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Pesca: è crisi nera
I versanti aperti da affrontare sono tanti e solo una visione d’insieme di chi ha responsabilità politica ed amministrativa nel comparto può disegnare nuovi orizzonti. Ne abbiamo parlato con Antonio Gottardo, coordinatore in Veneto della Lega Coop Pesca
Rubrica: Pesca
Articolo di Bison G.O.
(Articolo di pagina 49)
Il Veneto e la pesca. Un binomio che vuol dire tradizione, cultura. Un comparto economico la cui produzione elenca numeri importanti che da qualche anno a questa parte languono tra le incertezze normative e finanziarie, soprattutto europee, e le paure degli addetti del settore. È crisi in Alto Adriatico. È crisi nera in Veneto e anche in Emilia-Romagna. E proprio in Veneto, a metà aprile, la giunta regionale ha decretato lo stato di crisi per il comparto delle vongole di mare (2.916 tonnellate pescate nel 2007, 494 nel 2010, 50 imbarcazioni dedicate circa per quasi 200 addetti). Un provvedimento interlocutorio finalizzato all’individuazione di risorse finanziarie statali e regionali. Da Caorle a Pila gli occupati nella pesca marittima sono 2.000 (811 a strascico, 213 a volante, 331 draghe, 553 piccola pesca) e 2.500 gli addetti della molluschicoltura. Una flotta di 780 imbarcazioni per una produzione di 21.000 tonnellate di pesce (fonte, Lega Coop Pesca Veneto). I versanti aperti da affrontare sono tanti e solo una visione d’insieme di chi ha responsabilità politica ed amministrativa nel comparto può disegnare nuovi orizzonti.
Ne abbiamo parlato con Antonio Gottardo, da anni coordinatore in Veneto della Lega Coop Pesca, che punta il dito proprio su questo aspetto. «Stiamo assistendo ad un declino progressivo ed organizzato della pesca», sentenzia Gottardo. «Ad un pesante sotto-finanziamento dell’area alto adriatica rispetto ad altre regioni italiane del sud in termini di risorse erogate dal FEP (Fondo Europeo sulla Pesca), si sommano normative che penalizzano la nostra pesca a strascico e con draghe idrauliche. In particolare, si è bloccato l’utilizzo di reti millenarie per la raccolta di prodotto adulto (acquadelle e seppie).
Non bastasse questo a compromettere il rilancio di un comparto già mediamente sotto-capitalizzato, si sono sommati eventi straordinari di moria, in particolare di vongole, che devono essere letti anche in rapporto agli interventi strutturali che impattano sul mare e sul suo delicato ecosistema».
L’elenco di Gottardo è significativo: il terminal gasiero di Porto Levante, la riconversione della centrale termoelettrica di Porto Tolle (RO), il PIF (Progetto Integrato Fusina), che finisce per scaricare in laguna acqua dolce dove si pescano i fasolari, il Mose (il progetto di dighe mobili per il salvataggio di Venezia dall’acqua alta), il rifacimento degli arenili delle spiagge fatti annualmente con sabbia recuperata dai fondali dove si pescano le vongole.
«In poche parole — rileva Gottardo — il nostro mare, la nostra laguna, hanno bisogno di un vero e proprio Piano Regolatore che consideri le infrastrutture esistenti in rapporto agli interessi particolari che gravitano sull’area (pesca, turismo, logistica portuale, ecc…) e ne faccia sintesi a tutela delle esigenze di tutti i comparti produttivi».
Ma anche la troppa specializzazione nella pesca, se non addirittura la monocoltura praticata da molte imprese ittiche, ha portato con sé fenomeni nuovi di crisi economica nel comparto. «Una volta la veste aziendale era tale per cui una singola cooperativa si occupava di segmenti diversi di pesca (molluschi, pesce azzurro, ecc…) col risultato che quando un settore andava in crisi si riusciva con gli altri a mantenere un equilibrio tale da salvaguardare la redditività aziendale e i livelli occupazionali».
Ricapitolando: difficoltà dai troppi e spesso divergenti interessi sull’utilizzo del mare, da politiche aziendali di breve periodo, da troppa specializzazione, ma non solo. «Credo che anche le associazioni di categoria come la nostra debbano fare ammenda. Se tutto questo è successo è anche perché c’è una crisi di rappresentanza del mondo del lavoro e della produzione della pesca. E questo ha sicuramente portato ad un minor interessamento delle istituzioni verso il settore. Diciamolo. Ora come ora il pescatore si sente abbandonato».
Soluzioni? «Bisogna ragionare in termini di filiera produttiva, di chilometri zero, come il radicchio rosso a denominazione d’origine. La filiera va accorciata diminuendo lo spazio tra produttore e consumatore. Esempi in questo senso sono sicuramente i “pescaturismi” e l’ittiturismo (agriturismi di pesce). Devono rimanere più soldi al pescatore e al consumatore e questo si fa valorizzando le eccellenze regionali attraverso le Organizzazioni di Produttori, come quella di Chioggia per le moeche (i granchi quando cambiano il carapace), magari in accordo con parte della Grande Distribuzione Organizzata, per la quale operare all’interno di specifici disciplinari di produzione».
Certo che il pesce non conosce confini né distinzioni tra giorni feriali e festivi. E se in Veneto o Emilia-Romagna, così come per tutti i Paesi dell’Unione Europea non si pesca di sabato e domenica, così non accade per i Paesi extra UE come la Croazia. E sempre di Adriatico si tratta. «Anche questo è un ambito sul quale bisogna lavorare con maggiore efficacia per condividere in una logica di distretto produttivo Alto Adriatico una cornice di regole condivise a vantaggio di tutti gli operatori dell’area». Da mesi in Veneto l’assessore regionale Franco Manzato ha lanciato i cosiddetti “Stati Generali” della pesca. E ad oggi gli interessi in campo appaiono tanti e difficili da armonizzare.
Gian Omar Bison
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