Edizioni Pubblicità Italia

Il Pesce nr. 1, 2018

Rubrica: Indagini
Articolo di Piscopo A.
(Articolo di pagina 70)

A plastic world

Si stima che ogni anno vengano riversati in mare 10 milioni di tonnellate di rifiuti plastici. L’attenzione verso questo problema ha assunto oggi dimensioni globali. Le macroplastiche si degradano in piccoli frammenti fino a diventare microplastiche, una sorta di calamita per pesci ed uccelli marini. I frammenti tessili, particelle sottili dai 5 ai 10 millimetri di diametro, riversati in mare per mezzo delle plastiche raggiungerebbero i 5 trilioni. Le ricerche evidenziano, con una frequenza in crescita, particelle di microplastica nell’apparato digerente e in misura minore negli altri tessuti di diverse varietà di pesci, uccelli marini, crostacei e molluschi.

 

È il profumo a renderle irresistibili

Le fibre sintetiche, mediante la degradazione (provocata dal vento o dal moto ondoso), o la fotodegradazione (per effetto della luce ultravioletta), formano una poltiglia composita che rappresenta un pasto ghiotto per molte specie. Questa “zuppa” che sempre più spesso finisce nello stomaco degli abitanti delle acque sembra abbia un aroma irresistibile. Le prove sono state raccolte da alcuni ricercatori americani che hanno pescato vari banchi di acciughe e le hanno portate nell’acquario di San Francisco. Qui gli hanno fatto assaggiare sia del krill (piccoli organismi di cui si nutrono molti pesci) che del propilene (la plastica di cui sono composti i tappi di bottiglia e i contenitori dei detersivi per intenderci) lasciato macerare per tre settimane al largo del Bodega Marine Laboratory dell’Università della California. Nell’esperimento, pubblicato su Proceedings of the Royal Society B (Biological Sciences), sei banchi di 200-400 acciughe ciascuno sono stati esposti a tre concentrazioni differenti di krill e di zuppa di plastica, mostrando particolare attrazione verso il pasto somministrato. Solo la versione più diluita del polipropilene è stato ignorato dalle acciughe. Questo esperimento dimostra come le acciughe, di cui peraltro si nutrono molte altre specie di predatori marini, uccelli, foche, cetacei e, per ultimo, anche l’uomo, prediligono le “zuppe di plastica”. Ad attirarle sarebbe il profumo della plastica macerata: i pesci non aggrediscono la plastica appena depositata in mare e anche l’esperimento dimostra come il propilene fresco di fabbrica, non sottoposto alle tre settimane di marinatura, sia stato ignorato dalle acciughe.

 

La plastica ha inquinato anche la Fossa delle Marianne

Un altro studio condotto da Alan Jamieson della Newcastle University ha evidenziato risultati allarmanti sulle microfibre artificiali che si accumulano nell’ecosistema marino e nelle specie ittiche che vi abitano o nel quale trovano il proprio nutrimento. Il team del dottor Jamieson ha analizzato crostacei provenienti dalla Fossa delle Marianne a quella del Giappone, da Kermadeck alle Nuove Ebridi. Si tratta di depressioni tra i 7 e gli 11 km di profondità: nel Challenger Deep della Fossa delle Marianne, il punto più profondo, si toccano i 10.890 metri. Studiando 90 campioni, gli esperti hanno trovato che molti di loro avevano ingerito frammenti di plastica. Nella Fossa delle Marianne tutti i crostacei ne avevano dentro di sé. In particolare si trattava di fibre cellulosiche semisintetiche, come rayon, lyocell e ramie, tutte utilizzate in prodotti tessili, ma anche nylon, polietilene, poliammide o polivinili non identificati, somiglianti a PVA e PVC. «Trovare fibre plastiche all’interno di animali che vivono a 11 km di profondità — ha spiegato l’autore dello studio — mostra la dimensione del problema».

