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Il Pesce nr. 3, 2011

Rubrica: Turismo gastronomico
Articolo di Manicardi N.
(Articolo di pagina 95)

La storia bella e tragica del Coregone di Viverone

Immesso con successo dal professor Pietro Zublena nel 1901, ma oggi a rischio di estinzione per colpa del clima e della burocrazia, questo pesce continua comunque, per le sue ottime carni, a costituire l’attrattiva faunistica e gastronomica del bel lago vicino ad Ivrea

In Italia è stato l’uomo ad introdurlo a partire dalla fine del XIX secolo dai laghi svizzeri (ma in Europa è diffuso anche nelle acque dolci di Francia, Gran Bretagna e di tutti i Paesi del nord nonché nel Mar Baltico e nel Mare del Nord e, recentemente, ne sono stati trovati esemplari perfino in Iran). Nel Belpaese ha trovato un habitat adatto, che gli ha permesso di riprodursi facilmente nei grandi laghi prealpini ma anche in quelli laziali, diventandone addirittura un elemento di identità faunistica e gastronomica. È il coregone (Coregonus lavaretus), pesce appartenente alla famiglia dei Salmonidi e conosciuto anche con il nome di “lavarello”. Ricercato per la qualità elevata delle sue carni, è ritenuto il pesce di lago per eccellenza. Viene catturato prevalentemente con reti in quanto abbocca raramente agli ami. È stato sempre l’uomo, ancora una volta, ad introdurlo nel lago di Viverone, che si trova in provincia di Biella, a poche decine di chilometri da Torino da un lato e dalla Valle d’Aosta dall’altro.

 

Un angolo di paradiso dominato dai profili della bella città di Ivrea e da quello altrettanto bello della Serra, una collina morenica unica dal punto di vista geologico e alta circa 300 metri. Il lago di Viverone è il terzo lago più grande del Piemonte. Di origine glaciale, formatosi durante l’era quaternaria (così come i tanti laghi a ridosso delle Alpi), è provvisto di immissari ed emissari ma soltanto sotterranei.

Oltre che importante risorsa ittica e turistica, è un importante sito archeologico di reperti preistorici dell’Età del Bronzo. Nelle sue acque è stato anche recentemente trovato un insediamento palafitticolo. Per questi motivi, nel 2005 è stato riconosciuto sito di in interesse comunitario.

 

Lo stato ambientale del lago, però, è problematico, soprattutto a causa della lentezza del ricambio delle sue acque, il cui tempo medio è stato stimato attorno ai 30-35 anni. Il lago è ritornato quasi completamente balneabile nel 2008, dopo vari anni durante i quali questo utilizzo era stato proibito a causa dell’inquinamento. Tuttavia, la balneazione è tuttora sconsigliata. È un suggerimento non difficile da seguire essendo spesso le acque poco attraenti perché soggette anche alla presenza di mucillagini e alghe, tipo il millefoglio acquatico. La qualità delle acque rimane quindi scadente, anche se un progetto di bonifica in corso di attuazione potrebbe portare a un graduale miglioramento qualitativo. Oltre al coregone vi si pescano persici, carpe, tinche, scardole, lucci e pesci gatto.

 

Era stato un professore di un istituto superiore locale, l’erudito Pietro Zublena, ad immettere il coregone nelle acque del lago nel 1901, cioè esattamente 110 anni fa, tra mille diffidenze e perfino dileggi da parte dei suoi compaesani che, in occasione di alcune edizioni del Carnevale, non avevano esitato a farne addirittura oggetto di scherno (con cartelli scherzosi dedicati al “professor Coregone” con i quali gli ricordavano che patate e pomodori si possono seminare nella terra, ma i pesci nel lago no) poiché le uova, anche trascorso ormai parecchio tempo, non accennavano a schiudersi. I compaesani avevano tuttavia alcuni motivi di giustificazione; innanzitutto perché il lago di Viverone, come già detto, non ha né immissari né emissari di superficie per cui non erano avvezzi a vedere “novità” in acqua. Inoltre, pure per questo motivo, erano tutti agricoltori e non pescatori, tanto meno di pesci “forestieri”.  E anche se qualcuno pescava con la canna, non avrebbe mai potuto tirar su un coregone, che vive tra i 15 e i 20 metri di profondità — è anche per questo che cresce così lentamente — e che oltretutto non abbocca all’amo in quanto si nutre solo di plancton (ci vuole un’apposita rete chiamata “tramaglio” per catturarlo).

