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Il Pesce nr. 1, 2003

Rubrica: Pesca
Articolo di Lucchetti A.
(Articolo di pagina 61)

Le barriere artificiali nella gestione della fascia costiera

 

 

Negli ultimi anni un interesse sempre crescente verso le questioni ambientali ha portato alla ribalta alcuni problemi che coinvolgono direttamente il mondo della pesca, tra cui quello della gestione e protezione della fascia costiera; questa, infatti, oltre ad essere l’ambiente marino più direttamente influenzato dalle attività antropiche (pesca professionale e sportiva, stabilimenti balneari, scarichi a mare, navigazione, ecc…) risulta anche il più ricco e diversificato dal punto di vista biologico, vegetale ed animale, tanto da essere posto al centro di alcune conferenze internazionali in cui sono state delineate le linee di condotta necessarie per la tutela degli ecosistemi (Barcellona, 1976; Atene, 1980; Montego Bay, 1982; Rio de Janeiro, 1992).

Tuttavia, in termini pratici, il concetto della gestione razionale delle risorse nella fascia costiera può risultare ai non addetti ai lavori un argomento alquanto astratto e nell’immaginario comune essere ricondotto esclusivamente alle aree marine protette (parchi e riserve come Ustica, Portofino, Eolie, ecc…), alle quali è stato giustamente dato grande risalto da tutti i mezzi di informazione; eppure, gli interventi di gestione da attuare per il recupero, la protezione e il ripopolamento dell’ambiente marino e in particolare delle aree costiere degradate, sono molteplici e non si limitano alle aree naturali protette. In questo caso vorrei soffermare l’attenzione su un argomento ai più sconosciuto: le barriere artificiali.

Definizione

Le barriere artificiali, da non confondere con gli sbarramenti frangiflutti posti a difesa dei litorali contro l’erosione marina, sono composte da corpi naturali (pietre, tronchi ecc.) o artificiali che vengono calati su fondali marini mobili (sabbiosi, fangosi o sabbio-fangosi) per creare un elemento di diversificazione nell’habitat originario monotono e costituiscono dei meccanismi bio-ecologici in grado di aumentare la produzione alieutica di un ecosistema.

Origine e sviluppo

L’origine delle barriere artificiali sembra essere molta antica tanto che alcuni autori riferiscono della loro esistenza già intorno al 1650; come spesso accade nel campo della pesca, questi primi esperimenti portano la firma del Giappone e riguardano semplici costruzioni di pietre sovrapposte affondate nella baia di Urato nell’isola di Shikoku.

In Giappone, dopo i primi esperimenti realizzati artigianalmente su piccola scala, la pratica delle barriere si è molto sviluppata e il governo locale ha provveduto ai finanziamenti per la loro costruzione fin dal 1923, poiché già da allora aveva individuato in queste esperienze la possibilità di trasformare la pesca praticata in mare aperto in una pesca costiera rivolta alla maricoltura.

Anche negli Stati Uniti, le barriere artificiali hanno avuto un grande successo, sebbene per motivi completamente differenti rispetto al Giappone; infatti, malgrado le fasi iniziali di realizzazione presentino alcune somiglianze nei due paesi, tuttavia le finalità, la scelta dei materiali e la pianificazione delle strutture sono in genere molto diverse. In Giappone vengono generalmente utilizzati manufatti realizzati appositamente, con caratteristiche di stabilità e resistenza in mare il cui scopo principale è quello di espandere i tradizionali territori di pesca, proteggendo l’area costiera e le risorse alieutiche; al contrario negli Stati Uniti la realizzazione di barriere artificiali è tradizionalmente effettuata con l’impiego di materiali di scarto (tra cui anche piattaforme petrolifere in disuso) ed è finalizzata all’incremento di attività ricreative, come la pesca sportiva e la subacquea.

Per quanto riguarda il Mediterraneo è noto da tempo, soprattutto nel bacino centrale (Malta e Sicilia), l’uso di strutture galleggianti composte da canne (dette per questo "cannizzati" o "incannizzati") per attrarre e concentrare pesce in determinate aree.

