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Il Pesce nr. 6, 2012

Rubrica: Mercati
Articolo di Schiavo A.
(Articolo di pagina 62)

Zuppa di pinne di squalo, l’interesse del mercato mondiale

Nota quinta

Nelle precedenti Note sono stati presi in considerazione i problemi attuali relativi alla sopravvivenza degli squali nelle acque continentali affrontando vari temi, tra i quali emerge il problema dell’utilizzo della pinna, prodotto di indiscusso valore commerciale, impiegato soprattutto in Cina per la preparazione della rinomata zuppa di pinne di squalo e causa di un vero e proprio massacro che ha messo a rischio l’intera specie. Si è accennato inoltre alle principali caratteristiche di questi pesci, ai sistemi di cattura, alle specie più frequentemente oggetto di pesca, nonché alle modalità di asportazione delle pinne e di preparazione della zuppa1,2,3. Oltre all’utilizzazione delle pinne sono stati affrontati e discussi i temi riguardanti l’impiego dei restanti prodotti di interesse commerciale derivanti da questo animale, insieme alle eventuali ripercussioni sulla salute del consumatore abituale e alle varie ragioni che ne hanno favorito l’intensificazione della caccia2,3,4. Su questo fattore ha avuto una notevole influenza la possibilità da parte dei pescatori abitanti sulle coste dei Pesi dell’Est asiatico di poter usufruire di natanti ben equipaggiati, con impianti di refrigerazione e varie attrezzature a bordo che permettevano di lavorare e conservare bene il prodotto.

Squali del Mediterraneo

Le specie di squalo che nuotano certamente nelle acque dei mari italiani, più in generale del Mediterraneo, sono piuttosto varie e fra le più note vanno segnalate, oltre allo squalo elefante (Cetorhinus maximus), gli squali toro (Carcharias taurus), bianco (Carcharodon carcharias), mako (Isurus oxyrinchus), palombo (Mustelus mustelus) e sue varietà, verdesca (Prionace glauca) e martello comune (Sphyrna zygaena) e maggiore (Sphyrna mokarran) 5,12.

Nell’elenco degli squali che vivono sicuramente nelle nostre acque vanno citati, ancora fra gli altri, lo squalo volpe (Alopias vulpinus), il gattopardo (Scyliorhinus stellaris), il ramato (Carcharhinus brachyurus), l’orlato (Carcharhinus limbatus), ed il notidano (Hexanchus nakamurai).

Nel solo Adriatico, poi, sono state identificate diverse specie alle quali vanno aggiunte, a quelle più comuni e già citate, il moretto (Etmopterus spinax), il pelle rossa (Squatina oculata), il grigio (Carcharhinus altimus), il centroforo (Centrophorus granulosus) ed almeno altre 7-8 egualmente poco diffuse5,6,7.

Più in particolare nel Mediterraneo sono presenti circa 45 specie di pescecani di cui 14, secondo talune ricerche, potenzialmente pericolose per l’uomo. In pratica però solo lo squalo bianco è citato nella statistica per attacchi all’uomo. In un’indagine, condotta a partire dal 1876 fino al 2008 e che si è interessata di dati di questo tipo e di questo squalo in particolare, sono stati calcolati 224 attacchi non provocati dei quali 65 mortali (dati ISAF-International Shark Attack File). Per quanto riguarda il nostro Paese quest’ultimo squalo è stato responsabile nel 1962 di due attacchi nel Tirreno centrale, nel 1963 in Adriatico, nel 1978-1983 -1989 e 1991 di nuovo nel Tirreno e nel 1986 in Sicilia. Gli attacchi spesso (per 1’80%) sono favoriti dall’uomo. Se per esempio il bagnante si trova su una tavola da surf, l’attacco da parte dello squalo potrebbe essere favorito dalla sagoma della tavola stessa, dal momento che richiama quella della sua preda preferita: la foca.

Questi animali nei mari d’Italia corrispondono in numero e specie a quasi tutti i pesci cartilaginei del bacino Mediterraneo6,7,8,9. Vi sono circa 70 specie diverse comprendenti squali e razze (inclusi nella sottoclasse degli Elasmobranchi e chimere). Altre 8 specie sono, invece, segnalate per il Mediterraneo, ma la presenza nelle acque italiane è ancora da accertare6.

