Edizioni Pubblicità Italia

Il Pesce nr. 4, 2018

Rubrica: Convegni
Articolo di Dell’Agnello M.
(Articolo di pagina 116)

La palamita che verrà: il futuro della pesca del nostro mare

A San Vincenzo (LI), in occasione della rassegna Un Mare di gusto – Palamita in fiore

Per festeggiare il suo ingresso nella maggiore età, quest’anno La Palamita si è messa addirittura in fiore. I fiori eduli, da accompagnare ai piatti di pesce, sono stati infatti il leitmotiv della manifestazione con cui il comune di San Vincenzo (LI), sotto la direzione artistica di Deborah Corsi, chef del ristorante La Perla del Mare, celebra la primavera del mare sulla costa degli Etruschi. Fra street food, presentazioni di libri, incontri su nutrizione e stili di vita per invecchiare con gusto, operazioni di archeologia dei sapori col recupero delle sardine di Friggera e il grande pranzo della domenica lungo la passeggiata del Marinaio di Giampaolo Talani, importante artista e straordinario amico di questa festa, purtroppo recentemente scomparso, la XVIII edizione della festa sanvincenzina si è declinata in una due giorni di grande successo. Chissà se l’amministrazione Roventini, a cui si deve l’avvio di questa celebrazione del mare e dei suoi prodotti, si sarebbe mai immaginata, nel lontano 2000, un successo così duraturo. Certo è che in tutto questo tempo questa palamita si è saputa fare più accattivante, ma anche più riflessiva, forse proprio a seguito della sopraggiunta maturità. In particolare questa edizione, per la prima volta, ha rivolto la sua attenzione all’ambiente acquatico, dove nascono e crescono quei prodotti che sono l’essenza stessa della festa. E la situazione non è certo semplice perché, alle soglie del secondo millennio, la risorsa ittica risulta essere sempre più minacciata da una pesca irrazionale, che in taluni ambienti del pianeta si configura come vero e proprio sovrasfruttamento, mettendo fortemente a rischio interi stock ittici, e dall’inquinamento delle plastiche, che mettono in pericolo le catene alimentari ed ecologiche degli organismi terresti, uomo compreso. Il convegno La palamita che verrà – Il futuro della pesca del nostro mare è stato così l’occasione per riflettere sull’argomento e rimarcare quanto soggetti pubblici e privati stanno facendo per affrontare questa situazione.
Per fare il punto sulla condizione della pesca e delle acque toscane è intervenuto Giovanni Maria Guarneri della Regione Toscana, che ha ricordato la partecipazione regionale alla produzione nazionale con appena il 4%, circa 11.000 tonnellate, ed il coordinamento locale con la Legge regionale 66/2005, attraverso la quale si pianificano le aree a mare e le attività alieutiche che vi possono essere esercitate. L’approccio che caratterizza il comparto toscano della pesca è quello di partire dallo studio della consistenza della risorsa ed in base a questa determinare la sua potenzialità di cattura, in modo da non sfruttare eccessivamente gli stock, coinvolgendo gli stessi pescatori, così da renderli più partecipi nella gestione, ma anche nella promozione delle attività legate al loro territorio e alla produzione. Questo orientamento porta allo sviluppo di una pesca più “sostenibile” per l’ambiente e per i pescatori stessi, perché preservare le risorse vuol dire poter continuare a pescare e non abbandonare l’attività. Detto ciò, ampi margini di miglioramento, soprattutto per quanto attiene la valorizzazione del pescato, dei sistemi di produzione e commercializzazione dei prodotti rimangono da fare ed i piani di gestione della pesca rappresenteranno lo strumento entro cui muoversi e operare.
E mentre la pesca si studia e si attiva per individuare la strada da percorrere, un’altra attività intimamente legata al mare e alla sua produzione è già operativa. A darcene evidenza è stata la relazione di Maurizio Poli del Comune di Piombino, regista di un’operazione che ha portato la città, nel periodo di crisi dell’acciaio, alla realizzazione di un parco di maricoltura dal quale si ottiene quasi la metà delle spigole ed orate prodotte oggi in Italia, con 4 operatori e oltre 150 persone tra addetti ed indotto.
La particolare posizione di Piombino, posto al centro Italia e collegato da importanti vie di comunicazione, la vicinanza di significative realtà di commercializzazione e lavorazione di prodotti ittici, la localizzazione in una delle più belle aree marittime della costa toscana con acque di ottima qualità, dà all’acquacoltura piombinese un’importante “rendita di posizione” che consente una produzione a pieno regime. Se la situazione attuale rappresenta una realtà concreta, ancora molti saranno gli sviluppi a cui darà seguito con la realizzazione di un’area a terra di servizio e supporto alla produzione ittica piombinese a partire da adeguate strutture portuali di appoggio per le imbarcazioni che lavorano sugli impianti.
Se la realtà toscana, con la sua piccola pesca artigianale, si trova in una condizione relativamente sotto controllo, seppur con ampi margini di miglioramento soprattutto per quanto attiene la valorizzazione del pescato, dei sistemi di produzione e commercializzazione dei prodotti, tanto che più che “sostenibile”, dovrebbe probabilmente essere maggiormente “sostenuta” in aree dove la pesca industriale opera massivamente e la situazione è ben diversa. Qui la pesca ha operato e opera tuttora con poche limitazioni. Si calcola che ogni anno con i palamiti, si gettino in mare 1,4 miliardi di ami, tutti con un pezzo di pesce attaccato ed è cosa acclamata che il ricorso a certi strumenti di cattura come i FAD (Fish Aggregating Devices o sistemi di aggregazione di pesci) oltre ad essere molto efficaci, provochi catture accidentali di specie che magari sono già a rischio.
