Il Pesce nr. 1, 2010

Il pesce “bio” in Italia e nel mondo

Rubrica: Fiere

Articolo di Didero L.

(Articolo di pagina 98)

Lo scorso ottobre alla Fiera di Verona si è tenuta Acquacoltura Med 2009, una manifestazione incentrata sulla produzione sostenibile nella filiera ittica, con un focus particolare sull’Italia, e un ruolo importante lo hanno rappresentato anche i Paesi del Mediterraneo. Si è trattato di un evento internazionale — si replicherà a Tunisi nel 2010 — che ha associato l’aspetto della conferenza scientifica e le visite alle aziende venete all’avanguardia delle attrezzature e tecnologie per l’acquacoltura, un insieme di attività organizzate in collaborazione con Veneto Agricoltura e API – Associazione Piscicoltori Italiani. E l’Italia, pur essendo un Paese leader nelle tecniche destinate all’acquacoltura, mostra non trascurabili punti critici, a cominciare da una domanda di prodotto abbastanza debole e, pensando al “pesce bio che verrà”, la necessità di approfondire anche le problematiche commerciali e distributive. Nello stesso tempo, nei Paesi del Mediterraneo si registrano condizioni decisamente opposte: un elevato consumo di pesce, dovuto anche ad una pressione demografica in costante crescita, e risorse alimentari sempre più scarse. Ma l’aspetto che c’interessa più da vicino in questa occasione è quello della “prima volta” del Biologico, da due punti di vista: sia da quello istituzionale, con il nuovo Reg. Ue che da gennaio 2009 contempla a pieno titolo anche l’acquacoltura biologica, sia da quello mediatico e comunicativo, con l’apparizione di queste tematiche in un evento pubblico di rilevanza internazionale.

In materia di certificazione biologica è intervenuto Fabrizio Piva, amministratore delegato di CCPB Srl, con una relazione dal titolo “Acquacoltura biologica: standard e mercato”. A margine del convegno abbiamo chiesto a Piva alcune opinioni su questo settore. «Sono trascorsi 10 anni dalla promulgazione del Regolamento CEE 1804/99 con il quale per la prima volta si citava la possibilità di ottenere prodotti dell’acquacoltura biologici. In effetti, venivano citati e si dava ad ogni singolo Stato Membro la facoltà di approvare specifici disciplinari nazionali, e sulla base di questi certificarne le produzioni conformemente al superato Regolamento CEE 2092/91. Questo perché l’Unione Europea aveva previsto la possibilità di estenderne il campo d’applicazione ai prodotti dell’acquacoltura, ed incoraggiava gli Stati Membri a sperimentare le modalità di allevamento e di ottenimento di tali prodotti. Come CCPB predisponemmo, quale primo organismo di nontrollo italiano, un disciplinare che presentammo all’allora MIPAF e lo inserimmo nelle nostre norme di produzione biologica alla stregua di un disciplinare privato, pur non certificando mai nulla in materia di acquacoltura, in quanto il disciplinare non venne mai riconosciuto dal nostro Paese. Questo però ci ha consentito di accumulare una certa esperienza e di incontrare imprese, loro associazioni e tecnici del settore, che ci hanno coadiuvato in quest’opera che ora tornerà utile non appena l’UE approverà il nuovo Regolamento che andrà a completare le regole di produzione e controllo, così come contemplate nel Regolamento CE 889/08. Si prevede che il Comitato che vede Commissione e Stati Membri seduti attorno allo stesso tavolo voti finalmente l’ultima proposta di regolamento, e si possa così allargare il campo d’applicazione del metodo biologico anche a questo settore, così importante per il soddisfacimento del fabbisogno proteico a livello planetario».

Parte importante del successo che auguriamo a questo “nuovo” settore nell’ambito del biologico sarà fortemente connesso alle azioni che saranno messe in campo a livello distributivo e della GDO in particolare, nella consapevolezza che senza un incisivo intervento di questo strategico canale commerciale non possono esserci i necessari passi avanti. Per uscire, fin dall’inizio, dalla logica di nicchia e del consumatore “marginale”, quella piccola percentuale di utenti, facile da conquistare e fidelizzare (parola non bella ma chiara), ma senza poi poter diventare un vero segmento commerciale. E, anche per questo, in occasione del citato convegno, abbiamo raccolto alcune opinioni di Roberta De Natale, direttrice Servizio Qualità di Auchan, la cui relazione ha avuto un titolo significativo: “Ittico, una risorsa sempre più rara e preziosa”. «Il tema della pesca e dell’acquacoltura sostenibile è di sempre maggiore attualità poiché coinvolge almeno 4 aspetti fondamentali: l’impatto ambientale, sia in termini di biodiversità sia per la qualità dei bacini idrici, la sicurezza alimentare per il ruolo sempre maggiore che tali prodotti rivestono nelle diete alimentari, l’impatto nutrizionale, poiché i prodotti del mare sono un nutrimento indispensabile per un buon equilibrio della dieta alimentare. Il quadro non è completo se non si integra la riflessione relativa all’impatto sociale che la pesca ha sulle economie dei Paesi in fase di sviluppo, in cui la pesca e l’allevamento del pesce costituiscono appunto uno dei principali fattori di sicurezza e di stabilizzazione sociale».

Parole che, in conclusione, portano a riparlare degli equilibri tra Nord e Sud del mondo, in particolare nel caso di nuovi settori come l’ittico sostenibile e il biologico. In questo momento non si tratta di dare facili consigli agli operatori e alle loro associazioni, ma, almeno, ricordare alcuni “errori” nei quali sarebbe bene non cadere in questo caso. Il primo, che il biologico ha conosciuto bene e ha costituito un evidente limite al suo sviluppo, è stato quello nella comunicazione, insufficiente e inadeguata. Insufficiente in termini quantitativi, soprattutto in Paesi come il nostro, abbastanza lontano dalle problematiche ambientaliste rispetto ad altri. Inadeguata perché quel poco che si è fatto per “raccontare il biologico” è stato realizzato con scarso “appeal”, tale da attirare l’attenzione di un numero abbastanza limitato di consumatori (stimato in un milione di unità). Ma forse, ancora più importante, in tempi di crisi come questi, vi è la questione del prezzo al consumo: il “pesce bio” deve (dovrebbe) nascere caratterizzato da un prezzo non solo congruo rispetto al valore del prodotto stesso, ma che si collocasse in uno spazio di mercato tra il prodotto “normale” e quello “pescato”.

Al di sopra di questo livello, che probabilmente si può identificare con la cosiddetta “soglia di indifferenza” del +30%, il consumatore “scappa”. Il “pesce bio” merita una nascita senza troppi problemi: seguiremo da vicino questa storia.

Luciano Didero

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