Edizioni Pubblicità Italia

Il Pesce nr. 3, 2002

Rubrica: Acquacoltura
Articolo di Innocenti L.
(Articolo di pagina 63)

Previsto e dichiarato il crollo dei prezzi di vendita del pesce d’allevamento sui mercati europei! Che fare adesso?

 


Il dottor Bruno Palmiotti, negli uffici della “Falesia” di Piombino.

 

Anni addietro, quando l’amico Palmiotti ci coinvolse in talune indagini per la ricerca di un territorio idoneo alla produzione di spigole e orate, giudicammo ottimi (dopo molti sopralluoghi), i terreni sui quali, successivamente sono stati realizzati gli impianti. Fu soltanto la vitalità e la tenacia del Palmiotti, nonché la sua forte volontà di perseguire l’obiettivo prefissatosi, ed infine la sua maestria nel ruolo di coordinatore delle infinite mosse che occorre fare, per superare i troppi dinieghi possibili (da parte delle innumerevoli Amministrazioni ed Enti ai quali è stato dato quel potere), che ha portato alla realizzabilità del progetto Falesia di Piombino. In quegli anni, per uno che (come il dottor Palmiotti), riusciva ad ottenere le autorizzazioni, cento abbandonavano gli entusiastici tentativi iniziali di avviare produzioni analoghe (dopo avere perso anni di lotta alla burocrazia e tanti soldi!). Occorrerebbe istituire un cavalierato apposta, in Italia, per coloro che riescono e/o sono riusciti, a realizzare "regolarmente" un nuovo impianto d’acquacoltura su terraferma! A vedere da un’ulteriore esperienza di quest’anno (2001), non dovrebbe essere cambiato quasi nulla. Abbiamo studiato l’economicità dell’unico impianto italiano, che da dieci anni produce — in continuità — le “mazzancolle” (Penaeus Japonicus), ben gestito da un giovane proprietario imprenditore sul lago di Lesina (Signor Mario Basile), ed anch’egli, da anni, sta attendendo le infinite autorizzazioni che occorrono per realizzare, su proprio terreno, la fase dell’avanotteria (che ha una grande importanza economica e strategica). Per adesso, il Signor Basile è costretto a regalare, ogni anno, una cinquantina di milioni di lire ai fornitori (francesi), per l’acquisto di larve di gambero che gli sono indispensabili alla fase dell’ingrasso. Il fatto più grave per Basile, sta nel timore di dover saltare totalmente la produzione di un anno. Se i francesi non gli fornissero gli avannotti da ingrasso, o se ne forniscono un numero troppo insufficiente, il Signor Basile è costretto ad incrociare le braccia e sperare nell’anno successivo!

L’esperienza del Palmiotti — comunque sia — vissuta e superata, mi suggerì una tesi di laurea presso il nostro Dipartimento d’Economia e delle Risorse Territoriali di Firenze ed inoltre pubblicammo (proprio su questa rivista), una sintesi di quell’avventura (dal Palmiotti tenacemente perseguita e dominata). La sintesi di quello studio (che attinse i dati da quell’esperienza quinquennale), fu pubblicata proprio su questa rivista, e sperava di rappresentare uno dei primi urli — alti e chiari — dell’emergenza che occorreva attuare, specialmente per garantire uno sviluppo degli impianti di allevamento di pesce all’interno del nostro Paese, e titolammo “La burocrazia uccide l’acquacoltura italiana”. Già a quell’epoca, il fenomeno di “stop” (allo sviluppo d’ulteriori impianti in Italia), era conclamato ed evidente. In Grecia ed in Spagna, al contrario, l’inesistenza di burocrazie ostative, consentivano la realizzazione di molti impianti e altri erano in corso d’approvazione senza che nessuno incontrasse problematiche burocratiche. Era già troppo tardi per porre rimedio alla follia burocratica italiana. Denunciammo pertanto il fatto che, se non fosse stato posto un rapido rimedio, le ripercussioni sarebbero state assai pesanti e precisamente:

1 mancato sviluppo del comparto acquacoltura in Italia, a favore di Paesi concorrenti dell’Europa occidentale e pertanto minore incremento di PIL e di benessere per il nostro Paese;

2 rinuncia ad ottenere emolumenti dalla Comunità europea da parte dell’Italia (questo in contraddizione con il fatto che fossimo il Paese più vocato dell’area mediterranea);

3 mancata occupazione di manodopera del nostro Paese in un momento in cui l’Italia ne aveva un bisogno fortissimo;

4 ultimo, ma forse il più importante, "perdita dei mercati del pesce d’allevamento". Coloro che avviano degli impianti produttivi, avemmo ad argomentare, si conquistano poi, con fatica, i loro mercati ed è molto difficile recuperare — a posteriori — gli spazi persi.

