Edizioni Pubblicità Italia

Il Pesce nr. 4, 2018

Rubrica: Acquacoltura
Articolo di Saroglia M. , Terova G. ,
(Articolo di pagina 33)

Stato dell’acquacoltura in Italia e problematiche connesse

Il settore dell’acquacoltura, grazie ad un adeguato e mirato sforzo di ricerca, consentirebbe di contenere l’importante voce di spesa relativa all’importazione di prodotti alieutici, che pesa in negativo per almeno 3,7 miliardi di euro (dati 2012). Un’offerta competitiva del prodotto dell’acquacoltura stimolerebbe tra l’altro un miglioramento delle abitudini alimentari, darebbe grande impulso all’economia dei territori e delle loro amministrazioni contribuendo poi, attraverso una dieta più equilibrata, al contenimento dei costi per la salute pubblica, oltre che ad incrementare il settore produttivo e il suo indotto.
L’acquacoltura italiana, oltre ad avere radici storiche che discendono dai Fenici e dalle attività alieutiche di epoca romana (vasche sui litorali laziali, vallicoltura veneta, mitilicoltura di Taranto e delle lagune costiere toscane e sarde) e ad avere poi contribuito in modo determinante allo sviluppo dell’acquacoltura europea e mediterranea nel corso degli ultimi decenni del XX secolo, mantiene una forte vocazione tra gli addetti al comparto ittico e ha grandi potenzialità di sviluppo, visto che il consumo ittico del Paese è ancora inferiore alle medie europee, peraltro in crescita e l’importazione di prodotti ittici dall’estero è molto elevata. Inoltre, essendo la pesca sfruttata in eccesso in particolare nel Mediterraneo, solo l’acquacoltura può supplire all’incremento della domanda alieutica. I principali problemi che l’acquacoltura sta affrontando richiedono però uno sforzo di ricerca che da molti anni, almeno in Italia, è palesemente insufficiente in questo settore.
L’imprenditoria nazionale ha dimostrato di essere in grado di fornire un ottimo prodotto al consumatore, minimizzando l’impatto sull’ambiente, ma sono necessarie nuove soluzioni che riducano le più importanti voci di costo, quale quella relativa al mangime, nel rispetto della sostenibilità ambientale ed economica, mantenendo elevati il valore della qualità e della sicurezza alimentare dei prodotti. D’altra parte il mercato nazionale è aggredito da offerte qualitativamente inferiori agli standard con cui l’allevatore italiano è abituato a lavorare e non veramente “tracciabili”, pur fregiate da certificazioni talora di credibilità discutibile.
Esistono obiettivi trasversali, sebbene apparentemente diversificati, che possono essere perseguiti sulla strada di questa problematica. Uno di questi è la produzione di alimenti acquatici ricchi di acidi grassi polinsaturi a lunga catena del tipo ω-3 (EPA e DHA), offrendo sul mercato un prodotto a prezzi competitivi anche con altre carni, tanto da favorire un migliore rapporto ω-6/ω-3 nella dieta umana, per la prevenzione di patologie croniche e degenerative che tanto influiscono sui costi della sanità pubblica.
Altro aspetto è una produzione di specie pregiate che possa consentire all’allevatore italiano di rafforzare la propria posizione su mercati internazionali di prestigio, oltre a costituire, all’interno di molte regioni, una valida sinergia con lo sviluppo dell’industria turistica, con un richiamo alle tradizioni gastronomiche italiane che potrebbero così anche trovare nuovi spunti per un ampliamento dell’offerta.
In un contesto globale, l’acqua­coltura ha ormai superato la produzione della pesca e si prevede raggiungerà i due terzi della produzione alieutica complessiva entro il 2030 (FAO, 2014). In Italia la produzione dell’acquacoltura copre già oltre il 51% della produzione alieutica complessiva e sarebbe potenzialmen­te in crescita, come in tutto il mondo. Tuttavia, contrariamente ad altri paesi europei, la crescita dell’acquacoltura italiana è frenata da un’incomprensibile burocrazia, tanto che gli stessi imprenditori italiani, che puntano prevalentemente sulla qualità del prodotto e sulla sostenibilità, trovano più consono investire nei paesi vicini. E sull’eccellente qualità del pesce delle aziende italiane, molto attente sia all’ambiente che ai mangimi, in alcuni casi addirittura autoprodotti, ci sarebbe molto da aggiungere, sia che operino sul suolo nazionale o che siano state costrette a delocalizzare la produzione, come peraltro si è visto non solo all’ultima edizione di AQUAFARM a Pordenone (febbraio 2018), ma specialmente al Seafood Expo Global di Bruxelles (aprile 2018), documentato su Il Pesce n. 3/2018.
Il settore dell’acquacoltura in Italia consta di circa 980 siti produttivi (531 per pesce e 451 per molluschi), oltre all’industria mangimistica e all’industria degli accessori, dando lavoro a 14.000 addetti, incluso l’indotto, con un PLV > 900 milioni di euro. Da un’analisi dell’Associazione Piscicoltori Italiani (API), il 60% della produzione è concentrata al Nord, il 18% al Centro e il 22% al Sud del Paese. La produzione per specie, al 2013, consisteva in poco meno di 40.000 tonnellate di trota (erano quasi 50.000 t negli anni ‘90, prima della grande concorrenza col salmone norvegese), 9.000 t di orata, 7.400 t di spigola, 200 t di om­brina, 1.100 t di anguilla, 600 t di ictaluridi (pesci gatto), 700 t di ciprinidi, 5.000 t di altre specie (saraghi, tonno, cefali, luccio, salmerino, persico-spigola), 123.000 t di mitili, 50.000 t di vongole e altri molluschi per un totale di 237.000 t. Inoltre si segnalano oltre 40 t di caviale prodotto da allevamenti di storione, che contribuiscono in modo significativo al PLV. Occorre inoltre sottolineare due cose:

