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Il Pesce nr. 2, 2017

Rubrica: La pagina scientifica
Articolo di De Maddalena A.
(Articolo di pagina 118)

Blu squalo

Siamo a due ore di navigazione al largo di Cape Point, in Sudafrica. Stiamo pasturando da circa un’ora. Non utilizziamo tanta pastura, ma solo quel tanto che basta. Un paio di teste di tonno e qualche altro scarto sono sufficienti. Gli snoek (Thyristes atun), i grandi pesci simili a barracuda che pullulano in quelle acque, sono stati preparati già da un pezzo per essere usati come esche. Uno lo stiamo trainando dietro di noi a bassa velocità. Fissiamo la scia che la pastura ha creato dietro all’imbarcazione. Il mare è di un blu intenso, in pieno oceano, con quelle acque tipicamente calde della Corrente di Agulhas. Ancora nulla rompe la quiete. L’odore della pastura e delle esche diviene forte e penetrante sotto il sole, a tratti fastidioso con l’accompagnamento del movimento ondulatorio dello scafo. Dalla plancetta di poppa getto qualche altra secchiata d’acqua nella cassetta della pastura. Il mio amico Chris Fallows e la moglie Monique (entrambi naturalisti e fotografi) fissano nervosi la superficie dell’acqua dall’alto del tetto della cabina.
Il primo squalo non si fa attendere oltre. È un mako dalle pinne corte (Isurus oxyrinchus) e arriva nella sua maniera caratteristica. Rapido come una saetta, un fulmine blu a pelo dell’acqua, con la prima pinna dorsale e l’apice della pinna caudale che a tratti tagliano la superficie. Il più veloce di tutti gli squali — e secondo alcuni forse anche il più veloce abitante degli oceani in assoluto — il mako, raggiunge forse i 70-100 km orari, potendo all’occorrenza spiccare balzi fuori dall’acqua di oltre sette metri sulla superficie.
Quest’ultimo aspetto è particolarmente curioso poiché, fatta eccezione per i casi nei quali salta quando è allamato per liberarsi, non si conosce la ragione per la quale presenti tale comportamento. Possiamo solo ipotizzare che lo faccia per sorprendere delle prede alla superficie, o per guardare intorno a sé a grande distanza, o per comunicare, o ancora per cercare di liberarsi dai crostacei copepodi parassiti (dai quali appare essere infestato più di qualsiasi altra specie). Poenas Jacobs, addetto all’esca, la sottrae appena in tempo alle poderose mascelle del mako. Quell’esemplare lungo poco meno di due metri ha già tutte le caratteristiche morfologiche, l’eleganza e l’imponenza della sua specie, che in casi eccezionali può arrivare addirittura a circa sei metri di lunghezza.
Gli squali mako dalle pinne corte mostrano segregazione per taglia, ossia tendono a disporsi per gruppi di taglia. Ciò significa che in una data area gli esemplari che si osservano hanno tendenzialmente le stesse dimensioni, situandosi entro un range di taglia ben definito.
In quest’area al largo di Cape Point, i mako presentano di norma dimensioni tra uno e due metri di lunghezza, in media intorno al metro e mezzo. Lo squalo fa un altro passaggio verso l’esca, che di nuovo gli viene prontamente sottratta. Ma non si arrende e prova ancora, e questa volta con un’accelerazione poderosa riesce a serrare la presa sullo snoek. Poenas tira a sé l’esca, determinato a non lasciargliela (di norma gli squali non devono essere alimentati per non alterare il loro normale comportamento alimentare).
Nel momento in cui lo squalo arriva a ridosso della poppa e l’esca viene sollevata, per un istante vediamo la sua formidabile dentatura, i grandi denti lunghi e ricurvi verso l’interno, che sembrano fatti di porcellana. Sono denti fatti per strappare e ghermire prede eccezionalmente rapide, indispensabili ad un cacciatore del genere, che è ben noto per catturare anche i grandi pesci spada e marlin.