Attacchi registrati nelle acque nazionali e nel mondo

Le prime osservazioni ufficialmente documentate di attacchi accertati all’uomo, in acqua o su barca, sono state avviate nel nostro Paese dopo gli anni ‘20 nel Mar Ligure, a seguito di attacchi da parte dello squalo bianco. Successivamente, sempre ad opera dello stesso pescecane e a distanza anche di un anno da un attacco all’altro, zone pericolose sono state individuate nel medio Tirreno, ancora nel Mar Ligure, nel Mare Adriatico ed in Sicilia (per un totale di nove casi).

Dal 1989 fino al 2011 gli ultimi dati relativi agli attacchi totali nel mondo riportano 2.252 aggressioni all’uomo, dei quali 421 fatali. Questi dati, ai quali vanno aggiunti quelli del Mediterraneo, sono stati registrati dall’ISAF. Quest’organizzazione, che censisce solo gli attacchi non provocati, ha recentemente specificato che vanno attribuiti al solo squalo bianco (dal 1876 al 2008) 224 attacchi dei quali 65 mortali10. Secondo altre fonti (MEDSAF-Mediterranean Shark Attack File), questo stesso squalo, nel periodo che va dal 1890 al 1998, è stato certamente colpevole del 60,6% del totale degli attacchi verificatisi nel Mediterraneo (in numero di 37) e del 52% di quelli mortali (22 morti). L’ultimo attacco si è registrato a Piombino ai danni di un addetto alla pulizia di cavi sottomarini colpito a morte prima che potesse raggiungere la barca di appoggio. In generale, negli ultimi anni si registra un calo del tasso di mortalità dovuto alle aggressioni da parte degli squali all’uomo. Tra i motivi della riduzione degli attacchi va pure inserita l’obiettiva diminuzione della presenza dello squalo un po’ ovunque, legata massimamente all’essere oggetto di interessi commerciali, oltre, in parte, anche al depauperamento del patrimonio ittico di cui esso si nutre.

Fra i vari Paesi che hanno subito il maggior numero di attacchi negli ultimi anni figurano in assoluto gli Stati Uniti d’America, i quali in un’indagine degli anni 2006-2010 sono arrivati a 1.049 assalti, con esiti letali pari a un numero di 44. Seguono, 1’Africa, rispettivamente con 300 attacchi, di cui 79 mortali nel 2011, e l’Asia, con 120 attacchi, di cui 52 fatali nel 2000. In Europa, per esempio, nel 1989 sono stati registrati 37 casi dei quali 19 mortali.

 

Consumo di carni di squalo

A parte l’ausilio derivante dalla subentrata disponibilità di natanti dotati di attrezzatura refrigerante, il consumo di carne di squalo nelle aree interne delle coste, soprattutto dell’Est asiatico, ha subito un forte impulso alla vendita dopo la prima guerra mondiale. A partire dagli anni ‘40, in particolare nei Paesi sopra citati, si è avuto un incremento di consumi di questo tipo di carne perché fu individuato l’alto contenuto di vitamina A nell’olio di fegato di questo pesce, salvo poi ad arrivare ad un ridimensionamento con l’avvento della produzione sintetica di questa vitamina da parte dell’industria farmaceutica. In ogni caso un fattore di costante crescita si è avuto con l’affermarsi della già citata refrigerazione a bordo, venendo offerta anche l’opportunità in molte zone povere di fornire un’alternativa ad un’alimentazione carente di proteine nobili. In altri casi, in particolare a cura della FAO e soprattutto in America del Sud, sono state promosse iniziative tese ad aiutare l’industria di lavorazione e la tecnologia di mercato e di produzione di queste carni, anche attraverso l’assistenza veterinaria e laboratori sperimentali di Stato.

Secondo statistiche della stessa Organizzazione internazionale le varie produzioni totali di carne di squalo che contavano 18.000 tonnellate nel 1976 sono cresciute fino a 34.500 dieci anni dopo, per arrivare ad oltre 69.000 nel 1997. Quanto alla composizione chimica della carne degli animali in oggetto, è stata osservata la variazione delle proteine da un minimo di 16,3 ad un massimo di 21,7%, mentre per il grasso da 0,1 a 0,3; per i sali minerali, invece, un’oscillazione da 0,6 a 1,818.

Per quanto riguarda la Cina, la carne di squalo è stata impiegata in particolare per la produzione di particolari agglomerati, preparazioni utili nella realizzazione di alcune pietanze ed esportate in maniera considerevole nei Paesi contigui.

È inoltre utilizzata in impasti con vegetali e con prodotti derivati dalla soia; ciò va detto anche se con l’aumento del costo del prodotto originario queste confezioni ultimamente sono diventate piuttosto antieconomiche, almeno ad Hong Kong. Detto tipo di produzione nell’Est asiatico assorbe comunque più del 20% della disponibilità della carne, trattandosi pur sempre di una varietà comunque relativamente economica.

