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Il Pesce nr. 2, 2018

Rubrica: Acquacoltura
Articolo di Dell’Agnello M.
(Articolo di pagina 28)

L’acquacoltura piombinese come l’ombelico del mondo

Se dovessimo chiedere ad un “mediamente” addetto ai lavori dove si produce più pesce in Italia, la risposta potrebbe variare, ma difficilmente cadrebbe su Piombino. Eppure, a quanto riferito da chi se ne intende, pare che il 45% della produzione ittica nazionale arrivi proprio dalle acque piombinesi dell’Arcipelago toscano, davanti all’Isola d’Elba. Effettivamente, la produzione ittica della città toscana si trova oggi al centro di un grande interesse imprenditoriale legato all’acquacoltura e a quanto ad essa collegato, con la possibilità di uno sviluppo di cui ancora non si conosce l’esatta entità, ma che certamente potrebbe rappresentare una concreta realtà per un territorio che va cercando un nuovo assetto economico. Ma andiamo per ordine.

Seppure si abbiano testimonianza scritte di allevamenti nell’antico stagno di Falesia già nel V secolo (Claudio Rutilio Namaziano, De reditu suo), di acquacoltura in senso moderno, a Piombino, si inizia a parlare agli inizi degli anni ‘80, oltre 35 anni fa. È il momento in cui la siderurgia e le attività ad essa connesse rappresentano l’economia trainante di quel territorio, unitamente alle iniziative commerciali e turistiche del porto e ad un’agricoltura che nell’area della Val di Cornia è sempre esistita, ma che in quel periodo inizia a specializzarsi con produzioni di eccellenza come vino e olio. In questo scenario, complici i primi sentori della crisi dell’acciaio, qualche amministratore lungimirante comincia a creare le condizioni per la diversificazione produttiva e un nuovo sviluppo, volgendo lo sguardo al turismo e alle produzioni primarie, con la realizzazione di un esteso sistema di parchi naturali e aree protette e lo sviluppo delle prime aziende agrituristiche, ma anche con il potenziamento e l’ammodernamento delle aziende agricole esistenti. Nel contempo, mentre si andava incontro alle prime crisi legate all’eccessivo sforzo di pesca, rendendo necessario un maggiore intervento di salvaguardia del settore, nella vicina Maremma grossetana si assisteva allo sviluppo degli impianti di acquacoltura. Tra mille difficoltà burocratiche e amministrative, gli allevamenti ittici maremmani avviati con spirito pionieristico — in alcuni casi come vere e proprie sfide dell’uomo contro una natura da sempre stata a lui avversa —, prendevano sempre più campo, secondo vari modelli produttivi, rivolgendosi con fiducia e successo al grande mercato nazionale.

Così, anche nella Val di Cornia piombinese, qualche attento imprenditore comincia a guardare con interesse a questa attività, facendosi promotore di un suo possibile sviluppo e, tra proposte, dibattiti, tesi universitarie e borse di studio per studiarne fattibilità e potenzialità, si arriva ad individuare nei piani di gestione territoriale una specifica area adiacente alla centrale termoelettrica di Torre del Sale, da destinare a tre impianti di acquacoltura da realizzare con vasche a terra e con il riutilizzo delle acque calde reflue della vicina centrale. A seguito di queste iniziative il primo impianto di acquacoltura piombinese della Società Ittica Falesia viene inaugurato nel 1990. Anche grazie alle prime esperienze positive, l’interesse per l’allevamento di pesce comincia a prendere piede e, con la crisi della siderurgia, che si fa sempre più evidente, altri soggetti si propongono per avviare impianti di acquacoltura nel comune di Piombino. Si arriva così alla metà degli anni ‘90, quando, da un’idea dell’ex console portuale Lido Pedroni, la famiglia Lucchini, che era diventata proprietaria dell’acciaieria, avvia l’Agroittica Toscana su progetto Ravagnan, cominciando a produrre orate e spigole nelle vasche a terra dell’area adiacente al Bacino della Chiusa, nei pressi delle Terre Rosse, impegnando e riqualificando manodopera industriale, ma, soprattutto, dando nuovo e concreto sviluppo all’allevamento del pesce piombinese.

Il grande salto qualitativo, e soprattutto quantitativo, si compie nel 2007, quando si propone lo spostamento in mare della produzione dell’Ittica Falesia, diventata nel frattempo Ittica Golfo di Follonica, aprendo così ad una tecnologia che aveva già fatto la comparsa qualche anno prima nelle acque di Capraia e Gorgona, ma che trovava adesso nelle acque piombinesi ampia accoglienza e potenzialità di sviluppo. Il favore ricevuto dall’acquacoltura piombinese con la nuova “frontiera marina” — concretizzatosi con la realizzazione da parte dell’amministrazione comunale di un parco appositamente dedicato agli allevamenti di maricoltura —, raccoglie così l’adesione di altri imprenditori che, con l’Agroittica toscana ed altri soggetti imprenditoriali, credono in questo sistema produttivo e nelle potenzialità di sviluppo di questa area marina. La produzione oggi è cresciuta e si è specializzata, andando anche a proporre nuove tipologie produttive che non erano mai state significativamente presenti nelle acque della regione Toscana come l’allevamento delle cozze. L’acquacoltura piombinese si trova ora a svolgere un ruolo fondamentale e trainante nel panorama dell’itticoltura nazionale, godendo di un’interessante rendita di posizione, data dalla possibilità di avere specifiche aree dedicate a mare e zone di servizio e supporto a terra, in parte ancora da sviluppare, con una rete commerciale e di trasformazione locale già attiva da tempo e delle infrastrutture viarie che, seppur migliorabili, consentono a fornitori e acquirenti di raggiungere facilmente gli impianti di produzione e le strutture di supporto, proprio al centro della penisola italiana.

L’acquacoltura piombinese come l’ombelico del mondo: un’affermazione forse un po’ esagerata, ma questa realtà produttiva è certamente importante per un territorio alla ricerca di nuovi assetti economici post siderurgici. Piombino e la sua maricoltura possono rappresentare una grande opportunità per l’imprenditoria ittica, in grado di raccogliere la sfida con altri Paesi produttori, affrontando il nuovo millennio con tecnologie moderne e all’avanguardia, ma anche con i supporti e i sostegni necessari.

Maurizio Dell’Agnello

 

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