  1. lo spazio di mercato per lo svi­luppo dell’acquacoltura in Italia è ampio, dato che il consumo nazionale di prodotti ittici è dell’ordine di 1,3 milioni di tonnellate, mentre la produzione nazionale raggiunge 464.000 t, alle quali la pesca con­tribuisce per circa 227.000 t. Pur esportando all’estero parte dei prodotti, il bilancio export/import risulta fortemente sbilanciato e la bilancia dei pagamenti per il prodotto ittico profondamente in negativo di almeno 3,7 mi­liardi di euro. Pertanto, anche in Italia esisterebbe spazio per una partecipazione significativa all’incremento della produzione dell’acquacoltura, che su scala mondiale si configura nell’ordine di 7,8% su base annua, se solo venissero accelerate le procedure per i nuovi investimenti;
  2. il consumo medio per caput di prodotti ittici in Europa va da circa 4,6 kg/anno in Bulgaria ad oltre 61,6 kg/anno in Portogallo, con una media di circa 23,3 kg, lievemente superiore alla media italiana che, dopo essere salita a quasi 23 kg, si allinea ora, per via della sofferenza economica delle famiglie, su 21,5 kg pro capite. Ampia letteratura mostra come il consumo di pesce sia positivamente correlato a migliori condizioni generali di salute delle popolazioni umane. La relazione esistente a livello mondiale tra consumo di pesce e mortalità dovuta a qualsiasi causa, compresa quella dovuta alla depressione, riporta una differenza di 450 decessi ogni 100.000 abitanti, dove per paesi grandi consumatori di prodotti ittici, come Giappone e Islanda, sono riportati valori di mortalità sensibilmente più bassi. La media europea e quella italiana si pongono solo a metà strada su tale statistica; ne deriva pertanto la necessità di promuovere un incremento dei consumi al fine di ridurre anche gli enormi costi associati a carico delle amministrazioni sanitarie pubbliche, a causa delle patologie croniche e degenerative, esse pure inversamente proporzionali al consumo di prodotti ittici. La qualità del pesce offerto sul mercato deve però essere monitorata per accertare, al di fuori delle inflazionate certificazioni commerciali tanto blasonate quanto di efficacia discutibile, che sia comunque distribuito un prodotto di elevato valore nutrizionale, al quale non si associno presenze tossiche persistenti di tipo metallico, organico o radioattivo. Il prodotto dell’acquacoltura, facilmente tracciabile, ben si presta a tali controlli nei vari stadi della filiera stessa.

