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Il Pesce nr. 4, 2017

Rubrica: Storia e cultura
Articolo di Guidi G.
(Articolo di pagina 130)

Bisso, quei fili d’oro in fondo al mare

Negli ultimi decenni la Pinna nobilis aveva rischiato l’estinzione, al punto che, dal 1992, ne era stato vietato il prelievo. Solo ora, grazie ad un’azione forte di tutela, si assiste alla ricomparsa, seppur timida, anche in mari dove era sparita del tutto. Ma quei magnifici filamenti che produce sembrano invece irrimediabilmente destinati all’oblio, nella noncuranza generale

Molte cose la accomunano a specie similari: il potere depurativo delle acque che la ospitano, la prelibatezza del mollusco e il fatto che, come le ostriche, produca delle piccole perle. In alcune lagune un tempo proliferava. La sua presenza era evidente. Se ne scorgevano a perdita d’occhio, sebbene si nascondessero nelle praterie di Posidonia, sia in fondali di qualche metro, come a profondità notevoli. Ma quel passato importante che vedeva la Pinna nobilis presente in tutto il Mediterraneo, di cui è specie endemica, resta ora solo un ricordo. Le numerose minacce all’ecosistema hanno imposto, già alcuni decenni fa, un regime di protezione e una tutela di matrice europea — poi ratificata dal governo italiano — che ne impedisce la raccolta, l’uccisione, la detenzione, la commercializzazione e persino l’esposizione a fini commerciali.
Della cozza penna — altro nome con il quale questo meraviglioso bivalve è spesso chiamato — si facevano, a suo tempo, gli usi più disparati: il mollusco finiva in pentola ed era ottimo, preparato in diversi modi. Le sue perle venivano utilizzate come ornamenti, l’interno come bottoni, il guscio come oggetto dagli impieghi più svariati: paralumi, ornamenti, accessori vari. Non a caso tuttora, nelle vecchie dimore dei pescatori o nelle ville al mare, se ne possono ammirare degli esemplari datati, appesi a far bella mostra di sé.
Alta sino al metro e mezzo e pesante sino ad un chilo, questo meraviglioso bivalve vanta il merito di produrre un filamento pregiato che, dopo un’attenta lavorazione, si trasforma in quella che viene chiamata seta del mare. Il bisso, questo il suo nome, è più sottile di un capello, ma straordinariamente più resistente e, dopo uno speciale trattamento, si presta a diversi impieghi nell’arte tessile.
In Sardegna, come in altre regioni dell’Italia meridionale, del bisso erano note anche le proprietà terapeutiche e il suo potere emostatico; pertanto non mancava mai in nessuna imbarcazione, perché utilissimo nella medicazione di ferite riportate dai pescatori durante il lavoro.
Tappeti, arazzi, ricami, accessori di varia natura possono essere realizzati con questo filamento che viene dal mare, ma, considerata la rarità, la complessità della pulizia e della lavorazione, se ne riservava e tuttora se ne riserva l’uso a indumenti di pregio, spesso abiti talari e certamente destinati a classi abbienti.
È con questo filamento di cheratina che le nacchere — altro nome in gergo della Pinna nobilis — si ancorano al fondale e si difendono da altri predatori. Ed è quel filamento che viene in parte sottratto per gli usi che conosciamo.
Ma quel bioccolo marrone, che il mare restituisce sporco di minuscole conchiglie e piccoli coralli, non può essere utilizzato tal quale. Diventa infatti splendente come l’oro solo dopo un processo lungo e complesso, dove non mancano riti e cerimoniali. Una delle ultime detentrici dei segreti della lavorazione del bisso, la sarda Chiara Vigo, ne elenca, nel suo sito internet, i diversi passaggi. Il primo è quello del prelevamento, appunto. Essendo la Pinna animale protetto, ma soprattutto al fine di non arrecarle danno alcuno, vengo­no utilizzati solo gli ultimi 5 centimetri dei circa 40 di bioccolo, che ciascun esemplare adulto di Pinna nobilis produce. La quantità è già di per sé modesta, ma si riduce ulteriormente in fase di lavorazione perché da 300 grammi di fibra grezza, una volta cardata (pettinata con un cardo a spilli, così da togliere le impurità) e dissalata, si ricavano solo 30 grammi, che si tradurranno poi in 12 metri di filamento circa.
Siamo però solo all’inizio di un processo complesso che prevede che il filamento, in un secondo momento, rimanga per 25 giorni in acqua dolce, con un ricambio che deve essere fatto improrogabilmente ogni 3 ore, notte compresa. Conclusa questa lunga fase, si bagna tutto con succo di limone per renderlo di colore più vivace e sottoporlo poi a un trattamento realizzato con un mix di alghe (la cui miscela rappresenta uno dei segreti della lavorazione) che serve a rendere il filamento ancora più resistente. Sono questi passaggi a restituire un filo di grande elasticità che non si deteriora, non viene attaccato dagli insetti, ha un’ottima proprietà di coibentazione.
Maestri come Chiara Vigo, cer­tamente tra gli ultimi rimasti nel Mediterraneo, intervengono poi anche con tinture naturali, in grado di riprodurre il bisso così come la Bibbia lo descrive: viola, scarlatto, oro e porpora. Quest’ultimo colore richiede una lavorazione ancora più lunga e difficile: ci vogliono 28 giorni e 2 lune perché la conchiglia usata per tingere rilasci la bava sul sale e conferisca quella tonalità caratteristica. Ma in realtà tutto il processo produttivo di questo meraviglioso filato appare impegnativo e complesso e dargli un prezzo sarebbe cosa altrettanto difficile. È certamente anche per questo motivo che scrive a caratteri cubitali nel suo sito: “il bisso non si vende e non si compra. Le opere in seta del mare possono solo essere donate o ricevute. Un maestro di bisso vive di offerte”.


Guido Guidi

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