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Il Pesce nr. 5, 2003

Rubrica: Commissione europea
Articolo di Schiavo A.
(Articolo di pagina 15)

L’industria di lavorazione dei prodotti ittici e rapporti con il flusso import-export in Italia

 

 

Introduzione

Fra gli obiettivi della nuova Politica comune della pesca promossa dall’Unione Europea (UE) figurano misure tendenti a favorire un’industria della pesca e dell’acquacoltura che risulti economicamente competitiva e proficua per il consumatore (3) (4). Le attività di lavorazione industriale, a loro volta, debbono risultare ovunque in linea con altri indirizzi anch’essi previsti, fra cui una più accorta tutela dell’ambiente acqueo, accompagnata dall’applicazione sempre più spinta delle tecnologie pulite (9). In questo ambito i nuovi rapporti con i Paesi Terzi in via di sviluppo si baseranno anche sulla capacità dell’UE a far svolgere, localmente, oltre che le migliori attività di pesca, anche un’adeguata lavorazione del pescato (4). Intanto, in tema di sicurezza e di condizioni di lavoro nella Comunità, è stato avviato uno studio che, valutando l’eventuale applicazione delle regole attualmente in vigore in altri settori industriali, possa consentire un miglioramento dello stato di operatività, oltre che dei pescatori in generale, anche degli addetti alle lavorazioni d’impresa. È stata prevista, infine, una maggiore attenzione nei confronti del comparto che produce farine di pesce, cercando di convogliare alla trasformazione soprattutto specie di pesci che non abbiano richiesta da parte del consumo umano.

Ovviamente le stesse catture che caratterizzano la cosiddetta pesca industriale risulteranno vincolate, al pari degli altri tipi di pesca, alle previste misure concernenti la conservazione e la gestione delle risorse; il riferimento vale in particolare per l’attuazione dei piani di gestione pluriennali (3) (4).

Cenni sull’evoluzione dei sussidi comunitari alle imprese ittiche di lavorazione

A partire dal 1986-87 fino agli ultimi anni 90, l’UE ha assistito in un primo tempo le industrie più attive, favorendone la crescita e le modifiche di ammodernamento più importanti. Successivamente questa politica si è emancipata per favorire, insieme all’adeguata ristrutturazione, l’applicazione di tecniche di lavorazione capaci di risultare, in qualche modo, anche competitive. Fra le conseguenze positive si sono imposte le ristrutturazioni di più ampio respiro che, insieme ad ogni possibile concentrazione, hanno portato alla nascita di grandi industrie, a loro volta collegate a catene di distribuzione o a società finanziarie o a gruppi alimentari di grandi dimensioni e di portata sovranazionale.

Alcune di queste industrie hanno puntato soprattutto verso l’approvvigionamento di semilavorati o di pesce congelato importati a dazio favorevolmente contenuto, riuscendo a costituire Società ad integrazione verticale di forte spessore plurinazionale; altre, invece, hanno preferibilmente mirato a produrre ed a commerciare all’interno ed all’estero prodotti ad alto valore aggiunto, Pur considerando che nell’attuale mercato internazionale il valore aggiunto delle produzioni non rappresenta più un elemento economicamente molto vantaggioso, rimane a favore della grande industria di trasformazione la possibilità di controllare con efficienza la distribuzione e, quindi, di reagire in tempo reale al mutamento delle preferenze del consumatore e di adattarvisi prima delle medie e piccole imprese.

Ovviamente i vantaggi restano superiori nel caso delle industrie ittiche che acquistano materia prima, producono e distribuiscono e che, perciò, hanno impostato la propria crescita all’interno e non attraverso, per esempio, anche l’assimilazione di altri gruppi minori; quest’ultimo indirizzo, oggi a maggior ragione, risulta svantaggioso se si pensa alla necessità, fra l’altro, di dover ammortizzare l’onere di costi pregressi (anche se i tassi di interessi sono diminuiti) in un mercato ove la competitività riduce comunque i margini di guadagno propri dell’immediato passato.

