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Il Pesce nr. 2, 2018

Rubrica: AttualitĂ 
Articolo di Del Grammastro L.
(Articolo di pagina 22)

Gusci: la seconda vita dei molluschi bivalvi

Nello scenario attuale, l’esistenza di un notevole problema di smaltimento dei cosiddetti “rifiuti”, specialmente se non adatti all’utilizzo nel compost né tanto meno alla termovalorizzazione, riporta l’attenzione sul loro riutilizzo nell’ambito dei materiali. Si possono citare scarti a base di polisaccaridi, come ad esempio la chitina ottenuta dal carapace dei gamberi, oppure legnosi, come accade per diversi tipi di gusci, per esempio quelli dei pistacchi, che sono stati utilizzati per la produzione di carboni attivi e ceramici, nel caso ad esempio dell’utilizzo del guscio d’uovo riempitivo di polimeri a base di amido. È evidente, tuttavia, che, oltre all’approccio ingegneristico, che vede nel rifiuto polverizzato il sostituto di altri materiali di nuova produzione o estrazione e quindi in termini di riduzione di impatto ambientale, altre strade possono essere investigate. L’utilizzo espressivo degli scarti si può quindi tradurre nella rivalorizzazione del materiale che non viene necessariamente ridotto in polvere ma sfruttato nelle sue caratteristiche intrinseche. Chi, mangiando un buon piatto di spaghetti allo scoglio, penserebbe mai che i gusci dei molluschi bivalvi potrebbero avere un seconda vita? I gusci di cozze, vongole, delle ostriche e conchiglie in generale sono rifiuti che vengono prodotti sulla nostra tavola. In effetti c’è chi ha iniziato a vedere questo scarto (circa 7 milioni di tonnellate annue), come una nuova fonte di biomateriali sostenibili da riciclare in molteplici settori, dall’agricoltura alla depurazione di acque reflue. Le conchiglie delle vongole, come tutti i molluschi bivalvi, risultano formate in massima parte di carbonato di calcio (90-95%), oltre che di fosfato di calcio (idrossiapatite) e di un’altra sostanza proteica, la conchiolina. Quest’ultima è causa di cattivo odore, per cui le conchiglie devono essere accuratamente lavate per eliminare questo stato proteico prima di essere frantumate ed aggiunte ad altri componenti. Numerosi studi e ricerche effettuate presso centri universitari inglesi e svedesi hanno interessato l’utilizzo dei gusci in agricoltura per il controllo dell’acidità del suolo oppure come integratore alimentare per la composizione di mangimi per volatili domestici. In campo edilizio lo stesso composto è un integratore della miscela del cemento, mentre nei processi depurativi delle acque di scarico potrebbe essere impiegato nella fase finale del trattamento, chiamata fotocatalisi. Altre ricerche hanno evidenziato che i gusci delle cozze, e in particolare l’ossido di calcio di cui sono composti, potrebbero essere utilizzati come fotocatalizzatore alternativo al biossido di titanio nella terza fase del trattamento dei reflui. Infine, i gusci da sempre hanno alimentato la nostra creatività nella realizzazione di monili, collane, bracciali, oggetti per la casa, ecc… Spesso lo smaltimento dei gusci è assimilabile all’umido anche se quest’ultimo è finalizzato all’ottenimento del compost da riutilizzare come fertilizzante di qualità naturale mentre la composizione dei gusci li rende incompatibile con il processo accelerato del compostaggio. È un vero peccato classificarli come sottoprodotti, poiché sono scarti che possono contribuiscono positivamente all’equilibrio del nostro ecosistema.

 

ALTRE NOTIZIE

 

Morie di pesci causate da pesticidi. Primo report di una moria causata da piretroidi in acque dolci italiane