Lo squalo deve mollare la preda e per un attimo scompare alla vista. In capo a pochi istanti rivediamo il mako nuotare sotto al pelo dell’acqua poco distante, avvicinandosi ai gabbiani, gli zafferani meridionali (Larus dominicanus) che riposano tranquilli sulla superficie del mare.
Lo squalo accelera per catturarne uno, ma il gabbiano si libra in volo appena in tempo. Lo squalo non demorde. Attende che i gabbiani si adagino nuovamente sulla superficie e prova ancora a sorprenderli. Di nuovo gli zafferani si sottraggono alle sua mascelle all’ultimo momento.
La scena si ripete più volte. Non è ben chiaro se lo squalo stia più che altro giocando o se stia effettivamente cercando di catturare gli uccelli per cibarsene. Non sembra metterci tutto il suo impegno, ma appare piuttosto una sorta di blando passatempo. Sappiamo però per certo che di tanto in tanto i mako possono effettivamente catturare gli uccelli marini e alimentarsene quando lo vogliono, come testimoniato dal contenuto stomacale di un mako di 3,2 metri pescato in Texas, che aveva ben dieci gabbiani nello stomaco.
In passato avevamo visto le verdesche dare la caccia ai gabbiani allo stesso modo, ma questa è la prima volta che vedo farlo ai mako.
Nel frattempo arrivano sulla scena anche gli altri squali che stavamo attendendo, le verdesche, note anche come squali azzurri (Prionace glauca), nome quest’ultimo assai più calzante, sebbene nella nostra lingua il primo abbia la priorità. Anche le verdesche presentano una splendida colorazione blu intensa, ma le due specie si riconoscono facilmente l’una dall’altra.
I mako hanno muso perfettamente conico relativamente corto, denti prominenti sempre in vista nella mandibola, pinne pettorali relativamente corte, lunghe fessure branchiali, pinna caudale quasi simmetrica, carene caudali assai sviluppate.
Le verdesche invece hanno muso e pinne pettorali lunghissimi, fessure branchiali brevi, pinna caudale fortemente asimmetrica, carene caudali appena accennate. Inoltre, la colorazione dei mako presenta un forte riflesso metallico sui fianchi, che manca invece nelle verdesche.
Osservandoli si apprezza anche la differenza di movimento. I mako sono più rapidi, hanno un nuoto nervoso ed effettuano frequentemente rapide puntate in linea retta con repentino cambiamento di direzione. Le verdesche presentano un nuoto più tranquillo, sono più lente ed eleganti. Quelle che arrivano intorno alla barca misurano tra un metro e mezzo e i due metri. Anche questa specie infatti mostra segregazione per taglia.
La gabbia è calata in acqua e mi preparo per entrare indossando la muta, settando la macchina fotografica e pressurizzando la custodia subacquea. I ragazzi sollevano il coperchio della gabbia per permetterci di entrare e un secondo dopo siamo in acqua, piacevolmente sorpresi dalla temperatura, intorno ai 18 °C, di diversi gradi superiore a quella alla quale siamo abituati, immergendoci di norma nelle acque costiere della Penisola del Capo. L’immersione avviene in apnea, per evitare che le bolle e il rumore emessi dall’erogatore tengano gli squali a distanza. E gli squali non si fanno attendere per visitare la gabbia da vicino.
La prima cosa che colpisce immergendosi con questi animali è il fatto che la loro colorazione è dissimile da quella solitamente mostrata nelle fotografie pubblicate e nei documentari. Sembra di vedere delle forme irreali, dei dipinti ad acquerello, di una tinta così raffinata che è impossibile da riprodurre fedelmente.
La visibilità è di una decina di metri, la sospensione ridotta, la luce perfetta per le foto. In un giorno del genere si ha la possibilità di scattare un numero di foto eccellenti. E se i mako sono assai poco collaborativi come modelli, a causa del loro carattere guardingo, che li porta ad avvicinarsi solo saltuariamente e per brevissimi istanti alla gabbia, le verdesche compensano ampiamente, dal momento che più passa il tempo e più cresce la loro confidenza, la loro curiosità e la loro disponibilità a venire sempre più vicine.