E che dire delle imbarcazioni che trainano reti di 23.000 mq di ampiezza, cioè 4 campi da calcio, cioè 500 tonnellate di ogni specie di pesce. Un problema non semplice da affrontare per i numerosi paesi coinvolti e per gli accordi internazionali che comporta. Ma fra questi grandi e talvolta inconciliabili tavoli già da diversi anni qualcosa viene fatto e puntualmente comunicato. A raccontarcelo è stato Riccardo Romano di Unicoop Tirreno, che ha ricordato come la selezione dei fornitori che operano attraverso una pesca eticamente sostenibile, attenta e rispettosa delle aree e dei ritmi naturali del mare, costituisce una strada già intrapresa da diversi gruppi commerciali. Non è un caso se sugli scaffali dei negozi si vedono sempre più prodotti ittici che espongono marchi legati alla pesca sostenibile.
Mai come in questo caso il consumatore consapevole più fare la differenza, indirizzando la domanda verso questi prodotti e produttori. Ma la consapevolezza si acquisisce anche con una maggiore educazione al consumo e qualsiasi occasione è quella buona, soprattutto se si parla alle giovani generazioni. In questo senso Giovanni Raimondi dell’Acquario di Livorno, prestigiosa struttura costiera da anni legata alla ricerca marina in collaborazione con i più importanti centri di studio sull’ambiente acquatico costiero, ha ricordato come la divulgazione o, meglio, il racconto della scienza del mare al grande pubblico per sensibilizzarlo alla conservazione, alla gestione ed all’uso sostenibile delle risorse, sia la via fondamentale da percorrere per creare un approccio più maturo e consapevole nelle future generazioni.
Tutto questo passa anche per iniziative semplici e popolari, come la proposta sul “cacciucco sostenibile”, che si ispira a tre criteri base a cui ogni ristoratore o consumatore dovrebbe attenersi per migliorare la sostenibilità del pescato:
vicino è buono perché, scegliendo pesce locale, si evita l’inquinamento causato dal trasporto e si tutela l’economia locale;
riscoprire il pesce povero utilizzando specie poco conosciute, ma ottime come alimento e ancora sostenibili perché poco richieste;
seguire le stagioni perché, scegliendo la stagione giusta per ogni specie, si garantisce agli adulti la possibilità di riprodursi.
L’educazione al consumo consapevole può migliorare la sostenibilità della pesca, ma l’ambiente acquatico ha urgente bisogno anche di altre attenzioni per le quali la modifica dei comportamenti dell’uomo risulta più difficile. È il caso dell’uso smisurato e inconsapevole che facciamo della plastica, e la sua difficoltà ad essere smaltita dall’ambiente, finendo sotto forma di piccoli pezzi proprio nel mare e là rimanendo.
Si calcola che, ogni anno, si producano 280 milioni di tonnellate di plastica, gran parte della quale, almeno 8 milioni di tonnellate, finisce negli oceani e nei mari come il Mediterraneo. I numeri li ha forniti il documento inviato da Claudio Vanni di Unicoop Firenze, che ha voluto rimarcare come il problema delle plastiche sia ormai un’emergenza da affrontare. Negli oceani le quantità accumulatesi corrispondono ormai a intere isole grandi come stati, che sono il risultato della politica “usa e getta” che ha caratterizzato le ultime generazioni della storia dell’uomo.
Un materiale “leggero, resistente, inconfondibile…”, diceva Gino Bramieri, esaltando le caratteristiche della plastica, in una pubblicità degli anni ‘60, ma purtroppo anche “indistruttibile”, qualità che alla lunga si è dimostrata un danno per l’ambiente e per la nostra salute. Il risultato è che i piccoli pezzi indistruttibili entrano nelle catene alimentari di pesci ed uccelli che di plastica conoscono ben poco, con conseguenze ancora sconosciute per la loro salute e per quella dell’uomo stesso. A livello governativo qualcosa si è cominciato a fare, per esempio vietando l’uso di buste e sportine di plastica sostituite da sacchetti biodegradabili. Unicoop Firenze ha destinato il costo di questi shopper ad un progetto per il recupero della plastica nel mare della Toscana, in collaborazione con la Regione, la Capitaneria di Porto, Lega Ambiente ed altri soggetti interessati che partecipano all’iniziativa Arcipelago pulito. Elemento centrale del progetto è stata la possibilità data ai pescatori di riportare in porto la plastica e gli altri materiali che trovano nelle loro reti per immetterli nel virtuoso circuito del riciclo rifiuti. “Una cosa piccola, a piccoli passi, ma che si può fare”, come dicono orgogliosamente gli stessi pescatori, che evidentemente hanno a cuore il loro ambiente di lavoro.
Con questi argomenti, La palamita che verrà ha voluto riflettere su pesca e inquinamento, due problematiche di non semplice e immediata soluzione, ribadendo quanto sia opportuno mettere al primo posto la risorsa e il suo utilizzo sostenibile, unitamente ad un maggiore rispetto dell’ambiente che passa attraverso una più alta consapevolezza delle azioni che l’uomo compie quando interagisce con esso, sia per utilizzarne i prodotti, sia per restituirgli i rifiuti.
Maurizio Dell’Agnello

 

Nota
Il video del convegno è visibile al seguente indirizzo: www.youtube.com/watch?v=FzU4C8P5ge0

 

Didascalia: Maurizio Poli e Maurizio Dell’Agnello.

Photogallery

Il Pesce
Anno:

Numero:


Cerca negli articoli di Il Pesce:
Annuario del Pesce e della Pesca
La banca dati che con cadenza annuale costituisce un prezioso strumento di lavoro per gli operatori del settore ittico e acquacoltura.