Stato generale delle imprese di lavorazione

L’industria di lavorazione nell’UE è rappresentata da circa duemila imprese nella maggior parte costituite da piccole aziende vicine alla conduzione di tipo familiare e da imprese di media portata. Ne consegue che molte di esse risultino spesso dipendenti o comunque condizionate da fattori limitanti rappresentati, in molti casi, soprattutto dalla mancata disponibilità di materia prima, sia in termini di quantità costante, che di sufficienza. Altre volte possono intervenire forniture non concorrenziali nei prezzi, a loro volta complicate eventualmente da assenza di conformità del prodotto o di conformità solo limitata. In altri casi, ancora, alcune imprese risentono di strutture produttive attivate molti anni addietro che, insieme ai costi di lavorazione più alti, non riescono a rispettare, nella loro pienezza, i previsti requisiti di igiene e di sanità. Ulteriori elementi negativi possono essere rappresentati dalla debolezza di parte di queste imprese di adeguamento ai prezzi del mercato per l’affermata presenza di note catene distributive, le quali abitualmente riescono anche a proporre prezzi di livello certamente competitivo.

Intensificazione di fattori negativi degli ultimi anni

L’industria di lavorazione del pesce, oggi, tende ad incontrare nell’intera area comunitaria sempre maggiori difficoltà a motivo dell’acuirsi della carenza di approvvigionamento anche e soprattutto di origine esterna. In quest’ultimo caso, peraltro, vanno segnalate crescenti capacità produttive in loco, in particolare da parte di Paesi Terzi che, dopo aver conservato per decenni rapporti commerciali con vari Paesi dell’UE in un primo tempo attraverso la sola esportazione del pescato o di prodotti semilavorati, ora intendono produrre o già producono prodotti finiti. In prospettiva va, poi, individuato un ulteriore motivo limitante consistente in quello che è già stato definito rinascimento tropicale. In pratica si fanno sempre più larghe le intese fra Paesi emergenti, tendenti ad accentuare, nel campo agricolo-alimentare, i propri interessi economici, al di là delle logiche di schieramento, delle vecchie rivalità o delle ideologie. Per esempio, per quanto riguarda taluni Paesi asiatici, si fa strada il concetto della necessità che i Paesi più avanzati (e perciò anche l’UE) annullino gli aiuti alle loro agricolture; ciò allo scopo di non penalizzare più i prezzi dei loro prodotti e di evitare le attuali distorsioni del mercato internazionale. Queste nuove vedute contrastano maggiormente con quanto, di attenuante, è avvenuto nel recente passato ad opera dei notevoli sostegni strutturali che il settore industriale in generale è riuscito ad ottenere dall’UE. Anche in considerazione di ciò va subito aggiunto che la nuova Politica comune della Pesca ha già previsto, in ogni caso, intensificazioni di cooperazione tra operatori privati di parte dei succitati Paesi in via di sviluppo (in particolare dell’area mediterranea e africana) e le imprese o Società dell’Unione allo scopo non solo di conservare rapporti comunque proficui, ma anche di favorire il miglioramento della situazione locale quanto a promozione di iniziative ambientali soddisfacenti, di crescita di competenze e di sviluppo di mezzi tecnici appropriati (3) (4).

Industrie di trasformazione di tipo medio e piccolo

A completamento di quanto è stato sopra segnalato, qui può essere aggiunto che, soprattutto se la questione viene osservata sotto l’aspetto sociale, l’industria di lavorazione del pesce media e piccola, in molte aree zonali o locali continuerà pur sempre a rappresentare un elemento economico ragguardevole e vantaggioso per l’opportunità che essa offre dal punto di vista dell’occupazione. Di conseguenza ne potrà derivare, almeno nei confronti delle piccole imprese delle aree tradizionalmente legate alla pesca, un atteggiamento particolare da parte della Commissione; ciò potrà essere, comunque, assecondato a condizione che migliorino le attuali conoscenze statistiche. Perdurerà, infatti, fino al 2006 la mancanza di obbligatorietà, da parte dei vari Stati, della trasmissione a Bruxelles dei dati concernenti le industrie di lavorazione.

