel documento commerciale. Il dibattito ha interessato, negli anni scorsi, operatori, addetti al controllo ufficiale e autorità competenti. La soluzione interpretativa è venuta, con estrema chiarezza, dalla Nota n. 18204-P del 03-05-2017 a firma del Direttore dell’Ufficio 2 del­la Direzione Generale per l’Igiene e la Sicurezza degli Alimenti del Ministero della Salute, in risposta a un quesito della Regione Veneto. L’organo ministeriale richiama il capitolo 8.1 dell’Intesa Stato-Regioni n. 195/CSR del 05-11-2015, “Linee guida in materia di igiene dei prodotti della pesca”, che afferma: “Il marchio di identificazione può essere apposto direttamente sul prodotto, sull’involucro o sull’imballaggio, o essere stampato su un’etichetta apposta a sua volta sul prodotto, sull’involucro (es. cassette aperte o chiuse) o sull’imballaggio”. Ad ulteriore conferma, la nota cita un successivo passaggio delle Linee guida: “I prodotti commercializzati in cassette da stabilimenti riconosciuti, secondo le indicazioni comunitarie, devono riportare il marchio di identificazione”. Viene quindi esclusa la possibilità di apporre il marchio di identificazione solamente sui documenti commerciali per i prodotti ittici in cassette aperte. Il pescato locale trasferito per l’immissione sul mercato dall’impresa di pesca a un mercato o a uno stabilimento riconosciuto, prima dell’uscita da quest’ultimo, deve essere dotato del marchio di identificazione del mercato o dello stabilimento, che può dotarsi di cassette con marchio prestampato o di etichette, fascette o targhette (sulle quali, peraltro, dovranno comparire le altre informazioni obbligatorie previste per i prodotti della pesca), opportunamente resistenti e impermeabili, da assicurare a ciascuna cassetta. Per i pesci di medie e grandi dimensioni possono essere utilizzate le etichette a freccetta, di materiale plastico idoneo al contatto con gli alimenti, infisse in ogni esemplare con apposito applicatore pneumatico: tale soluzione è in alcuni casi utilizzata in stabilimenti di macellazione e incassettamento annessi agli allevamenti di acquacoltura.
Da notare che le stesse Linee guida, al capitolo 5 (Trasporto), punto 5.1, affermano che “i documenti e i contenitori utilizzati per il trasporto dei prodotti ittici dall’imbarcazione, registrata ai sensi del Regolamento (CE) 852/04, fino al primo stabilimento di destinazione non possono recare il marchio di identificazione di uno stabilimento riconosciuto”: non è concesso, quindi, di “anticipare” l’apposizione del marchio alle fasi di sbarco e di primo trasporto, neppure in caso di accordo tra impresa di pesca e stabilimento. Solo le navi officina e le navi frigorifero possono, anzi devono, applicare il proprio marchio, trattandosi di stabilimenti riconosciuti. In effetti, le Linee guida, sempre nel già citato punto 8.1, affermano che “l’apposizione della marchiatura di identificazione può essere effettuata solo presso uno stabilimento riconosciuto a garanzia del rispetto dei requisiti generali di cui al Regolamento (CE) 852/2004 e di quelli specifici di cui all’allegato III, sezione VIII del Regolamento (CE) 853/2004”, e che “la marchiatura identifica lo stabilimento di provenienza del prodotto, pertanto non deve essere applicata né sul punto di sbarco né in fase di trasporto ad eccezione delle navi officina e deposito frigo”.

 

Controllo ufficiale
Le Linee guida stabiliscono anche che il controllo ufficiale deve verificare la corretta applicazione del marchio di identificazione da parte dell’OSA. Infatti, sia per l’accertamento della provenienza, sia per la regolarità del­­la rintracciabilità, sia per la ve­­rifica sanitaria della conformità dei requisiti a monte, il personale addetto al controllo ufficiale ai sensi del Reg. 882/2004 esamina i prodotti, insieme ai loro imballaggi se esistenti, e la documentazione commerciale, emettendo un giudizio di conformità o non conformità, fino ad adottare gli eventuali provvedimenti.

 

Utilità del marchio di identificazione
Il marchio di identificazione garantisce, come si è visto, la conformità dello stabilimento ai requisiti previsti, consentendo l’immissione sul mercato in ambito comunitario dei prodotti della pesca e i successivi passaggi commerciali (esclusa la vendita al dettaglio: tale fase non rientra nel campo di applicazione del Reg. 853/2004, ma viene svolta in regime di “registrazione” dello stabilimento). Inoltre il marchio costituisce un importante elemento di rintracciabilità, identificando in maniera univoca lo stabilimento.

 

Marchio di identificazione ed etichettatura
Il Decreto Legislativo n. 231/2018, intervenendo su un aspetto dell’etichettatura degli alimenti non con­templato nella normativa dell’Unione costituita dal Regolamento (UE) n. 1169/2011, stabilisce l’obbligo di apporre nell’etichetta degli alimenti prodotti e commercializzati in Italia l’indicazione (aggiuntiva rispetto a quelle già obbligatorie secondo il Regolamento) della sede dello stabilimento di produzione. Ai sensi dell’art. 4, comma 3, lettera b, tale indicazione può essere omessa qualora “i prodotti alimentari pre­imballati riportino il marchio di identificazione di cui al Regolamento n. (CE) 853/2004”. Infatti, come già visto, il marchio identifica il singolo stabilimento.