Il colore degli animali è perfettamente adattato a quello delle acque che abitano. In quel blu stupendo le loro forme si muovono sinuose come bagliori materializzati della stessa acqua in cui vivono, corpi che sembrano fatti di puro colore della medesima tonalità dell’ambiente che li circonda. Un’opera d’arte.
Solo vedendo le verdesche vive e sottacqua si può comprendere perché molti le considerino gli squali più belli in assoluto. Ma dal mio punto di vista i mako non sono da meno: ho sempre avuto una speciale predilezione per queste saette metalliche dall’aspetto tanto selvaggio e preistorico.
I mako continuano a mostrarsi guardinghi, a tenersi a distanza salvo brevi incursioni, a scomparire e riapparire in capo a qualche minuto, mentre le verdesche vengono sempre più vicine alla gabbia. Qualcuna viene a introdurre il muso nella finestra anteriore, qualcun’altra cerca di introdurlo tra una sbarra e l’altra. Frequentemente, quando toccano le sbarre con la testa, le vediamo sollevare la membrana nittitante per proteggere l’occhio (gli squali hanno palpebre immobili, tuttavia la verdesca e molte altre specie possiedono una terza palpebra mobile, detta membrana nittitante, formata da una piega addizionale della palpebra inferiore). I loro grandi occhi arrivano a fissarci a pochi centimetri dal nostro volto. Con la macchina fotografica scafandrata è comunque facile impedire loro un eventuale ingresso nella gabbia dalla finestra di osservazione. Più passa il tempo e più le verdesche diventano invadenti.
Ogni tanto le vediamo andare a toccare le eliche con il muso o a morderle leggermente (è a causa delle ampolle di Lorenzini, organi di elettro-ricezione situati sulla testa e specialmente sul muso, che gli squali sono attratti dai metalli, in risposta alle debolissime correnti prodotte dalle interazioni tra l’acqua di mare e i metalli). Ogni tanto mordono le sbarre della gabbia, anche mettendosi in verticale al di sotto di questa, esattamente sotto ai nostri piedi. Curioso notare che in diverse aree del mondo queste due specie di squali, mako e verdesca, si incontrano frequentemente insieme, come accade di norma anche in quest’area del Sudafrica. Per lo più i mako e le verdesche si rispettano reciprocamente, evitando ogni conflitto. Ma di tanto in tanto può accadere che mostrino reazioni violente gli uni contro gli altri, cosa che d’altra parte può accadere anche tra individui della stessa specie, in particolare quando nascono contese per la proprietà di una preda o per la priorità nell’accesso a questa.
In condizioni normali né i mako né le verdesche mostrano cannibalismo, nel senso che non mangiano individui della loro stessa specie. Però in rari casi sono stati visti squali mako uccidere delle verdesche, come pure verdesche uccidere degli squali mako. Di norma in presenza di una fonte di cibo, questi squali stabiliscono gerarchie temporanee che sono basate primariamente sulle dimensioni. In generale gli squali hanno una percezione assai precisa delle proprie dimensioni e sono in grado di individuare con precisione e immediatezza differenze di taglia rispetto ad altri individui. Questo permette loro di sapere quando debbano cedere il passo ad individui più grandi o quando abbiano invece la prevalenza su individui più piccoli, senza bisogno di ricorrere a sanguinosi scontri, che potrebbero avere esiti gravissimi per entrambi i contendenti.
Siccome entrambe le specie presentano segregazione per taglia diminuiscono ancora di più le possibilità di contrasti, poiché in una medesima area per lo più verdesche e mako tendono ad avere dimensioni simili e di conseguenza ad evitare contrasti a priori, salvo eccezioni.