I fabbisogni prioritari del settore variano a seconda della tipologia di allevamento, tuttavia alcune problematiche possono essere considerate “trasversali”, quali ad esempio le tematiche della sostenibilità e della sicurezza alimentare o del valore nutrizionale del prodotto. Tra le tematiche trasversali troviamo anche quelle che rappresentano la maggiore sorgente di costo per l’impresa, quale ad esempio la nutrizione dei pesci e la mangimistica. È quello della nutrizione il maggiore problema che coinvolge la sostenibilità ambientale del settore, in quanto i mangimi impiegano ancora importanti quantità di farine e olio di pesce proveniente dalla pesca del pesce azzurro.
La nutrizione determina la so­ste­nibilità economica in quanto l’approvvigionamento di mangimi rappresenta una voce che copre il 50-60% dei costi di produzione.
Anche l’impatto ambientale di un’azienda ittica dipende dall’alimentazione e può essere minimizzato proprio con un perfezionamento delle diete, una migliore conversione dei mangimi ed una minore perdita di capi per patologie che sono prevalentemente sostenute proprio da cattiva strategia nutrizionale. Mentre all’interno del mondo scientifico italiano si possono trovare unità di ricerca eccellenti, in grado di trovare soluzioni avanzate operando da sole o in gruppi collaudati che dispongono delle tecniche e delle competenze più moderne per ricerche sull’alimentazione (biotecnologie, biologia molecolare, proteomica, nanotecnologie, metagenomica, metabolomica, epigenetica), ciò potrebbe essere meno rilevante per altre tematiche ugualmente importanti.
Altre linee di studio presentate in passato come prioritarie, quali l’individuazione di nuove specie, dopo quasi 30 anni di studi e di successi biologici non hanno poi effettivamente prodotto risultati economicamente rilevanti sui mercati.
La selezione genetica dei ceppi si mostra promettente, riservando pe­rò questo tipo di selezione, nei pesci, problematiche molto più complesse che non nei mammiferi o negli uccel­li. Così la selezione genetica per il miglioramento della resa alla macellazione, oppure per la resistenza alle patologie, richiederebbe almeno 5 anni di studio per giungere ad una conclusione applicabile in azienda (1-2 anni per l’individuazione molecolare dei geni e delle popolazioni, quindi almeno 2 cicli biologici interi sui ceppi selezionati, i quali richiederebbero circa 4 anni di lavoro), senza comunque una certezza di risultato persistente.
Alcuni successi nella selezione genetica pur ottenuti presso alcune aziende, sia in trota che in spigola, hanno richiesto almeno 5-6 cicli biologici. Inoltre, al momento non s’intravedono in Italia strutture di ricerca in grado di ospitare i molti ceppi necessari per la selezione in condizioni etologicamente adatte. Infatti, strutture sulle quali è stato investito a tale scopo hanno mostrato carenze progettuali peraltro prevedibili che sono poi state la causa di malformazioni teratogenetiche nei pesci, dovute al mancato rispetto delle esigenze etologiche degli animali, mascherando così quelli che potevano essere gli effetti somatici di una selezione.
Per quanto riguarda la prevenzione delle patologie, risultati importanti possono essere attesi mediante miglioramento delle condizioni nu­trizionali, che possono anche rafforzare le difese immunitarie. Aspetti della difesa contro le patologie infettive più gravi, ovvero un settore che vede studi pur bene avviati nel Paese, necessitano piuttosto, come gli eventi aziendali degli ultimi 10 anni testimoniano, di barriere sanitarie realizzabili con tipologie d’intervento che sono proprie delle tecniche di prevenzione sanitaria (controllo delle importazioni e del trasferimento di animali).
Errori gravi sono stati commessi in passato con la politica dello stamping-out, promossa da alcune amministrazioni pubbliche per controllare patologie virali della trota, sostituendo ceppi locali con altri provenienti dall’estero con micidiali patologie, precedentemente sconosciute in Italia.