 

Sanzioni
La violazione dell’art. 5 del Regolamento (CE) n. 853/2004 (sanzionata dall’art. 6, comma 9, del DLgs n. 193/2007), consistente nell’immissione sul mercato di alimenti di origine animale, come i prodotti della pesca, da parte di uno stabilimento riconosciuto che omette di apporre il marchio di identificazione, è punita con la sanzione amministrativa pecuniaria da e 500 a e 3.000, con possibilità per il trasgressore del pagamento in misura ridotta della somma di e 1.000 (doppio del minimo e terza parte del massimo); più grave è la violazione dell’art. 4, par. 1, dello stesso Reg. 853/2004 (sanzionata dall’art. 6, comma 2, del DLgs n. 193/2007), consistente nell’immissione sul mercato di alimenti di origine animale senza avere ottenuto il riconoscimento dello stabilimento (in tal caso, il marchio non è presente poiché non disponibile): sanzione amministrativa pecuniaria da e 5.000 a e 30.000, pagamento in misura ridotta e 10.000. Si ricordi che il pagamento in misura ridotta entro 60 giorni dalla notifica del verbale di accertamento e contestazione estingue il procedimento; in caso contrario, l’organo accertatore invierà all’autorità competente, ai sensi della Legge n. 689/1981, il rapporto di mancato pagamento per la successiva emissione dell’ordinanza ingiunzione di pagamento.

 

Conclusioni
L’applicazione del marchio di iden­tificazione, al di là degli aspetti formali, in realtà sottende aspetti sostanziali legati alla conformità igienico-strutturale dello stabilimento riconosciuto ed è indispensabile affinché gli operatori del settore alimentare del comparto ittico possano immettere sul mercato dell’Unione i prodotti della pesca. Contribuisce inoltre alla rintracciabilità dei prodotti, dato che lo stabilimento di produzione, di prima commercializzazione o di trasformazione viene identificato nel marchio, e può costituire un elemento obbligatorio dell’etichettatura.
La correttezza della marchiatura evita peraltro all’OSA di incorrere nelle sanzioni stabilite dalla normativa nazionale per le violazioni ai regolamenti comunitari. Peraltro, la marchiatura dei prodotti ittici in cassette aperte, sul cui obbligo persiste qualche dubbio giuridico in considerazione del rapporto tra le fonti che trattano l’argomento (il Regolamento e la Nota ministeriale), favorisce il collegamento tra la documentazione commerciale e i prodotti stessi: collegamento che, nel caso degli alimenti sfusi, rischia sempre di essere aleatorio.
Marco Cappelli
Tecnico della Prevenzione — ASL n. 5 “Spezzino” – La Spezia

 

Sitografia
Ministero della Salute, Direzione Generale per l’Igiene, la Sicurezza degli Alimenti e la Nutrizione – Elenchi stabilimenti riconosciuti ai sensi del Reg. (CE) 853/2004 per la produzione di alimenti di origine animale (Master list of the lists of establishments approved under Regulation (EC) 853/2004 to produce food of animal origin), www.salute.gov.it/portale/temi/trasferimento_PROD.jsp

 

