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Il Pesce nr. 2, 2017

Rubrica: Associazioni
(Articolo di pagina 56)

Il settore ittico chiama, Federpesca c’è

Le imprese della pesca italiane stanno vivendo una fase di forte destabilizzazione. Proprio quando il sistema stava mostrando un sostanziale bilanciamento degli indicatori economici aziendali (costi sotto controllo, prezzi di vendita in moderata crescita, ritorno al profitto), fattori esterni stanno determinando tra le imprese disorientamento, frustrazione e timore per il proprio futuro. “Principale fattore è l’incapacità di legiferare, a tutti i livelli, se non a scapito del settore — si legge in un comunicato stampa di Federpesca, la Federazione nazionale delle imprese di pesca — un male che affligge tanto l’Unione Europea quanto il Parlamento italiano. I pochi interventi positivi risultano per lo più insufficienti o parzialmente inadeguati, spesso per scarsità dei fondi stanziati, spesso perché adottati senza il necessario confronto con chi rappresenta il settore. I contributi forniti nelle audizioni del Parlamento europeo e del Parlamento italiano, così come le espressioni provenienti dal sistema di consultazione regionale, il MEDAC, riguardano ambiti marginali, ovvero quando attengono questioni più profonde, rimangono per lo più inascoltati perché infine prevalgono gli indirizzi della Politica Comune della Pesca e i regolamenti comunitari. Non per questo Federpesca — prosegue il comunicato — rinuncia al dovere di esprimere in ogni sede il proprio messaggio a tutela dei giusti diritti delle imprese rappresentate, non per questo si sottrae al confronto con qualsiasi attore istituzionale.
Al livello dell’esecutivo le cose non stanno meglio. Negli ultimi anni è mancato un confronto sufficiente sui principali interventi dei quali il nostro governo si è fatto portatore. Di qui, la richiesta più volte reiterata in tutte le sedi politiche o di contatto istituzionale: la pesca italiana non può essere governata se non con la partecipazione degli imprenditori al processo decisionale delle regole che li riguardino.
Non si tratta, quindi, di ripristinare organismi soppressi, quali la Commissione Consultiva Centrale della Pesca o le Commissioni Consultive Locali, bensì di istituire Comitati di Gestione a livello nazionale e di singola GSA per dare voce a tutte le componenti del sistema (dagli imprenditori alla ricerca, alle OO.SS. dei lavoratori, alle amministrazioni, alle organizzazioni ambientaliste e dei consumatori, ecc…).
I comitati di gestione rappresentano, laddove istituiti, il momento di condivisione dei valori della pesca responsabile e sostenibile, proprio utilizzando il canale della partecipazione al processo decisionale. L’unico presidio, moderno e in linea con quanto accade in realtà più evolute della nostra, per evitare di rincorrere continuamente decisioni sbagliate che riverberano direttamente sull’economia delle imprese.
Un indirizzo peraltro in linea con il processo di regionalizzazione previsto dalla stessa riforma della Politica Comune della Pesca. Nell’iter di approvazione del “testo unificato in materia di pesca” (Atto Camera 338) richiameremo l’attenzione di tutti i gruppi politici per ottenere l’inserimento di una espressa previsione sull’istituzione e sul ruolo dei Comitati di Gestione.
Solo per ripercorrere gli interventi malnati, recenti e meno, fonte di tanto disagio e malcontento.
Un sistema sanzionatorio feroce, frutto della gestione superficiale e colpevole del governo italiano che nel 2012-2013 ha accettato l’imposizione della Commissione di inasprire le sanzioni per rimediare alla presunta insufficienza dei controlli.
Oggi tutte le forze politiche, massimamente quelle che hanno votato la Legge n. 154/2016, vogliono correre ai ripari e proporne la modifica. Dimenticando che dovranno fare i conti con Bruxelles prima di cambiare una sola virgola di una norma che rappresenta la risposta scellerata ad un’accusa ingiusta.
Federpesca interverrà in ogni sede per evitare la beffa dopo il danno, puntando comunque a rafforzare l’iniziativa del Parlamento europeo di un’armonizzazione tra i regimi sanzionatori di tutti gli Stati Membri UE.
Ma gli effetti perversi del sistema sanzionatorio introdotto vanno oltre la sanzione diretta. Perché una somma di 9 punti di infrazione grave (lo sono quasi tutte) è sufficiente a far decadere l’impresa dal diritto all’indennità di fermo biologico (cui resta comunque obbligatoriamente tenuta) e dall’accesso a qualsiasi altra misura del Fondo Europeo per le Attività marittime e la Pesca (FEAMP). Una sorta di pena accessoria, che può far male molto più della stessa sanzione pecuniaria.
