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Il Pesce nr. 1, 2018

Rubrica: Storia e cultura
Articolo di Dell’Agnello M.
(Articolo di pagina 140)

Conchiglie, ostriche e perle, gioielli dei mari

I molluschi bivalvi tra mito, scienza e letteratura

La storia della relazione tra uomo e molluschi bivalvi si perde nella notte dei tempi. Fin dalla preistoria, presso le popolazioni del Neolitico, si hanno infatti testimonianze sull’uso di questi animali per scopi alimentari. Ma è sicuramente in epoche successive che se ne è affinato l’utilizzo e si sono specializzate lavorazioni in grado di far apprezzare pienamente questi abitanti dell’ambiente acquatico, resisi utili all’uomo non solo per le loro carni, ma anche per i prodotti che da essi si potevano ricavare. Un’ampia descrizione dei rapporti tra uomo e molluschi, sul loro utilizzo, sulle loro rappresentazioni nell’arte e nella letteratura, è stata fornita in occasione di ARCIpelago pesce (link al video, youtu.be/ClJb8k4DWU0), svoltosi presso il Circolo Pampaloni di Firenze lo scorso 10 novembre. La manifestazione, che incentra ogni edizione su una specifica specie acquatica, ha visto come protagonisti di quest’ultima, la quinta, proprio i molluschi bivalvi, che l’uomo imparò ad allevare non appena capì quanto questi animali potessero essergli utili. A darne dettagliata relazione è stato David Ortega, della BiblioteCaNova Isolotto di Firenze, nel suo puntuale intervento alla “cena ragiona”, momento centrale e atteso di Arcipelago. «Sin da quando l’uomo abita questa terra — racconta Ortega — le conchiglie dei molluschi sono state un oggetto utilissimo per la sua vita quotidiana. Prima per fini eminentemente pratici (potevano essere degli ottimi recipienti), poi, col tempo, cominciarono ad essere utilizzate come elementi di ornamento e ben presto anche come strumenti musicali e vere e proprie monete».

 

Tra tutti i molluschi, quale può essere considerato il più significativo, quello che ha fatto fare il salto di qualità dalla storia alla leggenda?

«Non c’è dubbio che si debba fari riferimento all’ostrica, il mollusco che genera le perle, che da sempre ha destato forti curiosità e alimentato numerosi miti. Tutti noi abbiamo chiara davanti agli occhi l’immagine della Venere botticelliana che nasce da una grande conchiglia. Quella immagine di straordinaria bellezza, in cui è ritratta Simonetta Cattaneo (la sans par, la vera “perla” di Firenze), raffigura il momento della nascita di Venere, la dea della bellezza e dell’amore, il principio fecondatore del mondo».

 

Come nasce questo binomio tra Venere e la conchiglia?

«Le fonti più antiche, risalenti al VII-VI secolo a.C., raccontando la nascita di Afrodite (questo il nome della dea nel pantheon greco), escludono la presenza di conchiglie. È Plauto, il commediografo latino della Roma repubblicana del III secolo a.C., che nel Rudens, riferendosi a Venere, scrive: “te ex concha natum esse autumnant”, cioè “dicono che tu sia nata da una conchiglia”. Da un’analisi attenta delle fonti antiche questa conchiglia non sembra tanto un’ostrica, quanto un pecten, una conchiglia largamente diffusa nell’area mediterranea, utilizzata già dagli Egizi come ornamento femminile, simbolo di fecondità e strumento apotropaico contro la sterilità».

 

E della perla, David, che cosa ci dici?

