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Il Pesce nr. 1, 2017

Rubrica: Storia e cultura
Articolo di Dell’Agnello M.
(Articolo di pagina 128)

Alla maniera delle anguille

Quando ci si trova a scrivere di “storie ittiche”, come spesso mi capita, ci si rende subito conto con chi si ha a che fare a partire dal numero di citazioni di cui è stata oggetto la specie da trattare. Devo dire che mai come per le anguille tale numero è risultato incommensurabile per quantità e qualità, a partire dal film del 1955 La donna del fiume, diretto da Mario Soldati e interpretato da Sophia Loren, nel quale la bella e procace Nives lavora in una fabbrica di anguille marinate nelle valli di Comacchio. Per aiutarmi a parlare di questa specie tra mito, scienza e letteratura, ho chiesto aiuto a David Ortega, operatore bibliotecario presso BiblioteCaNova di Firenze, abile e puntuale ricercatore filologico e bibliografo anche per questo straordinario teleosteo.

David, da dove cominciamo?
«Dagli antichi Egizi, quando l’anguilla era considerata un animale sacro, quasi un simbolo delle acque fluviali. A dircelo è Erodoto, logografo greco nato intorno al 484 a.C. ad Alicarnasso, in Asia Minore, che nel secondo libro della sua opera, Le Storie, dedica ampio spazio agli usi e ai costumi del popolo egizio».

Naturalmente non possono mancare le citazioni del mondo greco…
«Certamente no. Anzi sono proprio i Greci che per primi si interessano al mistero della riproduzione di questo animale. Aristotele, nella sua Historia animalium, la storia degli animali, parla dell’anguilla come di un animale asessuato che si genera spontaneamente nel fango delle foci fluviali. Dell’opera di Aristotele, pionieristico lavoro di zoologia del IV secolo a.C., conserviamo un meraviglioso manoscritto del XII secolo, presso la Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze».

Siamo ancora molto lontani dai criteri scientifici…
«Qualcosa di più scientifico si ha con i Romani. È Plinio il Vecchio, nel I secolo d.C., nella sua Naturalis historia, pur concorde sulla asessualità dell’anguilla, che propone la teoria dell’autogenerazione, cioè questo pesce avrebbe liberato sulle rocce frammenti di epidermide dai quali sarebbero nati i nuovi esemplari. Questa teoria venne ripresa anche da Giorgio di Pisidia, poeta bizantino del VII secolo d.C., nella sua opera dedicata alla creazione del mondo, l’Hexameron».

Magari, rispetto alla generazione dal fango, qualche passo avanti si era fatto, avvicinando questo animale alle piante, ma diverse cose rimanevano ancora da scoprire…
«Indubbiamente sì, ma c’è da dire che i Romani, essendo grandi consumatori di anguille, ebbero un importante ruolo nella storia di questo animale, perché dettero un significativo impulso all’anguillicoltura nelle Valli di Comacchio. Ma a destare la curiosità nella storia dei rapporti con questo pesce è un personaggio del Medioevo citato da Dante nella sua Commedia. Si tratta di Martino IV, al secolo Simon de Brion, papa dal 1281 al 1285. Dante colloca la sua figura nella cornice dei golosi del Purgatorio e al canto XXIV leggiamo: “… purga per digiuno l’anguille di Bolsena e la vernaccia”. Era assai nota, infatti, la ghiottoneria del papa, che amava mangiare le anguille del lago di Bolsena annegate nella vernaccia e poi arrostite. La fama del papa ghiotto di anguille attraversò i secoli, al punto che il Tommaseo nell’Ottocento, commentando il canto dantesco, disse che sulla tomba del papa fosse scritto un tale epitaffio: “Gaudent anguillae quod mortuus hic iacet, ille qui, quasi mortae reae, excoriabat eas” (gioiscono le anguille poiché qui giace morto colui che le scorticava come se fossero colpevoli di morte). Tale racconto ebbe così tanta eco perché l’anguilla nel Medioevo, dato il suo aspetto serpentiforme, rappresentava una leccornia proibita, un simbolo del peccato originale».