Riferimenti normativi

  1. Regolamento (CE) n. 882/2004 del Parlamento europeo e del Consiglio del 29 aprile 2004, relativo ai controlli ufficiali intesi a verificare la conformità alla normativa in materia di mangimi e di alimenti e alle norme sulla salute e sul benessere degli animali (rettifica in GUUE n. L 191 del 28-05-2004).
  2. Regolamento (CE) n. 178/2002 del Parlamento europeo e del Consiglio del 28 gennaio 2002, che stabilisce i principi e i requisiti generali della legislazione alimentare, istituisce l’Autorità europea per la sicurezza alimentare e fissa procedure nel campo della sicurezza alimentare (GUCE n. L 371 del 01-02-2002), modificato dal Regolamento (CE) n. 1642/2003 (GUCE n. L 245 del 29-09-2003).
  3. Regolamento (CE) n. 853/2004 del Parlamento europeo e del Consiglio del 29 aprile 2004, che stabilisce norme specifiche in materia di igiene per gli alimenti di origine animale (rettifica in GUUE n. L 226 del 25-06-2004).
  4. Regolamento (CE) n. 852/2004 del Parlamento europeo e del Consiglio del 29 aprile 2004 sull’igiene dei prodotti alimentari (rettifica in GUUE n. L 226 del 25-06-2004).
  5. Regolamento (CE) n. 854/2004 del Parlamento europeo e del Consiglio del 29 aprile 2004, che stabilisce norme specifiche per l’organizzazione di controlli ufficiali sui prodotti di origine animale destinati al consumo umano (GUCE n. L 139 del 30-04-2004).
  6. Decreto Legislativo 30 dicembre 1992, n. 531 “Attuazione della Direttiva 91/493/CEE che stabilisce le norme sanitarie applicabili alla produzione e commercializzazione dei prodotti della pesca” (SOGURI n. 7 del 11-01-1993; testo aggiornato, GURI n. 175 del 29-07-1998).
  7. Ministero della Salute, Direzione Generale per l’Igiene e la Sicurezza degli Alimenti, Ufficio 2 – Nota DGISAN 0018204-P-03-05-2017 “Apposizione marchio di identificazione ai sensi dell’art. 5 Reg. (CE) n. 853/2004”.
  8. Decreto Legislativo 15 dicembre 2017, n. 231 – Disciplina sanzionatoria per la violazione delle disposizioni del Regolamento (UE) n. 1169/2011, relativo alla fornitura di informazioni sugli alimenti ai consumatori e l’adeguamento della normativa nazionale alle disposizioni del medesimo Regolamento (UE) n. 1169/2011 e della Direttiva 2011/91/UE, ai sensi dell’articolo 5 della Legge 12 agosto 2016, n. 170 “Legge di delegazione europea 2015” (GURI Serie Generale n. 32 del 08-02-2018).
  9. Regolamento (UE) n. 1169/2011 del Parlamento Europeo e del Consiglio del 25 ottobre 2011, relativo alla fornitura di informazioni sugli alimenti ai consumatori, che modifica i Regolamenti (CE) n. 1924/2006 e (CE) n. 1925/2006 del Parlamento eu­ro­peo e del Consiglio e abroga la Direttiva 87/250/CEE della Commissione, la Direttiva 90/496/CEE del Consiglio, la Direttiva 1999/10/CE della Commissione, la Direttiva 2000/13/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, le Direttive 2002/67/CE e 2008/5/CE della Commissione e il Regolamento (CE) n. 608/2004 della Commissione (GUUE n. L 304 del 22-11-2011).
  10. Decreto Legislativo 6 novembre 2007, n. 193 “Attuazione della Direttiva 2004/41/CE relativa al controllo in materia di sicurezza alimentare e applicazione dei regolamenti comunitari nel medesimo settore” (GURI n. 261 del 09-11-2007 – SO n. 228).
  11. Legge 24 novembre 1981, n. 689 “Modifiche al sistema penale” (SOGURI n. 329 del 30-11-1981) e successive modificazioni.

 

Altre notizie

 

Cina: la trota salmonata è un salmone

CAPPMA (China Aquatic Products Processing and Marketing Alliance), l’ente del governo cinese che si occupa di regolare il mercato dei prodotti ittici, ha stabilito che in Cina la trota salmonata o trota arcobaleno potrà essere venduta come “salmone”. La decisione è stata presa dopo che a maggio i giornali avevano scoperto che gran parte del “salmone” venduto sul mercato cinese era in realtà “trota arcobaleno”: invece che intervenire sulla truffa, il governo cinese ha quindi deciso di legittimarla, allargando la definizione di quello che può essere legalmente venduto come “salmone”. Quello che viene comunemente chiamato “salmone” è il Salmo salar o salmone dell’Atlantico: un pesce che vive prevalentemente in acqua salata e che preferisce acque fredde e temperate. Viene allevato in Scozia, Norvegia e Canada e lo compriamo abitualmente fresco o affumicato. Quella che viene comunemente chiamata trota salmonata è invece la Oncorhynchus mykiss: fa parte insieme al Salmo salar della famiglia dei Salmonidae, ma è un pesce completamente diverso, che vive prevalentemente in acque dolci, è comune anche nei torrenti e laghi alpini ed è molto allevata anche in Italia per la sua facilità di adattamento. Quando la Oncorhynchus mykiss viene allevata con una dieta speciale a base di crostacei, la sua carne acquista il colore “salmone” a cui il pesce deve il suo nome comune. I due pesci, inoltre, si assomigliano molto una volta sfilettati e possono essere facilmente confusi da consumatori non particolarmente esperti. A maggio la televisione di stato cinese CCTV aveva riportato che circa un terzo di tutto il salmone venduto in Cina era in realtà trota salmonata allevata nella provincia di Qinghai. Ora la decisione della CAPPMA ha risolto il problema, stabilendo che sia la trota salmonata che il Salmo salar possono essere venduti come “salmone” perché fanno entrambi parte della famiglia dei Salmonidae. La decisione della CAPPMA, ha scritto la BBC, è stata molto criticata e presa in giro su Weibo, il più popolare social network cinese. Qualcuno ha scherzato sui problemi di identità che avranno le trote salmonate in futuro, qualcuno ha chiesto se ora i laghi potranno essere chiamati mari, visto che sono quasi la stessa cosa. L’associazione dei pescatori cinesi è comunque intervenuta per smentire le voci che circolavano circa la presunta pericolosità della trota salmonata, spiegando che viene allevata con gli stessi standard igienici del salmone (fonte: Il Post; in foto, in alto la trota salmonata e in basso il Salmo salar; photo © Wikimedia, Timothy Knepp, Wikimedia).

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