«Mircea Eliade, storico delle religioni, antropologo e mitografo, studiando gli antichi testi cinesi del III secolo a.C., ha messo in luce come la produzione della perla fosse legata al ciclo lunare. Ritroviamo questa credenza anche nel mondo latino. Gaio Lucilio, poeta latino del II secolo a.C., autore delle Saturae, scrive “luna alit ostrea”, cioè “la luna nutre le ostriche”. Circa la nascita delle perle, è interessante anche quanto ci riferisce Plinio il Vecchio nella sua Storia naturale: “Quando la stagione della fecondità stimola le ostriche, dicono che, aprendosi con un certo movimento della bocca, si riempiano di un elemento fecondante e rugiadoso; poi gravide partoriscono, e il parto delle conchiglie sono le perle, di vario tipo secondo la qualità della rugiada che hanno ricevuto: se vi è affluita pura, cade sotto gli occhi il candore della perla; se invece la rugiada è impura, anche il feto diventa sporco; la medesima perla è di color pallido se viene concepita quando il cielo è minaccioso. Certamente dipendono dal cielo ed hanno maggiori relazioni con il cielo che con il mare: di là traggono il colorito scuro o il colorito limpido, in rapporto alla chiarezza mattutina”. Altre credenze invece vogliono che la perla sia un prodotto dei raggi del sole, come ci racconta Claudio Eliano nella sua opera maggiore Sulla natura degli animali. L’erudito romano del II secolo d.C. riferisce di racconti favolosi, nei quali si accenna alla nascite delle perle grazie a “lampi che riversano i loro bagliori sulle valve aperte”. La perla, dunque, non sarebbe altro che l’unione di due elementi: l’acqua, la componente femminile, e il fuoco, la componente maschile».

 

Un simbolo così potente e prezioso non poteva che trasformarsi in valore anche venale...

«Le perle da sempre sono state simbolo di valore e di grande prestigio. A tale proposito si ricorda un aneddoto raccontatoci da Svetonio che, sul generale Aulio Vitellio, dice che riuscì a finanziare un’intera campagna militare vendendo un orecchino di perle della madre. Un altro interessante episodio ci viene raccontato da Plinio il Vecchio ed ha per protagonista Cleopatra. Prestigio, ma anche vanità; la regina d’Egitto, per lasciare sbigottito Marco Antonio, suo ospite, si presentò al banchetto organizzato in onore del generale romano ornata da due perle a forma di pera dalle dimensioni enormi. Una di queste la dissolse nell’aceto, bevendo poi il miscuglio; l’altra invece, dopo la caduta della regina, fu portata a Roma assieme al suo tesoro. L’imperatore Augusto la fece dividere in due parti che, montate su due orecchini, vennero offerte al simulacro della dea Venere presente nel Pantheon».

 

Ma le perle non erano soltanto un gioiello?

«Certo, un animale di una tale portata simbolica era molto apprezzato anche in cucina, sin dall’epoca romana. Nell’antichità nel lago di Lucrino, ampia laguna d’acqua salata presso Baia, nei Campi Flegrei, un mitico personaggio di nome Sergius Orata impiantò un fiorente allevamento di pesce, soprattutto di ostriche. Di questo personaggio e della sua attività imprenditoriale ci parla Plinio nella Naturalis historia, dicendo tra l’altro che si arricchì enormemente e spesso concedeva ai suoi ospiti banchetti luculliani nei quali l’ostrica era l’ingrediente principe».

 

Un ultimo aneddoto su perle ed ostriche?

«Nel Medioevo si credeva avessero importanti virtù curative, una vera e propria panacea contro molte malattie. Si racconta che al capezzale di Lorenzo il Magnifico, ormai morente, giunse un medico mandato da Ludovico il Moro, maestro Lazzaro da Pavia, il quale fece bere al Magnifico una pozione di vino con dentro cinque etti di perle tritate». Perle e ostriche, simbolo di vita, sono sin dall’antichità elementi presenti nei corredi funebri, come rimandi ad una seconda vita dopo la morte. Il Magnifico, con le perle macinate, non è guarito; gli saranno tornate utili almeno nell’aldilà? Chissà, forse sì…

Maurizio Dell’Agnello

 

Bibliografia essenziale

Eliade Mircea, Immagini e simboli: saggi sul simbolismo magico e religioso, Jaca Book, 1974.

Ventura G., L’ostrica e la pinna: storia, leggenda e curiosità, in Atti del Convegno 13-14 maggio 2009, Roma.

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