 

Nei nostri mari la situazione è altrettanto preoccupante

Dall’analisi dei dati raccolti da Goletta Verde di Legambiente, che dal 2013 ha iniziato a fare monitoraggio di microplastiche e macrorifiuti galleggianti, risulta che il Mediterraneo è uno dei mari più inquinati dal marine litter, ossia i rifiuti in plastica che galleggiano in mare e quelli spiaggiati. Il rapporto La plastica nel piatto, dal pesce ai frutti di mare (da Plastics in seafood. Greenpeace research laboratories, 2016), realizzato da Greenpeace, spiega che sono almeno 170 gli organismi marini che ingeriscono microplastiche. Un recente studio condotto su 121 esemplari di pesci del Mediterraneo centrale, tra cui specie commerciali come pesce spada, tonno rosso e tonno alalunga, ha mostrato la presenza di frammenti di plastica nel 18,2% dei campioni analizzati. Mentre nel 30% dei pesci prelevati nell’Adriatico, fra le specie commestibili, sono state rinvenute microplastiche. Studi condotti su 26 specie di pesci delle coste atlantiche portoghesi hanno evidenziato la presenza di microplastiche nel 19,8% dei test effettuati: i quantitativi maggiori sono stati rilevati nel lanzardo, una specie simile allo sgombro. Uno studio sugli scampi ha ritrovato la presenza di frammenti di plastica nello stomaco dell’83% degli esemplari raccolti lungo le coste britanniche. Le microplastiche assorbono i POP, composti organici persistenti. Prove sperimentali sulle cozze hanno dimostrato che, se si espongono a microplastiche contaminate con idrocarburi aromatici, le concentrazioni di questi inquinanti aumentano nei tessuti degli organismi marini una volta ingeriti. Le microplastiche costituiscono un’emergenza a livello globale a cui è necessario porre rimedio al più presto. Secondo le Nazioni Unite, se non si interviene subito, nel 2050 in mare ci sarà più plastica che pesci. Una delle fonti più gravi di inquinamento sarebbe quella legata alle microparticelle di plastica contenute nei prodotti cosmetici che ogni giorno arrivano in mare direttamente dagli scarichi (tra le 2.000 e le 9.000 tonnellate di particelle per anno). Saponi, creme, gel, dentifrici e molti altri prodotti contengono frammenti o sfere di plastica di dimensioni piccolissime, inferiori ai 5 millimetri, utilizzate dall’industria cosmetica come agente esfoliante o additivo. Quello che molti non sanno, però, è che le microplastiche non sono trattenute dai sistemi di depurazione e sversano direttamente in mare.

 

L’impatto delle microplastiche sulla salute umana

A questo punto è lecito farsi una domanda: il consumo di prodotti ittici contaminati con frammenti plastici ha delle ripercussioni sulla salute dell’uomo? Le ricerche effettuate finora hanno evidenziato che la maggior parte delle microplastiche si localizza nel tratto intestinale dei pesci, parti anatomiche di norma non consumate dall’uomo, per cui il rischio di accumulo può considerarsi nullo, ad eccezione di specie marine come molluschi, mitili e crostacei. Tuttavia, ad oggi non esistono evidenze sugli effetti biologici delle microplastiche marine e terrestri ingerite dall’uomo attraverso l’alimentazione. Volkheimer ha studiato l’assorbimento di microplastiche per ingestione osservando come particelle inerti di diametro di 150 micron per mezzo di trasporti passivi siano in grado di oltrepassare aree specifiche dell’epitelio intestinale, dove è presente un singolo strato di cellule, e giungere nel sangue e nella linfa in pochi istanti. Dal sangue le particelle inerti e di dimensioni relativamente grandi passano nell’urina e nelle feci dove vengono escrete. Per le particelle molto piccole (nano e micrometri), l’assorbimento avviene a livello digerente tramite pinocitosi e fagocitosi vescicolare. Va precisato che non c’è una dipendenza diretta tra dimensioni delle particelle e percentuale di assorbimento, in quanto altri fattori possono influenzare questo fenomeno (carica superficiale, idrofilicità) e possono dipendere anche dallo stato fisiologico del soggetto. Le microplastiche arrivate in circolo, prima di essere escrete, potrebbero assorbire macromolecole come le proteine e i lipidi, modificando il comportamento e la tossicità, traslocare nei diversi organi e tessuti con i meccanismi già citati a livello intestinale e accumularsi nei lisosomi e interferire con la morte programmata delle cellule (Fruijter-Polloth, 2012). In teoria tutti gli organi sono a rischio per un’esposizione cronica di nanoplastiche (Garret et al. 2012) prima di essere escrete. Questi dati ad oggi sono insufficienti a stabilire con sicurezza gli impatti sulla salute umana. Tuttavia, non ci può essere nemmeno una sottovalutazione dei fatti. Da qui, la necessità di agire a livello politico, adottando il cosiddetto principio di precauzione. Molti paesi stanno mettendo in atto misure restrittive a cominciare dagli Stati Uniti, che hanno proibito già da luglio 2017 la produzione di cosmetici contenenti microplastiche. In Europa politiche mirate in questo campo stanno per essere varate. Mentre in Italia la messa al bando delle microplastiche cosmetiche è stato approvato alla Camera (25 ottobre 2016) ed è in attesa di approvazione al Senato.