 


Una barriera in moduli di bambù.

 

Le prime barriere artificiali propriamente dette, cioè costituite da strutture deposte sul fondo, risalgono invece alla fine degli anni ‘60 in Francia e in Italia (Varazze), mentre attualmente i paesi più attivi nella realizzazione di tali strutture sono l’Italia e la Spagna, anche se molti altri sono già da anni avviati in analoghe iniziative (Israele, Inghilterra, Portogallo, ecc…).

In Italia, il primo esperimento di barriere artificiali, progettato secondo criteri scientifici su scala semiprofessionale, è stato realizzato nel 1974 nell’Adriatico centrale (Porto Recanati) dall’Istituto di Ricerche sulla Pesca Marittima di Ancona; tale barriera era formata da 12 piramidi, ognuna composta da 14 blocchi cubici di calcestruzzo con lato di 2 m e da alcune vecchie imbarcazioni, immerse al centro della zona protetta.

A questo primo esperimento pilota hanno poi fatto seguito altre iniziative, tra cui quelle di Fregene, del Golfo di Castellammare e del Mar Ligure (Golfo Marconi e Loano).

Materiali utilizzati

Le barriere artificiali, come accade per tutte le iniziative legate alla pesca, hanno subìto nelle varie parti del mondo uno sviluppo autonomo basato sulle esperienze locali e individuali, per cui la realizzazione di queste strutture ha previsto l’impiego dei materiali più diversi.

Nei primi esperimenti realizzati su scala artigianale in Giappone venivano usati massi impilati, tronchi e sacchi di sabbia e solo successivamente materiali artificiali come tubi di ceramica e vecchie imbarcazioni. Nel sud-est asiatico ancor oggi vengono utilizzati moduli in bambù e fasci di mangrovie.

Agli inizi degli anni Sessanta la necessità di smaltire scarti vari e limitare i costi ha condotto, soprattutto negli Stati Uniti, verso l’utilizzazione di materiali come rottami di automobili, pneumatici, vecchie barche, copertoni, barili di petrolio usati, prodotti derivati dall’edilizia (pezzi di cemento, tegole, mattoni, ecc…).

Tuttavia queste iniziative, prive di qualsiasi supporto scientifico, si sono rivelate fallimentari, evidenziando numerosi inconvenienti: molte superfici sono, infatti, risultate inadatte all’attecchimento di organismi sessili, altre si deterioravano molto facilmente (legno e lamiere), altre rilasciavano sostanze nocive per gli organismi, come vernici, oli e metalli pesanti.

Tutti questi problemi hanno condotto verso un atteggiamento più scientifico e attento innanzitutto alle questioni ambientali; attualmente la tendenza è infatti quella di impiegare materiali realizzati ad hoc, più resistenti, non inquinanti e di facile utilizzo.

Il calcestruzzo è oggigiorno il materiale maggiormente utilizzato nel mondo, perché permette di realizzare moduli di qualsiasi forma, si deteriora lentamente in acqua, fornisce un ottimo supporto agli organismi sessili (mitili, ostriche ecc.), se modellato con opportune cavità dà rifugio a molte specie ittiche ed è abbastanza pesante da contrastare la pesca a strascico.

Le varianti sul tema sono poi numerosissime e vanno dall’utilizzo di vetroresina, a composti di cenere di carbone e calce idrata, fino ai più sofisticati moduli giapponesi, che rilasciano nutrienti in acqua per facilitare l’attecchimento di vegetali e innescare così nuove reti trofiche.

L’ultima frontiera nella realizzazione di barriere artificiali è rappresentato dall’impiego di piattaforme di estrazione dismesse, che nel Golfo del Messico e nel Mare del Nord stanno avendo molto successo, sia per i risultati ottenuti che per la sensibile riduzione dei costi.