Intanto l’Italia, e più in generale l’Unione Europea, importa e consuma ampiamente le carni di squalo, nel 2004, per esempio ne sono state importate oltre 26.000 tonnellate. Contemporaneamente anche i flussi d’esportazione sono stati molto significativi, essendosi aggirati intorno alle 40.000 tonnellate circa. Dopo la Spagna, la Corea ed Hong Kong, secondo alcune fonti siamo, almeno in Europa, i maggiori consumatori di questo tipo di carne. Molti acquirenti che comprano il pesce in pescheria oppure che ordinano questo prodotto al ristorante ignorano però che si tratta in realtà di squalo.

 

Commercio in Italia

La pesca degli squali nel nostro Paese allo scopo di spinnamento risulta attiva nonostante i tentativi di imporre il rispetto di misure legislative di protezione, che però, nella pratica, si sono rivelate deboli4. La stessa situazione si ritrova anche in ambito internazionale: secondo un’indagine durata circa 15 anni il numero degli squali spinnati e rilasciati in mare un po’ ovunque avrebbe toccato una cifra corrispondente ad una percentuale di circa il 75% dei soggetti pescati3,13. La carne commercializzata in Italia proviene per lo più dalla Spagna (45%circa di tutta quella europea); la restante da Vietnam, Regno Unito e Francia. Tutto ciò indipendentemente dalla pratica dello spinnamento a bordo dei pescherecci. La Spagna, insieme a Portogallo, Francia e Regno Unito, viene compresa fra gli Stati che catturano più squali; anche la Norvegia ne annovera ogni anno una quantità non trascurabile11. In pratica, nel loro insieme, i primi quattro Paesi sopra citati contribuiscono a porre l’Europa al secondo posto tra le aree che producono, in volume, la maggiore percentuale di squali catturati11.

Il nostro Paese, nel 2005, ha raggiunto addirittura il terzo posto nel commercio mondiale quanto all’importazione di carne di squalo, sia congelata o surgelata, sia fresca, corrispondente al 10% circa delle importazioni globali di questo animale. A tale proposito va sottolineato che il nome con cui esso viene commerciato non sempre corrisponde alla specie effettiva; per esempio il palombo, lo smeriglio, il mako, il vitello di mare ed altri vengono talvolta spacciati per il più costoso pesce spada. In genere si può aggiungere che gli squali pescati dai natanti dell’UE al di fuori delle proprie acque sono in netta maggioranza rispetto a quelli catturati all’interno delle proprie. Nel Mediterraneo gli squali che vivono in mare aperto (cosiddetti “pelagici”) vengono pescati con reti derivanti illegali, chiamate anche “spadare”4.

Secondo la federazione Shark Alliance, che raccoglie più di cento associazioni ambientalistiche e di studio e ricerca dell’intera Europa impegnate nella difesa degli squali, nel 2006 l’Italia ha importato oltre 13.000 tonnellate di carne di squalo (di cui l’80% congelata) di specie diverse da oltre 35 Paesi. Soprattutto spinaroli e gattucci freschi refrigerati, molti dei quali di provenienza europea. Nello stesso anno le importazioni di questa carne in Spagna sono state pari a 17.200 tonnellate, mentre in Germania e Olanda rispettivamente 2.200 e 1.960.

 

Lotta allo spinnamento

Il fenomeno dello spinnamento incontrollato viene praticato in particolare da pescatori di Paesi Terzi, poveri e non, che dalle pinne esportate sul mercato orientale ricavano un vantaggio economico cospicuo. A proposito della pesca illegale, va segnalato che recentemente la CE ha adottato nuove misure di competenza dello Stato di approdo, intese a prevenire, scoraggiare ed eliminare la pesca illegale non dichiarata e non regolamentata, nell’ulteriore tentativo di migliorare la conservazione e la gestione delle risorse biologiche marine in senso ampio. Il nuovo accordo prevede, fra l’altro, l’utilizzo dei porti, ispezioni e azioni di controllo23. Da parte sua, lo squalo cresce lentamente, raggiunge la matu-ri-tà sessuale altrettanto lentamente, ha bassi tassi di fertilità e spesso dà alla luce un numero ristretto di nuovi nati. Fra le prime iniziative promosse da associazioni ambientalistiche e di protezione degli animali estere, volte ad eliminare lo spinnamento incontrollato, va citata quella di Toronto, i cui amministratori si sono espressi a larga maggioranza non solo per il divieto del consumo di pinne di squalo nel proprio territorio, ma anche per il divieto di importazione, con invito esplicito, rivolto alle altre città canadesi di comportarsi allo stesso modo. Annualmente sarebbero oltre settanta i milioni di squali utilizzati solo per le pinne.