Andamento dell’industria nazionale di conserve ittiche

Contraria mente a quanto si era verificato nel 1998 e 1999, gli ultimi dati disponibili relativi all’industria italiana delle conserve ittiche, ha cominciato, nel 2000, ad invertire la tendenza favorevole. In quest’anno, per esempio, già rispetto al 1999 le tonnellate prodotte si sono ridotte da 126 mila a 118 mila (con una variazione negativa pari al 6%). Sull’andamento in questione così come verrà meglio specificato appresso, hanno influito notevolmente i rapporti di utilizzazione e di produzione e, in misura molto lieve, la diminuzione del consumo nei confronti dei prodotti in genere di questo tipo. La domanda interna è apparsa comunque soddisfatta, anche se ciò ha dovuto comportare un flusso importativo dall’estero di prodotti similari, ma dal valore commerciale certamente non eccellente (8).

Cenni sulle importazioni di preparati e di conserve nell’UE

Per quanto riguarda le importazioni di preparati e di conserve a base di pesce e di molluschi registrate nell’intera area comunitaria esse hanno toccato, nel 2000, la cifra di un milione e 100 mila tonnellate.

In questo volume complessivo le conserve di tonno hanno rappresentato quasi il 50%, di cui ben il 75% ha riconosciuto la provenienza dai Paesi Terzi; sono seguite, poi, le importazioni di aringhe preparate (circa 79 mila e 700 tonnellate), di filetti crudi, panati, congelati (circa 59 mila e 300 tonnellate), di sarde conservate, di spratti e di sardine (55 mila tonnellate circa), di salmoni conservati (48 mila tonnellate circa) e di surimi (circa 57 mila tonnellate) (7). Tornando brevemente al tonno lavorato va subito precisato che i quantitativi importati nell’intera UE, sia allo stato fresco che congelato, sono stati pari a circa 250 mila tonnellate (ultimi dati disponibili). Fra i Paesi dell’area comunitaria, in qualità di principali importatori, va segnalata la Spagna; questa Nazione, da sola, ha importato oltre il 67% del volume sopraccitato.

Attività di import-export delle conserve ittiche nazionali

Come è già stato accennato, gli ultimi dati inerenti l’andamento della produzione industriale ittica in termini di quantità sono apparsi di segno negativo. L’Associazione nazionale delle conserve ittiche e delle tonnare (ancit) ha quantificato in 7 mila e 600 circa le tonnellate prodotte in meno nel 2000 rispetto al 1999. In termini di valore, invece, in considerazione dell’andamento dei prezzi all’esportazione, il deficit, rispetto sempre al 1999, è stato inferiore di soli tre punti (circa 2,8%) (1). Il peggio sta nel fatto che il succitato calo produttivo avvertito dalla nostra industria di lavorazione ha dovuto comportare un aumento cospicuo del flusso importativo di analoghi prodotti. A questo punto può aggiungersi che proprio l’industria di lavorazione dei prodotti ittici in generale figura come il comparto produttivo nazionale più debole rispetto a tutti gli altri settori dell’agroindustriale. Ciò è avvenuto nonostante che, ovviamente, pure il comparto ittico si fosse avvantaggiato, a suo tempo, delle esportazioni verso le aree extracomunitarie più ricche e perciò beneficiario nell’occasione, del minore valore dell’euro rispetto a quello del dollaro e dello yen. Agli inconvenienti legati all’esborso notevole attuale per gli acquisti di semilavorati e di materia prima, si aggiungono quelli cronici rappresentati dalla già citata perdurante frammentazione produttiva (1).

Produzione industriale di tonno e suo import-export

Intanto va subito anticipato che, rispetto al precedente quinquennio 1995-1999, nell’anno 2000 (ultimi dati disponibili) gli acquisti di conserve ittiche nel nostro Paese sono diminuiti, sia pure non radicalmente e non in tutti i segmenti produttivi.

In particolare il calo delle vendite è apparso evidente nel caso del tonno sott’olio prodotto in Italia, con un indice negativo pari a poco meno del 10% circa. A determinare questa situazione hanno contribuito tanto le diminuite possibilità di approvvigionarsi all’estero (tonno surgelato e filetti di tonno semilavorati), quanto la crescita delle importazioni dai Paesi dell’UE di tonno in scatola. Ciò nondimeno l’industria di trasformazione del tonno in Italia conserva pur sempre il primato assoluto rispetto agli altri prodotti ittici (poco meno del 70%) con circa 80 mila tonnellate annue; ciò va evidenziato anche se nell’ultimo triennio di cui si dispone di dati (1998-2000), ai deboli incrementi del 1999 sono seguiti i succitati decrementi del 2000 (meno 10% circa riferito al solo tonno all’olio).