Finalità

Le barriere artificiali possono di buon grado essere annoverate fra gli interventi da attuare per una migliore gestione della fascia costiera poiché, essendo realizzate su fondali marini mobili, costituiscono delle variazioni sostanziali all’habitat originario, determinando effetti positivi a livello biologico, ecologico ed economico.

Dal punto di vista biologico, le barriere possono determinare una riduzione della mortalità, sia naturale che da pesca, con risvolti positivi sugli stock ittici; i moduli delle barriere possono, infatti, ridurre la mortalità naturale fornendo rifugi idonei agli stadi giovanili di molte specie ittiche e alle fasi delicate di vita di altre categorie (come ad esempio la muta dei crostacei), con una conseguente riduzione della predazione.

Le superfici delle strutture sommerse possono, inoltre, consentire l’attacco di uova e capsule ovigere e, soprattutto in mari eutrofici, cioè ricchi di nutrienti, come l’alto e medio Adriatico, possono anche determinare l’attecchimento di larve di organismi sessili filtratori, come le ostriche e i mitili, utilissimi perché in grado di sfruttare l’enorme carico di nutrienti provenienti dai fiumi e renderlo disponibile come biomassa edule direttamente utilizzabile dall’uomo.

La riduzione della mortalità da pesca, la protezione e il recupero di particolari habitat degradati o sensibili, come il posidonieto o il coralligeno di platea, vengono invece realizzati grazie all’immersione di corpi stabili, resistenti e pesanti in grado di contrastare la pesca a strascico illegalmente effettuata all’interno della fascia costiera.

Dal punto di vista ecologico le barriere artificiali determinano una diversificazione d’habitat grazie alla realizzazione di un gradiente verticale di luce, temperatura e corrente, richiamando e dando nutrimento a specie ittiche tipiche di substrati duri (si tratta in genere di specie pregiate come spigole, corvine, ombrine, saraghi, ecc…) altrimenti assenti su un fondale sabbioso.

Tutti questi effetti bio-ecologici possono avere ripercussioni positive anche dal punto di vista socio-economico, favorendo, ad esempio, il recupero della piccola pesca costiera con attrezzi da posta; l’utilizzo di questi attrezzi, all’interno delle aree protette dai moduli artificiali, determina, infatti, da una parte un aumento del reddito dei pescatori a causa di catture estremamente diversificate, dall’altro riduce le conflittualità intersettoriali tra la piccola pesca e le imbarcazioni che effettuano la pesca a traino (strascico, vongolare, volanti).

Infine, all’interno delle aree protette mediante barriere artificiali è possibile sviluppare iniziative alternative alla pesca (con una conseguente riduzione dello sforzo di pesca) come la maricoltura vera e propria, ricorrendo, ad esempio, ai filari sommersi per la mitilicoltura, alle gabbie d’allevamento per specie ittiche pregiate, oppure, come recentemente sperimentato, anche a moduli di materiale friabile (cenere di carbone impastata a calce idrata) per l’insediamento di specie rare e protette come il dattero bianco (Pholas dactylus).

Conclusioni

Per completezza di informazione è bene ricordare che non tutti i ricercatori sono d’accordo sulle reali potenzialità e benefici delle barriere artificiali, poiché alcuni sostengono che il loro effetto più importante sia quello di concentrare e attirare semplicemente alcune specie ittiche da altre zone di pesca, facilitandone la cattura con ripercussioni addirittura negative sugli stock.

In realtà è probabile che inizialmente l’effetto delle barriere artificiali sia effettivamente quello attrattivo, ma, in seguito, lo sviluppo di una ricca comunità sessile e di una popolazione ittica residente lasciano supporre che il ruolo delle strutture sommerse sia ben più importante e in zone intensamente sfruttate da ogni attività di pesca (piccola pesca, strascico, rapidi, volanti, draghe idrauliche) come l’alto e medio Adriatico, queste possano avere un ruolo paragonabile a quello di un fermo di pesca, contribuendo ad una migliore gestione della fascia costiera.

Alessandro Lucchetti

Il Pesce
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