Per tamponare questa strage, biologi ed ecologisti di diversi Paesi hanno attribuito molta importanza al divieto di pesca a strascico e all’eventuale boicottaggio dei prodotti derivati, come ad esempio i fish & chips, contenenti patatine fritte e, in alcuni Paesi europei, carne di squalo. La FAO, dal canto suo, ritiene che il problema possa essere attenuato istituendo aree protette.

 

Legislazione vigente nella CE

Già nel 2002 la CE si era proposta di stabilire misure comunitarie che potessero disciplinare l’accesso alle risorse acquee e lo sfruttamento degli squali sostenibile per il futuro19. Successivamente, nel 200320, si è concesso, a bordo dei pescherecci, un permesso di pesca speciale da gestire secondo i principi di una norma del 1994 in base alla quale si possono anche asportare le pinne degli squali morti purché l’operazione faciliti la lavorazione separata delle pinne e delle altre parti del corpo21, evitando quindi di gettare in mare le carcasse. Ovviamente il permesso di pesca speciale viene rilasciato solo a quei pescherecci capaci di utilizzare lo squalo nella sua interezza, con l’obbligo per i comandanti di registrare sul giornale di bordo il peso delle varie parti del corpo e delle pinne degli squali sbarcati oppure trasbordati e tenuti a bordo.

La concessione e la gestione di tali permessi (rilasciati soprattutto dalla Spagna e dal Portogallo) avviene a cura dei vari Stati Membri di bandiera a cui il peschereccio avanza richiesta, ma essi non vengono formulati con orientamenti uniformi e lo stesso obbligo di relazione annuale su attività di questo tipo, scarsamente rispettato, andrebbe rivisto, magari a beneficio dei pescherecci che non catturano squali.

 

Proposte di modifiche CE sulla base di indicazioni di organismi internazionali e dell’esperienza acquisita

Da tempo la CE si è impegnata a intervenire su basi più rigide per la salvaguardia degli squali secondo le richieste di uno specifico piano FAO, prospettato da questo organismo nel 1999, e a rispettare le altre intese internazionali previste dal Codice di condotta per la pesca voluto dall’ONU. In particolare, fra le proposte intese a ridurre il più possibile le conseguenze negative dello spinnamento è apparsa evidente la misura secondo cui i pescherecci CE che operano in qualsiasi mare, anche extracomunitario, debbano sbarcare lo squalo con le pinne ancora connesse al corpo o comunque, per facilitare le operazioni di bordo, recise in parte e piegate contro di esso. Cioè sarebbe scaturito il divieto assoluto di sbarcare le pinne o le carcasse da sole, in porti diversi, sulla base di permessi speciali.

Nello stesso tempo si è dimostrata poco efficace la regola di non superare il 5% del peso delle pinne calcolato rispetto al peso vivo dello squalo pescato, proprio in virtù della possibilità di sbarcare i due elementi in porti diversi, anche perché suddetto rapporto può essere in parte falsato, a seconda della specie e delle modalità di spinnamento non ovunque univoche se i controlli sul giornale di bordo (peso delle pinne e delle rimanenti parti del corpo decapitato ed eviscerato)22 sono carenti.

Addirittura questo potrebbe impedire agli ispettori di accertare che lo spinnamento sia mai avvenuto, considerati anche gli innumerevoli fattori che influenzano la loro valutazione: località o area della pesca effettuata, ciclo di vita dello squalo, tecniche di taglio e sistemi di lavorazione quali, per esempio, l’essiccamento del prodotto o il suo congelamento.

Sono state previste stesure di rapporti annuali ed eventuali riesami, coinvolgendo il parere del Comitato scientifico, tecnico ed economico per la pesca per quanto riguarda la corrispondenza teorica tra il peso del corpo dello squalo e quello delle pinne.

 

Proposte di modifiche da parte del CESE

Rispettivamente nel novembre e nel dicembre del 2011 il Parlamento europeo e il Consiglio hanno richiesto al CESE (Comitato economico e sociale europeo) di avanzare proposte capaci di modificare la normativa vigente dal 200320. Questo Comitato è partito dalla situazione ottimale individuata nella proibizione della pratica dello spinnamento da parte dei pescherecci in qualsiasi mare. Un contributo favorevole verrebbe assicurato dall’esclusione dei permessi speciali di pesca e dal ripiegamento delle pinne ancora attaccate al corpo, notando che occorre trovare misure alternative che ricompensino in qualche modo il reddito dei pescatori basato sulle vecchie pratiche.