Importazioni di tonno lavorato e da lavorare

Per quanto riguarda le importazioni di tonno all’olio, in particolare dagli altri Paesi dell’Unione, esse sono cresciute in volume, nel 2000, di poco meno del 50%. Nell’analisi della tipologia del prodotto, e sempre nello stesso anno, figurano in forte calo, pure dall’area comunitaria, i flussi importativi dei filetti; mentre il tonno congelato, da destinare anch’esso alla nostra industria di lavorazione, ha subito un calo pari a poco più del 4%.

Per quanto riguarda le sue provenienze, va sottolineata la ripresa dell’import dalla Francia e dalla Spagna; in quest’ultimo caso, considerata anche la scarsità di importazioni avvenuta nel 1999, l’incremento nell’anno successivo ha raggiunto l’elevata cifra del 130% circa (8). L’Italia, nel 2000, ha importato tonno, tra fresco e congelato, in quantità pari a circa il 17-18% delle 250 mila tonnellate pervenute nell’intera area comunitaria.

Sempre a proposito delle provenienze — a parte il prodotto pescato dalle flotte oceaniche francesi e spagnole — esse riguardano soprattutto pesci catturati nel Sud e Centro America (in particolare Colombia e Venezuela), oppure lungo le coste dell’oceano Pacifico (Cile e Perù) e nelle Seychelles; in questi ultimi casi, per esempio, la differenza delle importazioni di tonno congelato tra l’anno 2000 (2.485 tonnellate) ed il 1999 (1.708 tonnellate) è stata pari a circa il 45% e oltre (8).

Per quanto riguarda il prodotto finito le principali quote di mercato vantate sul mercato nazionale sono riconducibili a imprese straniere; fra queste se ne inserisce una la cui produzione è completamente interna e che, nel 2000, presentava una quota in volume di poco più del 10% e in valore di oltre l’11%.

Quanto alle preferenze del consumatore italiano riguardanti il tipo ed il peso delle confezioni, va brevemente accennato che solo il 5% circa si orienta verso il cosiddetto tonno arricchito e il 10% circa verso il tonno al naturale; per il resto prevalgono nettamente le richieste di tonno allolio e, di preferenza, nei confronti delle confezioni da 300 grammi (1).

Dati relativi all’esportazione di tonno lavorato

I dati più recenti riguardanti l’esportazione di tonno lavorato nel 2001 e 2002 confermano la stasi delle attività produttive in argomento; questa stasi è accompagnata da assenza di crescita generalizzata del flusso esportativo. In pratica nel 2000 si era già verificata una perdita del 6% circa delle produzioni in volume, a cui era corrisposta una diminuzione di circa il 3% nel fatturato; anche se le perdite maggiori sono state ascritte alle ridotte lavorazioni del tonno va, tuttavia, aggiunto che le importazioni di questi pesci sono cresciute. Nell’interscambio un ruolo importante continuano a rivestire, comunque, anche i quantitativi di tonno all’olio esportato (più 52% circa nel 2000 rispetto al 1999); quest’ultimo elemento può, d’altra parte, spiegare la leggera flessione dei consumi apparenti interni di questo prodotto, il quale, quindi, a motivo del suo rafforzamento delle vie di collocazione all’estero, contrae in parte la sua disponibilità sul mercato interno. Ciò va segnalato aggiungendo che i nostri prodotti, intesi come valori unitari, continuano comunque ad affermarsi all’estero, sia per la loro qualità e sicurezza alimentare, sia per una riconosciuta tipicità. Altro aspetto positivo generico, valevole pure per il mercato interno, lo si ritrova nella capacità di offrire servizi adeguati ed una buona differenziazione del tipo dell’offerta (1).