 

Nonostante tutto il professor Zublena non smise di aver fiducia e questa, infine, venne premiata quando un bel giorno un cacciatore di folaghe, sparando, acchiappò, oltre all’uccello, anche... un coregone! Le uova si erano finalmente schiuse e il lago appariva ora pieno di pesci.

Ce n’erano tanti che quello del pescatore divenne perfino un mestiere locale, praticato da 5 o 6 famiglie associate in una Cooperativa che negli anni Cinquanta dichiarava 300 quintali l’anno, quasi 1 quintale di coregoni al giorno. Mica male... Oltre a questi pescatori “professionisti”, pescava chi voleva. Ce n’era in gran copia per tutti, vicini e lontani.

 

Il mercato gongolava: i coregoni sono considerati i migliori pesci di lago, i più gustosi, i più pregiati, anche perché a differenza della maggior parte dei pesci d’acqua dolce hanno poche lische e sono facili da cucinare e mangiare. Sulla strada così brillantemente spianata dal coregone furono poi immesse altre specie, come le scàrdole e il pesce gatto. Queste erano specie prolifiche e predatrici, ma sembrava che nel lago ci fosse posto per tutti. L’abbondanza di coregoni, che continuava nonostante queste nuove presenze, permetteva anche di conservarli durante l’inverno, fino a primavera, mettendoli a strati sovrapposti — uno di pesci e uno di neve e così via — nella vasche vuote del verderame. Ma, con il passare dei decenni, i coregoni cominciarono a diminuire... E, di conseguenza, un po’ alla volta diminuirono i pescatori.

Negli anni Settanta la Cooperativa si sciolse per mancanza di materia prima. Restò soltanto un pescatore che, sulla base di un accordo stipulato con il comune, mantenne l’unica licenza di pesca concessa a condizione che vendesse il pescato alla pescheria della zona, dividendo poi il ricavato in parti uguali: metà a lui, metà allo stesso comune. Poi anche quest’ultimo pescatore smise di pescare, sia per motivi personali sia perché il 2003 fu per il lago di Viverone l’annus horribilis a causa dell’aumento della temperatura delle acque. Il caldo raggiunse pure le fredde profondità dove vivevano i coregoni, danneggiandone anche la riproduzione; a nulla valse cercar scampo andando ancora più giù, perché là non trovavano sufficiente ossigeno. Furono centinaia i coregoni trovati morti sulla superficie del lago.

 

In seguito si è pensato di effettuare nuove immissioni di uova o di larve provenienti da altri laghi, ma la trafila burocratica conseguente alle nuove norme in merito ha finito per avere un effetto paralizzante o dissuasivo. Anche l’attività di nursery sviluppata dal comune, che in precedenza aveva dato buoni risultati, appare adesso impossibile perché le femmine gravide non sono abbastanza e le finestre riproduttive (15 dicembre-15 gennaio) sono sempre più disturbate dalle temperature.

C’è infine il problema delle altre specie immesse, quelle prolifiche e predatrici delle scardole e dei pesci gatto che, voraci e sempre più numerose, mangiano le poche larve di coregone che, nonostante le tante difficoltà, riescono ad arrivare a schiudersi. L’unico a contenerli è un pescatore che viene da Grignasco periodicamente per pescare le scardole e tenerne il numero un po’ sotto controllo.

Un altro grosso pericolo è costituito dalle alghe, che sul fondo prolificano senza che sia possibile opporre loro dei pesci erbivori come le carpe, perché non ne sono mai stati immessi per paura che rovinassero il canneto. Le alghe però si mangiano l’ossigeno e per il povero coregone, che là in fondo già ne trova poco, non c’è affatto da stare allegro. Bisogna fare in fretta. Intanto i coregoni (locali e d’importazione) continuano a costituire la principale attrattiva gastronomica del lago di Viverone. Sono i protagonisti anche della Sagra a loro dedicata, che si svolge all’inizio di aprile e che vede coinvolti parecchi ristoranti della zona (per informazioni rivolgersi all’ASTLAV, Associazione per lo sviluppo turistico del lago di Viverone, consultando il sito web www.lagodiviverone.it).

 

 

Nunzia Manicardi


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