La qualità nutrizionale del prodotto finale rappresenta un altro problema strettamente legato alla mangimistica. Le organizzazioni sanitarie mondiali raccomandano un consumo di almeno 500 mg/giorno (cumulabili in 3.500 mg/settimana) di acidi grassi a lunga catena tipo ω-3, specificamente EPA+DHA; quindi la domanda che i ricercatori del settore si pongono è se il pesce, che viene attualmente prodotto con mangimi dove alcune materie prime sono state sostituite con equivalenti vegetali, contenga ancora le quantità di EPA e DHA che caratterizzavano i prodotti ittici fino agli anni ‘90, quando l’effetto benefico di una dieta alieutica venne dimostrato dopo studi pluridecennali condotti su varie popolazioni in tutto il mondo.
Un recente studio è stato condotto confrontando le qualità nutrizionali dei filetti in trote allevate con 6 differenti tipologie di mangimi commerciali. Dai risultati è emerso come il quantitativo di pesce che si dovrebbe consumare, al fine di introdurre nella dieta umana il necessario fabbisogno di EPA+DHA, varia da 140 a 980 grammi/settimana, a seconda del tipo di mangime impiegato nell’allevamento, ossia da uno ad oltre 8 abbondanti porzioni di pesce per settimana.
L’eccessivo sfruttamento della risorsa alieutica oceanica ha causato, assieme ad una progressiva limitazione nella disponibilità di farine e olio di pesce per la preparazione dei mangimi, anche un notevole aumento del prezzo di mercato per tali prodotti. La sostituzione di farine e oli di pesce con sorgenti proteiche o lipidiche alternative di natura vegetale o animale si rende pertanto necessaria per la sostenibilità economica e ambientale del settore, riducendo il rapporto Fish-in/Fish-out (Fi-Fo), ossia la biomassa di prodotti della pesca necessaria per produrre una unità di biomassa in acquacoltura. D’altra parte la sostituzione di farine e oli di pesce con sorgenti alternative di proteine e di lipidi è origine di patologie e scarse performance del pesce, a causa di carenze nutrizionali associate, problemi di digeribilità, presenza di fattori antinutrizionali (saponine, ecc…) nei prodotti alternativi impiegati per la formulazione dei mangimi. Di conseguenza, l’effimero vantaggio economico che l’allevatore può apparentemente aver ottenuto acquistando alcune tipologie di mangimi si perde poi nella crescita ritardata, ridotta efficienza di conversione, perdita di capi per patologie ricorrenti, oltre a perdita di qualità nutrizionale del prodotto e maggiore impatto ambientale.
In principio, gli effetti negativi sul pesce causati da tali diete semplicemente sostituite potrebbero essere mitigati, o completamente controllati, mediante additivi nutraceutici in grado di compensare sbilanciamenti metabolici (metabolismo lipidico e aminoacidico) e processi infiammatori; a questo scopo, però, sono necessarie ulteriori conoscenze anche di base. Le ricerche internazionali degli ultimi anni sono indirizzate su questa via e, dopo un periodo d’incertezze, alcuni risultati promettenti sono stati ottenuti con correzioni valutate caso per caso, quali l’addizione di molecole solforate non proteiche, di antiossidanti, con interventi in grado di controllare il microbiota/microbioma intestinale mediante adattamento del substrato alimentare (prebiotici).
Alcuni dei risultati hanno superato la fase sperimentale e necessitano di studi orientati all’individuazione di formulazioni commerciali, ma anche di nuovi rapidi strumenti di monitoraggio; a questo fine ben risponde l’approccio basato sulla risposta molecolare del pesce, quando basata su conoscenze sufficientemente approfondite.