Import-export degli altri prodotti ittici lavorati

Nel nostro Paese l’andamento incerto delle produzioni del tonno trasformato viene sempre più affiancato dalla crescita di domanda di prodotti caratterizzati dalla presenza totale o parziale di pesce o di molluschi confezionati come preparazioni varie o piatti pronti. Fra l’altro nel 2000, rispetto al 1999, come conseguenza della ripresa delle attività produttive delle vongole (6), sono cresciute sensibilmente le esportazioni delle vongole conservate, insieme alle maggiori spedizioni dei filetti di acciughe sott’olio.

Dati sugli scambi delle semiconserve nel nostro Paese

A proposito delle semiconserve va, intanto, segnalato che il relativo consumo in Italia continua a richiamare un interesse crescente, anche se pure questo comparto, purtroppo, ha bisogno di approvvigionarsi all’estero della materia prima. Gli ultimi dati disponibili accreditano un aumento di produzione pari a quasi il 6%; fra le semiconserve più richieste figurano i filetti marinati di acciughe, sgombri, sardine ed anguille, mentre fra i molluschi risulta in espansione la domanda, anche qui di prodotto marinato, di calamari, moscardini e polipi. In particolare, per quanto riguarda i filetti di sgombro in importazione, essi sono risultati provenienti per la maggior parte, fra i Paesi comunitari, dalla Spagna e dal Portogallo, mentre fra le provenienze extracomunitarie primeggiano quelle del Marocco.

Limitatamente all’interscambio delle conserve a base di molluschi riguardante la quota in importazione, s’è visto, nel 2000, una crescita di oltre il 57% rispetto all’anno precedente; in quest’ultimo anno, il flusso importativo (sempre in tonnellate) era stato pari a 4.278, mentre nel triennio precedente esso aveva riguardato rispettivamente 7.041 tonnellate nel 1996, 6.675 nel 1997 e 5.723 del 1998 (8).

Le esportazioni, invece, sono cresciute di oltre il 27% nel 2000 rispetto al 1999, riaccostando e superando i quantitativi del 1997 (rispettivamente 558 e 554 tonnellate); nel 1998 le esportazioni avevano riguardato solo 478 tonnellate. Fra i Paesi destinatari vanno citati soprattutto la Svizzera e gli USA, mentre fra quelli comunitari vanno segnalati la Francia, la Germania e la Spagna (8). Le esportazioni di molluschi (comunque in decremento, come s’è visto) hanno riguardato ultimamente soprattutto la Francia, la Germania e la stessa Spagna.

Acciughe sotto sale e filetti all’olio e relativi import-export

I preparati a base di acciughe salate e all’olio rappresentano prodotti tradizionali che continuano a destare nel consumatore l’interesse di sempre; queste produzioni derivano da un tipo di manodopera antica che non richiede particolari impegni finanziari. Risponde a queste caratteristiche la stessa preparazione del filetto all’olio, la quale ha bisogno piuttosto di un cospicuo ricorso alla manodopera. Le esportazioni di acciughe all’olio nel 2000 sono cresciute di circa il 6 per cento; quest’andamento, positivo rispetto all’anno precedente, appare sfavorevole se lo si paragona al flusso importativo.

Da parte sua, negli ultimi tempi, la produzione di acciughe salate, pur rispettando quantitativamente la medesima produzione del passato, ha vantato nel 2000 (ultimi dati disponibili) una crescita in valore pari a poco più del 4 per cento (1). Nel complesso settore degli scambi, le importazioni di acciughe salate hanno presentato, ultimamente, dati sostanzialmente più bassi e, comunque, l’intero comparto continua a confermare, anche qui, la forte dipendenza di materia prima dall’estero. Più in particolare, al contrario di quanto si è verificato per le provenienze dagli Stati dell’UE, è aumentato il flusso importativo dai Paesi extracomunitari. Per esempio, questo prodotto, nel 2001, ha visto una quota importativa in volume pari al 10 per cento del totale nel caso dell’Argentina e del 23 per cento nel caso della Croazia. Per quanto riguarda, poi, le acciughe all’olio, le importazioni sono cresciute in volume del 15,4%; a parte le provenienze dalla Francia (12%), dalla Spagna (6%) e dalla Grecia (1%), le altre quote hanno visto il prevalere delle provenienze da Paesi extracomunitari: Marocco, 44%; Albania, 26%; Turchia, 4% e Perù, 7% (8).