Come risposta valida il CESE ha suggerito l’eliminazione dei permessi speciali per la flotta che si dedica al pesce fresco, il vincolo di sbarcare nello stesso porto le pinne e i corpi degli squali e il rilascio di permesso speciale alle navi congelatrici alla condizione che esse si avvalgano di un sistema di tracciabilità che assicuri il rapporto tra pinne e corpi sbarcati. Quanto al commercio delle pinne, è stato auspicato che presso tutte le ORP (Organizzazioni regionali della pesca) funzioni un programma di documentazione statistica pertinente al mercato delle pinne di squalo. Il CESE, fra l’altro, ha proposto che presso tutte le ORP funzionino piani di gestione con provvedimenti capaci di contenere lo sforzo di pesca, che promuovano chiusure di pesca nello spazio e nel tempo, bandendo qualsiasi forma di trasbordo delle pinne in alto mare.

Tenuto conto dell’incapacità di garantire, da parte dei permessi speciali, un contributo reale alla lotta allo spinnamento, è stato proposto di eliminare la loro concessione e di tagliare in parte le pinne lasciandole ripiegate contro la carcassa. Vi è poi il problema della differenza tra i pescherecci (con palangari di superficie) che si dedicano soprattutto alla pesca del pesce spada e accessoriamente catturano anche squali (soprattutto verdesca e mako con il 10% circa delle catture complessive di squali pelagici) e i pescherecci congelatori. Questi ultimi operano in particolare negli oceani Pacifico, Indiano e Atlantico con bordate di circa tre mesi. Gli squali vengono lavorati asportando tutte le pinne lavate abbondantemente e poste nelle celle di congelamento. Compiuto il processo di congelamento, esse vengono imballate adeguatamente, riportando i dati dell’area di cattura, e sbarcate in porti della CE o di Paesi Terzi24,25,26. Il CESE, pur riconoscendo la validità del rapporto ponderale pinne/corpo, lo ha ritenuto inadeguato, così com’è stato considerato dal 2003.

 

Modifiche al Regolamento del 2003 non ancora apparse sulla GU della CE al momento della stesura della presente Nota

Ritenuto necessario modificare il vigente Regolamento CE del 2003, il Consiglio ha approvato — a cominciare dal 2009 — un’indagine e un nuovo provvedimento riguardanti un piano d’azione CE per la migliore conservazione e gestione degli squali. A proposito dell’art. 2 della vigente normativa, che riguarda le definizioni, il nuovo testo non prevede più la concessione dei permessi speciali fino ad oggi rilasciati e gestiti in conformità al Regolamento CE del 199421. Nel vecchio art. 3 è stato inserito il concetto della possibilità di tagliare in parte le pinne e ripiegarle contro la carcassa. I vigenti articoli 4 e 5 vengono eliminati, mentre viene modificato l’art. 6 nella dizione seguente: “nei casi in cui navi battenti bandiera di uno Stato Membro catturino, detengano a bordo, trasportino o sbarchino squali, lo Stato Membro di bandiera trasmette alla Commissione, entro il 1º maggio, una relazione annuale complessiva sull’attuazione del nuovo Regolamento registrata nell’anno precedente.

La relazione deve illustrare in che modo le misure di verifica e di controllo degli Stati Membri comprendano l’osservanza, da parte delle navi, dei requisiti di cui al nuovo Regolamento e le misure di esecuzione adottate dagli Stati Membri in caso di inadempienza. Sono richieste in particolare le seguenti informazioni: il numero di operazioni di sbarco in cui sono stati dichiarati squali; il numero di ispezioni realizzate durante tali operazioni di sbarco; il numero e la natura delle infrazioni riscontrate, compresa una completa identifica-zione delle navi coinvolte”.

È stato anche previsto che la Commissione riferisca al Parlamento e al Consiglio entro il primo gennaio di ogni anno a proposito del nuovo Regolamento e degli sviluppi anche extracomunitari nel settore. Il nuovo testo va applicato ob-bligatoriamente in ognuno degli Stati Membri, mentre entrerà in vigore dopo il settimo giorno dalla sua pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale della CE.

 

 

 

Aldo Schiavo

 

 

 


Bibliografia

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