Dopo quella dura critica, molte altre se ne levarono, ed in particolare ancora quella del Palmiotti che espresse anche in prima persona la sua esperienza. Ancora sordità totale da parte dei politici! Ai nostri parlamentari, non arrivò neppure il minimo cenno di quegli avvertimenti da noi e da altri duramente sottolineati! Riteniamo — purtroppo — che per nessuna delle problematiche produttive vi sia stata una sordità, e cecità politica, tanto grande quanto per questa "nuova zootecnia" legata all’avvio dei nuovi impianti per la produzione di pesce. L’avvio dell’acquacoltura costituisce una data storica, irripetibile e di valore inaudito. Questo fatto doveva essere compreso e dovevamo dedicare le giuste attenzioni e i dovuti accorgimenti legislativi, per favorire almeno il momento iniziale di realizzazione degli impianti. Al contempo dovevamo conquistare i mercati (locali ed esteri), e favorire molto di più gli di studi biologici e di tecnologia produttiva, allo scopo di ampliare al massimo l’allevamento di specie animali acquatiche, nonché favorire l’economicità degli allevamenti esistenti, specie durante questo primo delicato momento che è quello dell’avviamento. Il minimo che doveva farsi (sia pure limitatamente a questo comparto), era di emanare una legge speciale, che semplificasse seriamente l’iter burocratico per le autorizzazioni, allo scopo di ottenere le concessioni. Doveva prevedersi un unico invio di documentazione (progetti e allegati), da fornirsi al Comune, per il quale doveva concedersi un tempo massimo non superiore ai 6 mesi. E’ questo l’Ente che doveva preoccuparsi di rendere noto il progetto agli altri e farsi dare l’autorizzazione o il veto. Trascorso il tempo fissato, doveva scattare il silenzio-assenso (come per le costruzioni alle Belle Arti) e il Comune è autorizzato e obbligato a dare la concessione! Quei politici ci fecero perdere un treno che, purtroppo, non potrà più passare! Ogni cosa deve essere fatta al momento giusto!

A questo punto, ci pare inutile piangere sugli errori del passato, meglio rassegnarsi e vedere cos’altro si può fare! In fatto di conquista dei mercati possiamo solo consolarci con una visione populista e globalizzante dello sviluppo mondiale. Osserviamo, in realtà, che ci sono tanti paesi anche vicini che, con l’avventura del socialismo reale o per altre motivazioni, di treni ne hanno persi un’infinità…. lasciare a loro le nuove produzioni, equivale a dargli una mano! Se ci vogliamo consolare in questo modo, facciamolo e non aggiungiamo altro!

Prevedibilità del calo dei prezzi del pesce d’allevamento

Il calo dei prezzi delle produzioni dell’acquacoltura, era da prevedersi comunque! I prezzi sarebbero scesi anche se non si perdeva quel treno a favore dei Colleghi europei! Su questo punto non abbiamo mai avuto dubbi! Tenemmo una relazione su questo tono anche al Convegno di Palinuro (una diecina d’anni addietro). Il Convegno fu organizzato dal Prof. Marco Saroglia, che gentilmente ci chiese di fare una relazione di taglio economico. In quell’occasione, sottolineammo la caratteristica, assai nota, dell’andamento dei prezzi delle produzioni dell’agricoltura. Se ci riferiamo ai prezzi di un nuovo prodotto agricolo, immesso sul mercato, è noto che (passati i momenti iniziali caratterizzati da alti ed altissimi profitti), il prezzo di mercato della nuova produzione, scende rapidamente con il crescere dell’offerta. Si attesterà lentamente, attorno al "costo medio di produzione".

Si tenga presente che, il comparto agricolo, ha una remunerazione media (del lavoro), inferiore a quella del secondario e del terziario. Ben sanno gli economisti che, nei casi di perfetta e libera concorrenza (e il settore agricolo ne costituisce l’esempio più eclatante), si ha la tendenza verso l’azzeramento dei profitti e successivamente si ottiene (specialmente per le piccole imprese di cui l’Italia è piena), vere e proprie "perdite di gestione" costanti, che si traducono semplicemente in un minore compenso ai fattori produttivi apportati dall’imprenditore concreto. Le cosiddette produzioni agricole "assestate", sono quelle che hanno raggiunto una certa parità tra il "costo di produzione" e il "prezzo di vendita". Questo fenomeno, spiegammo anche in altri Convegni, lo vivemmo anche con l’introduzione in Italia del Kiwi. Da studenti vedemmo entrare il Kiwi nei nostri mercati e si vendeva anche a 1000 lire cadauno (parliamo di 30 anni addietro). Oggi in taluni mercati ed in certi periodi, troviamo questo frutto a 1000 lire/chilo. Di quanto è calato? Per il calcolo occorre riportare le lire di allora in attuali. Profitti incredibili furono effettuati da parte di coloro che con lungimiranza, ebbero il coraggio di attuare diversi ettari di quella coltura in forma specializzata, non sapendo ancora come avrebbe risposto il mercato. Per quell’avvento non vi furono pastoie burocratiche. I produttori non incontrarono dinieghi ad eliminare frutteti o vigneti per realizzare produzioni specializzate di questo nuovo frutto. Oggi non si realizzano più forti profitti nel produrre kiwi, ma l’Italia si è conquistata la sua buona fetta di produzione e il relativo spazio sui mercati nazionali ed esteri!