Nel Medioevo la nostra anguilla subisce un vero e proprio processo di demonizzazione. Chissà che certe ritrosie di oggi nei suoi confronti non risalgano proprio ad allora!
«Forse sì, ma non c’è dubbio che dal Rinascimento si assistette ad una loro rivalutazione. Il poeta e drammaturgo Francesco Berni di Lamporecchio, nelle sue Rime del 1522, dedica alcuni versi alle anguille, in cui ne descrive qualità e peculiarità: “Vivace bestia che nell’acqua cresce e vive in terra e in acqua, e in acqua e in terra, entra a sua posta ove la vòle et esce, potrebbesi chiamarla Vinciguerra, ch’ella sguizza per forza e passa via quant’un più con la man la stringe e serra”. O ancora: “Sta nella mota il più del tempo ascosa; onde credon alcun ch’ella si pasca, e non esca così per ogni cosa, com’esce il barbo e com’esce la lasca, et escon bene spesso anch’i ranocchi, e gli altri pesci c’hanno della frasca. Questo perché l’è savia et apre gli occhi, ha gravità di capo e di cervello: sa fai i fatti suoi me’ che gli sciocchi”. Nel XVI secolo, a parlarci di anguillicoltura e di tecnica di pesca è Torquato Tasso, che nella sua Gerusalemme liberata scrive: “Come il pesce colà dove impaluda / Né i seni di Comacchio il nostro mare, / Fugge da l’onda impetuosa e cruda / Cercando in placide acque dove ripare, / E vien da se stesso ci si richiuda / In palustre prigion, ne può tornare, / Ché quel serraglio è con miracol uso / Sempre a l’entrar aperto e l’uscir chiuso”. In effetti Tasso passò molto tempo della sua vita alla corte degli Este, vicino alle Valli di Comacchio, a tutt’oggi rinomate per la coltura delle anguille. E proprio al tempo del Tasso un maestro cuciniere degli Este, Cristoforo da Messisbugo, nella sua opera Banchetti, composizione di vivande e apparecchio generale del 1529, cita due ricette d’anguilla: le pastelle di anguilla e le anguille involte in pasta reale».

Pace fatta con le anguille?
«Diciamo di sì. Ci si riavvicina a questo pesce con curiosità e proprio verso la fine del XVII secolo si fanno grandi passi avanti dal punto di vista della sua conoscenza biologica. Prima Francesco Redi nega con assoluta certezza la generazione spontanea delle anguille e poi nel 1783 Carlo Mondini, medico e anatomista, scopre le ovaie dell’anguilla in alcuni esemplari maturi e annuncia la sua scoperta negli Opuscola dell’Accademia delle Scienze e delle Arti di Bologna, su cui scrisse il De anguillae ovaris».

Si riammettono le anguille nel regno animale, quindi…
«Sì, anche se in realtà non ne erano mai uscite. Le scoperte successive dell’Ottocento di Giovan Battista Grassi e Giuseppe Calandruccio sulla riproduzione e quelle sulle grandi migrazioni dell’anguilla del danese Johannes Schmidt del 1928 avrebbero contribuito a far fare un ulteriore passo avanti nelle conoscenze del ciclo biologico della specie, e segnano al momento quanto sappiamo sulla specie e la sua vita».

Come possiamo chiudere questa intervista, David?
«Direi con la poesia di Eugenio Montale L’anguilla, nella quale il poeta indugia sul percorso avventuroso dell’animale, imitandone il movimento attraverso il ritmo sintattico tortuoso e flessuoso. Poi, passando per emblema di amore ed eros, simbolo di istinto di conservazione e di riproduzione, l’anguilla diventa immagine della donna, assimilata al pesce per il suo miracoloso potere rigenerativo, un istinto biologico che la porta a modellare la vita nel fango di un mondo violento, come l’anguilla è capace di sopravvivere tra “gorielli di melma”».


Maurizio Dell’Agnello

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