Alcuni aspetti richiedono ancora conoscenze di base, per esempio la risposta del microbiota intestinale alle variazioni della dieta, i meccanismi di protezione contro le infiammazioni dell’intestino e del fegato, i meccanismi di controllo dell’immunità. Si tratta di conoscenze che, una volta approfondite, potranno comunque subito rendersi disponibili per il tecnologo della mangimistica, consentendo ulteriori miglioramenti nelle formulazioni, oltre ad ampliare il background scientifico e la competitività internazionale dei gruppi di ricerca italiani. L’approfondimento di questa tipologia di ricerca necessita di adeguati strumenti di analisi in grado di fornire precocemente le risposte del pesce (performance produttive, risposte immunologiche, qualità dei prodotti), quali gli strumenti forniti dalla genomica funzionale e dalla proteomica. Alcune messe a punto metodologiche possono risultare necessarie, assieme alla selezione di adeguati descrittori molecolari.
Altre conoscenze tecnologiche, quali biotecnologie fermentative ed enzimatiche, potranno favorire la digeribilità di alcuni prodotti di sostituzione (farine di insetti, di penne, scarti della lavorazione di animali, varie farine vegetali), il tutto consentendo una effettiva rivisitazione delle formulazioni mangimistiche mediante impiego di prodotti proteici e lipidici a costo e impatto ambientale contenuto, pur senza compromissione della produzione e della qualità.
Anche l’applicazione di nanotecnologie, che in avannotteria di orata hanno già consentito di favorire la disponibilità di alcune componenti nutrienti, quali minerali e antiossidanti, potrà consentire ulteriori progressi.
Un approccio epigenetico può consentire di meglio comprendere il ruolo di alcune molecole nutraceutiche, come per esempio sta avvenendo in studi sull’acido butirrico e sulla metionina, consentendo inoltre di comprendere come controllare l’attivazione di alcuni geni codificanti per enzimi, quali le elongasi e le desaturasi, che contribuiscono al controllo del metabolismo relativo ai lipidi a lunga catena, passaggio importante a seguito della sostituzione dell’olio di pesce con oli vegetali.
In conclusione, fermi restando i principi di sostenibilità e di sicurezza alimentare, la proposta è di investire risorse nella ricerca per il miglioramento dei mangimi, in un contesto che prenda in considerazione il potenziamento delle difese immunitarie, tecniche e biotecnologie per il miglioramento della digeribilità, l’introduzione di correttivi nutraceutici in grado di compensare eventuali effetti negativi delle diete “sostituite”, la risposta degli animali e del loro microbiota intestinale.
Fondamentale è che la ricerca scientifica si muova in modo coordinato, affrontando problemi di base, con l’ottica di comprendere i meccanismi che costituiscono ancora un collo di bottiglia per lo sviluppo del settore, coniugando poi i propri risultati in formule applicative da mettere a disposizione del mondo produttivo. L’investimento in progetti di ricerca dovrà comunque essere tale da permettere il superamento di una soglia critica, al di sotto della quale i risultati ottenibili potrebbero non risultare sufficienti ad un’applicazione industriale.
In funzione delle risorse rese disponibili, potrebbe pertanto essere il caso di evitare frazionamenti su varie tematiche, ma piuttosto operare scelte di priorità, privilegiando il settore della ricerca che, nell’arco di un periodo temporale ragionevole, possa da un lato offrire risultati utili allo sviluppo della produzione sostenibile, evitando frazionamenti della risorsa, risultando trasversalmente applicabile a vari sistemi produttivi. La problematica relativa alla nutrizione del pesce presenta tutte le caratteristiche per essere scelta come prioritaria al fine di perseguire gli obiettivi di “sostenibilità” e di “sicurezza alimentare”.
Sostenibilità e sicurezza alimentare sono effettivamente condizioni imprescindibili, che in un programma di ricerca devono essere associate allo studio dei fattori che le condizionano, come già in parte espresso nel capitolo precedente. La strategia nutrizionale in acquacoltura condiziona la sostenibilità ambientale ed economica. La sostenibilità ambientale è condizionabile in due modi:

  1. dalla decisione sulle risorse da impiegare e dalla progressiva sostituzione di farine e olio di pesce con prodotti alternativi rinnovabili e/o di scarto da altre produzioni;
  2. dalla formulazione di mangimi digeribili a basso impatto ambientale.

La sostenibilità economica è condizionata dalla strategia nutrizionale mediante la scelta di materie prime a costo più contenuto, tuttavia ad elevata efficienza di conversione e tali da garantire, quando opportunamente compensate, un benessere alimentare del pesce, resistenza alle patologie, buone performance di crescita.
La sicurezza alimentare è ancora condizionata dalla strategia alimentare, in quanto da essa dipende la qualità nutrizionale del prodotto finale. Con la scelta delle materie prime si può evitare la presenza di sostanze tossiche (metalli pesanti, polifenilclorurati, pesticidi, radioisotopi) e si può inoltre garantire la presenza di importanti microelementi (iodio, selenio). Una corretta strategia nutrizionale, potenziando le resistenze del pesce, consente di evitare la necessità di trattamenti antibiotici nell’allevamento, quindi potenziali residui, sebbene in tracce, nelle carni del pesce.
Sebbene l’Italia rimanga forse l’unico paese europeo che mostra difficoltà a liberare finanziamenti pubblici per la ricerca in acquacoltura, i progetti europei finanziati col 7º Programma Quadro (ARRAINA) e con Horizon 2020 (AquaImpact), i quali includono tra i partner il gruppo Acquacoltura e Biotecnologie Animali, Dipartimento Biotecnologie e Scienze della Vita dell’Università dell’Insubria. Così i progetti nazionali finanziati all’Università dell’Insubria da fondazioni private di origine bancaria, quali Fondazione Cariplo con i progetti InBioProFeed e Mysushi, o dal consorzio AGER con i progetti Fine Feed For Fish (4F) e SUSHIN (di quest’ultimo è capofila l’Università di Udine), hanno consentito e stanno consentendo di superare alcuni dei principali ostacoli relativi ai problemi emergenti sull’alimentazione in acquacoltura, quali l’individuazione e la produzione di alimenti innovativi e sostenibili per la moderna industria mangimistica. Grazie a tali risorse, la ricerca scientifica, applicando le metodiche di studio più avanzate nel campo della biologia molecolare e delle biotecnologie, sta contribuendo, con studi di base sulla fisiologia e sul micro ecosistema intestinale dei pesci in allevamento, così come con applicazioni pilota in collaborazione con le aziende, a trovare nuove formulazioni mangimistiche e soluzioni che garantiscano la sostenibilità, il benessere animale e la qualità del prodotto, in un mercato globale sempre più competitivo.
Marco Saroglia
Genciana Terova