 

Risultati di un’indagine sulla microplastica in Italia

Con la Legge n. 123 del 3 agosto 2017, oltre ad essere confermata l’eliminazione della disciplina sulla classificazione dei rifiuti prevista dalla Legge n. 116 del 2014, entra in vigore la normativa interna sugli shopper di plastica leggeri, in recepimento della Direttiva comunitaria n. 720 del 2015, che modifica la 94/62/CE (packaging 1), per quanto riguarda la riduzione dell’utilizzo di borse di plastica in materiale leggero, rispetto alla quale l’Europa aveva aperto una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia. Di conseguenza, dal primo gennaio 2018 anche i sacchetti per alimentari devono essere biodegradabili e compostabili. Ad oggi possono essere commercializzate esclusivamente le borse biodegradabili e compostabili e con un contenuto minimo di materia prima rinnovabile non inferiore al 40%; dal 1o gennaio 2020 potranno essere commercializzate esclusivamente le borse biodegradabili e compostabili con un contenuto minimo di materia prima rinnovabile non inferiore al 50%; infine, dal 1o gennaio 2021 potranno essere commercializzate esclusivamente le borse biodegradabili e compostabili e con un contenuto minimo di materia prima rinnovabile non inferiore al 60%. A verificarne la presenza saranno gli organismi accreditati. Dal 1º gennaio 2019 scatterà il divieto di commercializzare e produrre in Italia cotton fioc non biodegrabili e dal 1o gennaio 2020 il divieto verrà esteso ai prodotti cosmetici da risciacquo ad azione esfoliante o detergente contenenti microplastiche. Le misure intraprese dal nostro Paese sono uno stimolo per le imprese ad innovarsi sul terreno della ecosostenibilità ed ecocompatibilità, ma sono comunque una goccia d’acqua pulita in mezzo agli oceani. Bonificare i nostri mari si può e dove non arriva la legge devono essere la cultura e la sensibilità dell’uomo a fare la propria parte.

Dott. Alfonso Piscopo

Dirigente Veterinario Azienda Sanitaria Provinciale Agrigento

Veterinario del Servizio Sanitario Nazionale

 

 

La microplastica nei mari italiani

Sono stati presentati i risultati preliminari dell’indagine sulla microplastica contenuta nei prodotti cosmetici in vendita in Italia, realizzata dall’associazione MedSharks con il supporto tecnico di CNR ISMAC Biella, Università del Salento e Università degli Studi Roma Tre. Lo studio rientra nell’ambito del progetto di sensibilizzazione sui rifiuti marini Clean Sea Life, progetto cofinanziato dal programma Life della Commissione europea, e ha come capofila il Parco Nazionale dell’Asinara. L’inchiesta si è concentrata sul polietilene (PE) che, secondo l’associazione europea dei produttori cosmetici Cosmetics Europe, rappresenta il 94% delle microplastiche contenute nei prodotti cosmetici. La ricerca è stata condotta finora su un campione casuale di 30 punti vendita (profumerie, farmacie, parafarmacie e supermercati) in otto regioni italiane e ha riguardato 81 prodotti di 37 aziende cosmetiche che contengono polietilene. La maggior parte (circa l’80%) è costituita da prodotti da risciacquo: esfolianti per corpo e viso, saponi struccanti e un prodotto antiforfora. Il polietilene è presente anche in creme per donna e per uomo. In metà di questi prodotti, il polietilene è inserito nelle prime quattro posizioni degli ingredienti, dopo l’acqua. Alcuni fra i prodotti con la maggior concentrazione di polietilene sono in vendita anche negli scaffali dei prodotti naturali ed esaltano una particolare attenzione per l’ambiente. L’analisi quantitativa eseguita dal CNR ISMAC di Biella su un prodotto che elencava il polietilene come principale ingrediente dopo l’acqua ha stimato una media di 3.000 particelle di plastica di dimensioni fra i 40 e i 400 micron per ogni millilitro di prodotto: in un flacone da 250 ml sarebbero quindi presenti 750.000 frammenti di polietilene, per un peso totale di 12 grammi.

Photogallery

Il Pesce
Anno:

Numero:


Cerca negli articoli di Il Pesce:
Annuario del Pesce e della Pesca
La banca dati che con cadenza annuale costituisce un prezioso strumento di lavoro per gli operatori del settore ittico e acquacoltura.