Conserve di sardine e corrispondenti import-export

Nel 2000 è stata registrata una forte flessione delle importazioni di conserve di sardine all’olio; detta contrazione ha superato il 29% rispetto all’anno precedente. Da parte sua la produzione in tonnellate di questo tipico prodotto dell’industria conserviera italiana ha superato dell’11% circa i quantitativi del 1999 (2.000 tonnellate contro 1.800), pur conservandosi, nel tempo, pressoché costanti i relativi consumi. Le confezioni di sardine sottoposte a diverse lavorazioni dalla precedente (utilizzando anche prodotti importati semilavorati) continuano ad avere un proprio mercato in importazione, anche se comunque debole (8).

Per quanto riguarda le esportazioni gli ultimi dati parlano di una riduzione dell’export; rispetto al 1999, allorché furono esportate poco più di 1.000 tonnellate di queste conserve, nel 2000 ne sono state inviate all’estero soltanto circa 740.

La diminuzione del flusso esportativo ha riguardato in particolare le destinazioni francesi ed inglesi; qui va, tuttavia, subito aggiunto che le altre preparazioni di sardine (diverse da quelle sott’olio), sebbene quantitativamente non molto significative, hanno continuato a seguire i flussi di scambio degli anni passati e ciò anche al di fuori dei Paesi dell’UE (8).

Consumi interni dei prodotti surgelati

In linea generale può affermarsi che l’industria dei prodotti surgelati nel nostro Paese continua a registrare un allargamento dei consumi (dati 2000, confermati dai primi mesi del 2001). Qui va appena aggiunto che il consumo complessivo dei surgelati (pari a circa 675.000 tonnellate) ha visto, nel 2000, prevalere, come di consueto, il consumo degli ortaggi semplici e delle verdure; detti consumi hanno raggiunto ormai la cospicua cifra del 50% circa sul totale.

Per quanto riguarda in particolare il settore dei surgelati ittici, esso ha raggiunto circa il 13% del totale dei consumi tramite le sue 88.000 tonnellate prodotte ed utilizzate. In dettaglio, nella crescita del 5,2% del 2000, rispetto all’anno precedente, i consumi dei molluschi e crostacei surgelati sono aumentati del 5,8%, mentre quelli a base di pesce sono cresciuti del 5%.

Sempre nel 2000 (ultimi dati disponibili), l’incidenza dei consumi in Italia dei molluschi e crostacei così commerciati, rispetto a quello complessivo dei surgelati, è stata pari al 3,5%. I prodotti a base di pesce, invece, hanno contribuito sui consumi per il 9,5%. In quest’ultima categoria vanno compresi il pesce al naturale, impastellato e impanato e vari altri preparati di pesce.

Prof. Aldo Schiavo

Dipartimento di Sanità, Patologia, Farmaco-tossicologia

e Benessere degli Animali

Sezione Malattie Infettive

Facoltà di Medicina Veterinaria Università di Bari

Bibliografia

1) Ismea — Filiera Pesca e Acquacoltura — Roma, settembre 2002.

2) Ismea — Elaborazioni Ismea su dati Eurostat — Roma, 2002.

3) Schiavo A. — La riforma della politica comune della Pesca, Nota Prima — Il Pesce 2/2003, pag. 9, Modena.

4) Schiavo A. — La riforma della politica comune della Pesca, Nota Seconda — Il Pesce 3/2003, pag. 9, Modena.

5) Ismea — Elaborazioni Ismea su fonti diverse: Irepa, Icram, Federpesca, Api, Istat — Roma, 2002.

6) Schiavo A. — L’acquacoltura oggi nelle aree di produzione comunitarie ed in Italia — Il Pesce, Modena 2003 (in corso di stampa).

7) Pee/Cfce — da Ismea, Filiera Pesca — Roma, settembre 2002.

8) Ismea — Elaborazioni Ismea su dati Ancit — Roma, settembre 2002.

9) Schiavo A. — Contaminazione da diossina nelle acque di mare e consumi di pesce — Il Pesce 1/2002, pag. 69, Modena.

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