Il fatto che squali mako e verdesche siano frequenti nella zona pelagica di molte aree del mondo, e che tendano ad aggregarsi rapidamente e in gran numero in presenza di una fonte di cibo, li pone in particolare pericolo. Queste due specie rappresentano infatti le maggiori catture accessorie dei palangari. Si stima che un 50% delle catture di squali a livello mondiale sia da attribuirsi a cattura accidentale nel corso di operazioni di pesca dirette ad altre specie, come tonni e pesci spada; questa cattura di animali marini non pianificata è detta bycatch o cattura accessoria.
I palangari pelagici sono singole lenze lunghe da 18 a 72 km, armate con una media di 1.500 ami. Questo attrezzo da pesca è ampiamente usato in molte parti del mondo (Sudafrica incluso) per catturare tonni e pesci spada. Il numero di squali catturati coi palangari può arrivare addirittura al 90% delle catture totali.
D’altra parte verdesca e mako sono considerate specie di alta qualità per il consumo umano (l’Italia ne è tra i maggiori importatori del mondo). In particolare le carni del mako sono attualmente considerate tra le più pregiate in assoluto, simili e per molti superiori a quelle del pesce spada.
C’è da chiedersi come questi stupendi animali possano non essere ancora estinti, considerato il loro modesto tasso riproduttivo, ma non vi è dubbio che proseguendo di questo passo il loro numero sia destinato a diminuire ancora vertiginosamente.
Giunge il momento di uscire dall’acqua. Alcune verdesche sono ancora nell’area quando rimettiamo in moto e ripartiamo. Ma l’avventura non è finita. Sulla via del ritorno riceviamo una chiamata da un’imbarcazione per la pesca d’altura. Ci avvertono che a breve distanza si sono imbattuti in alcuni squali sericei (Carcharhinus falciformis), specie assai difficile da incontrare in quella zona. Non esitiamo un attimo e facciamo rotta sul punto indicato. In quindici minuti siamo sul posto.
Gli squali sericei sono ancora lì, sebbene l’altra imbarcazione se ne sia andata e non ci sia più esca a tenerli sul posto. Occorre essere veloci, non c’è tempo per calare la gabbia. Entriamo quindi in gabbia senza protezione. Gli squali non sembrano intimoriti, ci osservano e si fanno più vicini. Sono eleganti e ricordano molto le verdesche nelle loro forme, ma se ne distinguono facilmente per le pinne pettorali molto più corte, il muso più breve e la colorazione grigio-bruna.
Ci poniamo in gruppo spalla a spalla, in modo da avere la situazione sotto controllo. Agli squali sericei si uniscono anche alcune verdesche. Sono tutti esemplari immaturi, sotto i due metri di lunghezza (gli squali sericei possono raggiungere al massimo 3,3 metri). Quando uno di loro si fa troppo vicino lo respingiamo prontamente.
Un tempo era piuttosto comune incontrare gli squali sericei, che tipicamente si reperivano in gruppi composti da decine o centinaia di individui. Oggi anche questa specie è divenuta poco frequente nella maggior parte del suo areale di distribuzione. Assaporiamo quel momento magico, sospesi nel blu cristallino.
Gli squali appaiono curiosi, ma non mostrano comportamenti decisamente aggressivi e basta un minimo sforzo per farli allontanare, quando uno di loro diviene un po’ troppo invadente. Quindi uno ad uno si allontanano, scomparendo alla nostra vista. Risaliamo in barca col sorriso sui nostri volti.
La barca sfreccia veloce in direzione della Penisola del Capo. Passiamo davanti al Capo di Buona Speranza e a Cape Point. L’immagine degli squali che nuotano sinuosi sospesi nel blu è impressa indelebile nei nostri occhi oltre che nelle immagini che abbiamo scattato. Un amico che è al mio fianco nella cabina — e che lasciando il porto molte ore prima aveva detto «Verdesche? Ma perché andiamo a vedere le verdesche?» —, ora mi ringrazia per averlo portato ad assistere ad uno degli spettacoli più belli che la natura possa offrirci.


Alessandro De Maddalena

 

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