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Il Pesce nr. 1, 2017

Rubrica: Indagini
Articolo di Villa R.
(Articolo di pagina 40)

Chi abita vicino al mare mangia più pesce

Uno studio mostra che il consumo di prodotti ittici nelle comunità costiere indigene è quattro volte superiore a quello medio mondiale, ma la sovranità alimentare di queste popolazioni va protetta con politiche adeguate

Sembrerebbe persino banale affermarlo: chi è nato e risiede nelle aree costiere ha una maggiore propensione al consumo di prodotti ittici. Ora però uno studio ha messo in luce, dati alla mano, quanto in termini numerici questa affermazione corrisponda al vero.
Nel quadro della valutazione dell’impatto di numerose situa­zioni che riguardano la società moderna in veloce e continuo mutamento — la modifica degli stili di vita e dei modelli alimentari, il predominio spinto dell’economia sulla biologia, i cambiamenti climatici, solo per ci­tarne alcuni — un gruppo di ricercatori si è posto l’obiettivo di evidenziare quanto le comunità costiere indigene dipendano dalle risorse offerte dai mari e dagli oceani; e non si tratta semplicemente di una dipendenza di tipo trofico (la soddisfazione del bisogno primario e ineludibile del cibarsi), ma di un legame culturale secolare o addirittura millenario.
Partendo da studi già realizzati in passato, a proposito degli aspetti qualitativi dei prodotti ittici in relazione al benessere delle popolazioni indigene, i ricercatori si sono dedicati al calcolo dei consumi reali diretti (quindi depurati delle quote destinate al commercio locale o eventualmente destinato all’esportazione) da parte delle popolazioni autoctone residenti sulle coste degli Stati oppure delle intere popolazioni delle piccole isole dei paesi in via di sviluppo; la stima in termini numerici è di 370 milioni di persone, pari al 5% dell’intera popolazione mondiale ma con un’incidenza socio-culturale ed ambientale che va ben oltre questa esigua percentuale.
Pur avendo individuato nel da­tabase un totale di 1.924 comunità indigene in tutti e cinque i continenti e in venti delle ventuno sotto-regioni classificate dalla FAO, solo di 156, appartenenti a 110 gruppi indigeni e pari a 3,5 milioni di persone, è stato possibile calcolare il consumo di prodotti ittici. Con l’utilizzo di opportune tecniche statistiche, gli studiosi sono giunti a determinare in 74 kg pro capite all’anno il consumo di prodotti ittici (vertebrati, invertebrati ed altri prodotti della pesca) delle popolazioni indigene, a fronte di un valore di 19 kg pro capite all’anno che la FAO calcola come valore medio per tutta la popolazione mondiale, ovvero un valore quasi quattro volte superiore. In particolare, nell’ambito delle comunità considerate, il consumo varia da un massimo di 109 kg pro capite all’anno in Africa ad un minimo di 33 kg pro capite all’anno in Oceania.
In termini assoluti il consumo stimato di prodotti ittici delle comunità indigene assomma a 2,1 milioni di tonnellate — un’approssimazione che spazia tra 1,5 e 2,8 milioni di tonnellate tenendo conto delle numerose e non sempre determinabili variabili in gioco — equivalenti ad una quota pari all’1-2% delle catture annue globali.

Dalla salvaguardia delle comunità alla preservazione della cultura e dell’ambiente
Il valore sopra citato non è affatto elevato, tuttavia, dato il legame netto tra tale disponibilità e la sopravvivenza della popolazione, è un patrimonio che va salvaguardato dalle pressioni esogene come l’invadente presenza di flotte commerciali; opportune politiche a livello di governi nazionali e locali sono auspicabili, così come accordi internazionali che tengano sotto controllo sia le politiche della pesca sia le misure per contenere le alterazioni climatiche che già stanno avendo un impatto sulla fauna ittica a livello mondiale.
Ciò va incontro alla Dichiarazione delle Nazioni Unite sui Diritti delle popolazioni indigene circa “uno sviluppo sostenibile ed equo e una gestione appropriata dell’ambiente” e alla sovranità alimentare delle stesse, ovvero alla possibilità di avere accesso a fonti di cibo sano, qualitativamente e quantitativamente idoneo al sostentamento delle comunità stesse.
Con la protezione di queste popolazioni, la comunità internazionale si porrebbe un obiettivo che non è solamente etico ma è anche culturale ed ha un forte segno di tutela ecologica — la conservazione degli organismi acquatici e degli ecosistemi marini — senza peraltro precludere lo sviluppo equilibrato delle industrie e del commercio dei prodotti ittici.


Roberto Villa



Nota
Per maggiori informazioni (in lingua inglese): Cisneros-Montemayor A.M., Pauly D., Weatherdon L.V., Ota Y. (2016), A Global Estimate of Seafood Consumption by Coastal Indigenous Peoples, journals.plos.org/plosone/article?id=10.1371/journal.pone.0166681

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