Poi l’ammortizzatore sociale nato con la Legge di Stabilità 2017 sulle ceneri della Cassa Integrazione Straordinaria in Deroga, il Fondo di Solidarietà per la Pesca (FOSPE), un sistema di integrazione al reddito serio e contribuito da imprese e lavoratori, che è purtroppo carente di una dotazione finanziaria adeguata per la fase di avvio.
Tutto in salita, quindi, malgrado il 14 febbraio scorso sia stato approvato l’emendamento che rifinanzia per 17 milioni la coda della CIGS Pesca 2016 e, con indicibile impegno di Federpesca, la Direzione generale INPS abbia definitivamente portato a soluzione la corresponsione dell’indennità di fermo in favore dei proprietari e armatori (quotisti di società) imbarcati.
Federpesca propone di utilizzare per almeno 1-2 anni le risorse del FEAMP per finanziare il fermo biologico anche per l’indennità spettante agli equipaggi e trasferire le disponibilità già stanziate (9 milioni per il 2017) ad incremento della dotazione FOSPE. A regime, l’utilizzo del FOSPE per la copertura dei periodi di inattività obbligatori (fermo biologico e fermo tecnico) e di quella accidentale ammonterebbe a circa 35 milioni/anno. In occasione dell’avvio della trattativa per il rinnovo del CCNL della Pesca, Federpesca ha sottolineato alle OO.SS. controparte che la conclusione del contratto resta subordinata al superamento della situazione di stallo in atto sull’ammortizzatore sociale.
Tuttora aperto anche il tema dell’assenza di qualsiasi grado di flessibilità sulle catture accidentali inferiori alla taglia minima realizzate con attrezzi da pesca perfettamente conformi alle prescrizioni normative. Un incrocio micidiale tra una norma demenziale e un sistema sanzionatorio quale quello recentemente introdotto. A farne le spese è l’impresa di pesca, responsabile di una sorta di colpa oggettiva, con impatti per caduta su tante famiglie incolpevoli della multispecificità del nostro mare.
Federpesca ha invitato il Parlamento europeo, che ha in esame un progetto di regolamento di modifica delle misure tecniche della pesca, a introdurre una flessibilità del 10% di catture sotto taglia, per specie catturata, come limite alla non punibilità in fase di sbarco.
Senza parlare dello stillicidio continuo che ha riguardato in particolare lo sgravio contributivo previsto dall’art. 6/bis delle Legge n. 30 del 27 febbraio 1988.
Nell’arco di un quadriennio (2013-2016) per effetto della spending review, lo sgravio contributivo si è ridotto di ben 21,3 punti percentuali passando dal 70% all’attuale 48,7%. È necessario che il legislatore la smetta di usare come una slot machine questa legge, estremamente necessaria al settore e in particolare alla pesca costiera fissando normativamente un limite minimo invalicabile allo sgravio.
E ancora, la situazione delle tabelle di armamento e il loro rapporto con i limiti di abilitazione e le norme sulla sicurezza del lavoro, che tuttora penalizzano inutilmente le imprese di pesca. Federpesca solleciterà ancora l’adozione di norme compatibili con il settore e l’organizzazione del lavoro a bordo delle navi da pesca, differenziandole da quelle previste per una porta-container o una nave da crociera!
Si potrebbe andare avanti annoverando il bando sul fermo definitivo (esaurita l’istruttoria, sperimenteremo tutte le mine presenti nel percorso procedimentale), la gestione delle quote tonno e pesce spada (le assicurazioni fornite da ogni forza politica italiana superano la quota disponibile a livello mondiale), un sistema di controllo e report satellitare costoso e difettoso.
Un elenco certamente incompleto, tante sono le questioni aperte e le mille difficoltà quotidiane di fare impresa in questo settore, alle quali i Comitati di Gestione porranno finalmente termine. Uno stato di cose, quello appena descritto, ultimamente sfociato in manifestazioni di piazza: uno sfogo comprensibile, che Federpesca ha valutato in ogni suo significato, non ostacolandole né deplorandole in alcun modo. Una manifestazione partecipata anche da imprenditori associati a Federpesca.
Federpesca ha poi ritenuto di prendere parte con una propria delegazione all’iniziativa indetta dall’Alleanza delle Cooperative Italiane per il 9 marzo, con l’intento di cogliere la possibile condivisione del maggior numero di rappresentanze sulle questioni innanzi ripercorse.
Federpesca conferma e rinnova il proprio impegno costante, da 70 anni a questa parte, a tutela delle imprese associate attraverso il ricorso — serio e professionalmente competente — ad ogni forma di intervento, di segno positivo e negativo, propria di un’organizzazione di imprenditori ispirati ai principi di legalità, sostenibilità e impegno sociale
”.
 

>> Link: www.federpesca.it

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