Università degli Studi dell’Insubria — Dipartimento Biotecnologie e Scienze della Vita, Varese

 

Il XVIII Simposio Internazionale sulla nutrizione dei pesci (ISFNF), a Las Palmas di Gran Canaria

Mentre la popolazione mondiale continua a crescere, la necessità di prodotti alimentari acquatici sani e di alta qualità è in aumento sia nei paesi industrializzati che in quelli in via di sviluppo. Poiché la pesca di cattura rimane stagnante e vulnerabile, solo l’acquacoltura può soddisfare un tale aumento della domanda. Per diventare la principale fonte di produzione alimentare acquatica e contribuire efficacemente alla “rivoluzione blu”, l’acquacoltura mondiale è impegnata in una produzione sempre più responsabile ed ecosostenibile, di crescente sensibilità sociale, di qualità tracciabile e certificabile, che si sviluppa sotto un approccio ecosistemico. La problematica della nutrizione degli organismi acquatici rappresenta il legante all’interno di tale contesto. Dal 3 al 7 giugno si è svolta a Las Palmas di Gran Canaria la XVIII edizione dell’International Symposium on Fish Nutrition and Feeding (ISFNF), contestualmente alla celebrazione dei 40 anni di incontri tra gli specialisti di nutrizione in acquacoltura, come fedele riflesso dello sforzo intenso in ricerca e sviluppo che nutrizionisti di tutto il mondo stanno affrontando per lo sviluppo sostenibile dell’acquacoltura. Una delle maggiori sfide che l’acquacoltura deve ancora affrontare è la limitazione nelle risorse mangimistiche e, in tale ottica, gli studi sulle risorse nutrizionali alternative consentono di ridurne notevolmente la dipendenza dalle farine e dall’olio di pesce. Su questo specifico capitolo, a Las Palmas sono stati presentati oltre 100 comunicazioni orali e poster, ossia quasi il 30% di tutte le comunicazioni presentate. Il restante 70% ha affrontato la definizione delle esigenze dietetiche per i nutrienti essenziali delle nuove specie proposte per l’allevamento, quindi il miglioramento sulla salute e sul benessere degli animali, dove l’alimentazione e gli additivi per i mangimi ricoprono ruoli molto importanti. L’approccio -omico è diventato una pratica di routine in molti studi nutrizionali, tanto da richiedere forse una sessione specifica nelle edizioni future del Simposio. È emersa la necessità di promuovere ulteriormente gli studi sui riproduttori e sulla nutrizione larvale, problemi noti ormai anche da studi epigenetici, oltre agli effetti persistenti dell’alimentazione precoce lungo l’intero ciclo di vita degli animali. A tale proposito si è visto un interessante approfondimento degli studi riguardanti il genotipo, dal punto di vista epigenetico-nutrizionale, interazioni che acquisiranno sempre maggiore importanza nei prossimi anni. Complessivamente questa XVIII edizione ISFNF ha visto la partecipazione di quasi 500 delegati provenienti da circa 40 paesi, con oltre 90 presentazioni orali e 270 poster. C’è stata anche una grande rappresentanza di studenti, dottorandi e giovani ricercatori. Tra questi, per quanto concerne la partecipazione italiana, hanno riscosso molto successo le presentazioni sui recenti risultati ottenuti coi progetti delle fondazioni italiane di origine bancaria Ager, SuShIn e Fine Feed For Fish (4F), quest’ultimo sulle performance e sul microbioma intestinale di orata, in seguito ad alimentazione con diete contenenti un mono-estere dell’acido butirrico (monobutirrina®), presentato da una studentessa dell’ultimo anno del dottorato di ricerca in Biotecnologie dell’Università degli Studi dell’Insubria. Le prossime edizioni di ISFN sono previste a Busan (Sud Corea), quindi in Italia, presso una località di grande richiamo ancora da definire.
Marco Saroglia
Genciana Terova

 

Didascalia: l’acquacoltura è uno dei settori alimentari in maggiore espansione a livello mondiale. Ogni anno copre infatti circa la metà del fabbisogno di pesce e le cifre sono in aumento. In parole povere, senza l’acquacoltura non vi sarebbe abbastanza pesce per nutrire la popolazione mondiale.

Photogallery

Il Pesce
Anno:

Numero:


Cerca negli articoli di Il Pesce:
Annuario del Pesce e della Pesca
La banca dati che con cadenza annuale costituisce un prezioso strumento di lavoro per gli operatori del settore ittico e acquacoltura.