Le morie di pesci sono eventi che possono far sospettare l’inquinamento di fiumi e mari. In realtà sono spesso dovute a eventi naturali, come ad esempio bassi livelli di ossigeno nell’acqua; le cause però possono essere difficili da identificare e spesso restano ignote. Non è il caso però di una moria di pesci verificatasi nell’ottobre 2014 in un canale di scolo nel sud della provincia di Padova. I ricercatori dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie (IZSVe), in collaborazione con i laboratori dell’Agenzia regionale per la prevenzione e protezione ambientale del Veneto (ARPAV), hanno infatti identificato la causa della moria nella presenza nell’acqua di pesticidi appartenenti alla classe dei piretroidi. Il ritrovamento è partito dalla segnalazione di un cittadino, che ha contattato l’ARPAV dopo aver avvistato un liquido biancastro provenire dallo scarico di acqua piovana di un’area industriale e riversarsi nel canale. I tecnici dell’ARPAV hanno raccolto dei campioni dell’acqua contaminata, anche se inizialmente non hanno rinvenuto alcun animale morto nei pressi dello sversamento. Nei giorni seguenti sono però state trovate lungo il canale numerose carcasse di pesci di diverse specie, fino a una distanza di 6 km dal punto della segnalazione originale. Le analisi dell’ARPAV hanno mostrato la presenza di concentrazioni rilevanti di cipermetrina, permetrina, deltametrina e tetrametrina nei campioni d’acqua. Sui tessuti dei pesci analizzati dal Laboratorio contaminanti e biomonitoraggio dell’IZSVe è stata invece riscontrata la presenza di cipermetrina e permetrina ad intervalli di concentrazione rispettivamente compresi tra 476 e 2834 µg/kg e tra 346 e 2826 µg/kg. I pesci sono particolarmente sensibili ai pesticidi, in particolare ai piretroidi, ritenuti essere tra i più tossici nei confronti della fauna acquatica; tuttavia, i casi riportati di massicce mortalità dei pesci selvatici a causa di queste sostanze tossiche sono pochissimi. La relazione sulle analisi condotte dall’IZSVe, pubblicate nella rivista internazionale Forensic Science International, hanno contribuito in modo significativo alla letteratura disponibile sulle mortalità di fauna ittica causate da pesticidi.

(Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie)

>> Link: www.izsvenezie.it

 

Giornata Mondiale sull’Acqua: molto più di un bene commercializzabile, elemento di vita

L’edizione 2018 della Giornata Mondiale dell’Acqua, che si è celebrata lo scorso 22 marzo, è stata dedicata al tema Nature for Water, con la volontà di focalizzare l’attenzione sulle soluzioni naturali per conservare, riutilizzare e tutelare le risorse idriche, riducendo il rischio di inondazioni, siccità e inquinamento. «Il destino dell’uomo è intrinsecamente correlato alla disponibilità idrica e dunque un’adeguata gestione interessa tutti» ha dichiarato Vito Uricchio, direttore CNR-IRSA. «Non esiste una soluzione universale, ma una serie di strumenti con cui contribuire alla ricerca di un equilibrio sostenibile tra domanda e offerta». In Italia disponiamo di 7.494 corpi idrici fluviali, 347 lacustri, 534 grandi invasi dei quali 89 non hanno mai funzionato e oltre 8.000 piccoli invasi, insufficienti per gli attuali modelli di consumo. Il nostro pianeta ha raggiunto il primo miliardo di popolazione nel 1804, il secondo nel 1927 e da allora aumentiamo di un miliardo ogni 12-13 anni: per tali motivi nel secolo scorso il consumo globale di acqua è cresciuto del 600%. L’agricoltura utilizza dal 50 all’80% dell’acqua gestita dall’uomo. Per questo motivo, l’impegno dell’CNR-IRSA è sviluppare tecnologie innovative per l’utilizzo di acque non convenzionali (salmastre e reflue urbane depurate) e valorizzare le risorse delle falde idriche ed il recupero delle acque di pioggia. La natura agisce attraverso cicli chiusi e non conosce rifiuti. I temi dell’economia circolare trovano nell’acqua un archetipo consolidato e importantissimi spazi di conoscenza e di ricerca e sviluppo. «CNR-IRSA è fortemente impegnato per trasformare i prodotti di scarto in materie prime ed energia, con esperienze quali il recupero del fosforo (in via di esaurimento) dai reflui, la produzione di biogas, biometano e bioplastiche dai sottoprodotti dei fanghi di depurazione o dai rifiuti, il riutilizzo spinto delle acque reflue nel comparto agricolo, industriale e spaziale», afferma il direttore del CNR-IRSA. «Inoltre, l’incremento delle temperature deve indurre a progettare opere che limitino il rischio di alluvioni e l’evaporazione nei periodi più caldi, quali gli invasi sotterranei oggi resi possibili anche in Italia dal Decreto ravvenamento 100/2016», prosegue Uricchio. «Gli invasi sotterranei consentono la ricarica delle falde con acque di buono stato chimico, poiché favoriscono l’autodepurazione, e offrono numerosi vantaggi di sostenibilità economica ed ambientale: riducono il rischio idraulico e di erosione costiera, prevengono la subsidenza, evitano l’interrimento, non prevedono significativi consumi di suolo. Si tratta anzi di opere che vanno oltre il ripristino della permeabilità del terreno, ostacolata dalla diffusa cementificazione, o la realizzazione di opere di contenimento che limitino la dispersione delle acque in mare. E hanno un costo di realizzazione di circa un quinto rispetto a quelli tradizionali. L’acqua è molto più di un bene commercializzabile, è un elemento di vita» conclude. «Gestire l’acqua in modo sostenibile significa creare nuovi equilibri tra risorse idriche, bisogni primari dell’uomo, sviluppo e ambiente».

(Ufficio stampa CNR – Consiglio Nazionale delle Ricerche)

 

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