Nel comparto acquicoltura, un fenomeno analogo era già successo per la trota! Tale pesce è stato il primo ad assestarsi (ovvero a raggiungere la maturità economica in fatto di tecnologia d’allevamento). Anch’essa vide i prezzi calare immensamente fino a stabilizzarsi attorno alle 4000 lire/chilo (prezzo di vendita del produttore). Questo fatto stava succedendo quando i produttori di spigole e d’orate stavano appena iniziando i loro primi timidi passi. In alcune pubblicazioni di una diecina d’anni addietro ricordiamo di aver calcolato somme pari ad oltre 60.000 lire/chilo, il prezzo delle spigole e delle orate prima dell’avvento dell’acquacoltura. Erano prezzi di mercato di 25/30 anni fa riportati, tramite i rispettivi coefficienti moltiplicatori, a valori del momento in cui scrivevamo. In lire d’oggi sarebbero state ancora più care (e prossime a 80.000/chilo). Oggi nei grandi magazzini al consumo, si pagano 30.000 lire /chilo per le spigole pescate e £10.000/15.000 per quelle d’allevamento. Questo fa capire che l’immissione sul mercato di pesce d’allevamento, trascina al ribasso anche quello non d’allevamento. Il ribasso dei prezzi di vendita dei prodotti agricoli, è comunque una bella conquista a favore dei consumatori. Mezzo secolo fa, la trota e il pollo erano cibo da ricchi, mentre oggi sono accessibili a tutte le tasche! Questo fa comprendere anche il fatto inverso, ovvero che con l’abbassare dei costi di produzione, e conseguentemente dei prezzi di vendita al consumo, aumenterà più che proporzionalmente la domanda. Il paniere della domanda di pesce d’allevamento aumenterà inverosimilmente con il diminuire dei prezzi di vendita al consumo. Abbassando i prezzi al consumo si stima che la sola Italia potrebbe assorbire diversi milioni di quintali di prodotto d’allevamento.

A Palinuro esprimemmo a chiare note (sebbene i prezzi fossero già calati molto), che non sarebbero trascorsi molti anni dal verificarsi d’ulteriori cali dei prezzi di spigole e d’orate, fino ad attestarsi ben sotto le 10.000 lire/chilo. Aggiungemmo che addirittura, il progresso tecnologico e mangimistico, non avrebbe giustificato prezzi di vendita molto superiori a quelli delle trote e parlammo di cifre attorno alle 5/6000 chilo, allorché si fossero ottenute certe conquiste tecnico-biologiche. In un mercato internazionale, comanda il "costo internazionale" ed i prezzi sono fortemente influenzati dai costi minori dei paesi ove la manodopera costa meno.

Non gongoliamo certamente di gioia per avere centrato la previsione! Del resto, un economista agrario serio, non poteva avere dubbi su quello che sarebbe successo.

Certo è che ogni animale (acquatico e non), ha la sua tecnica d’allevamento e le sue peculiarità biologiche, pertanto delle differenze anche ragguardevoli (del suo costo di produzione), rimarranno sempre, ma la regola economica di "costo di produzione uguale prezzo di vendita", rimarrà una regola inconfutabile in un mercato di perfetta e libera concorrenza quale è, e speriamo rimanga, quello dei prodotti agricoli della Comunità Europea Unificata!

Palmiotti gestisce un impianto con caratteristiche tali che, a parità d’altre condizioni, dovrebbe sostenere un costo di produzione leggermente più basso di molti altri allevamenti italiani, e pertanto dovrebbe poter reggere, meglio d’altri, sul mercato.

Certo è che la sordità dei politici, che, per loro colpe, ci hanno escluso dalla ripartizione di una torta assai appetitosa e consistente quale quella che sarà legata alle quote "pesce d’allevamento", fa molta rabbia! Questo disinteresse dei nostri politici, si è tradotto in un regalo (a Grecia e Spagna), di migliaia di posti lavoro, che — invece — avremmo potuto fornire ai nostri figli. Allorché, a livello mondiale, avremo la quasi totalità del pesce prodotto dall’allevamento (ad assestamento totale avvenuto stimiamo una produzione di pesce per il 70% da allevamento e per il 30% con la consueta provenienza marina), sarà ben difficile sottrarre le quote di produzione a coloro che se li sono conquistati lentamente negli anni! La posta in giuoco (solo quota italiana) che potrebbe perdersi, equivale a centinaia di migliaia di posti di lavoro (tra produzione e indotto).

Quanto sopra per dire che ci sono rimasti pochi anni per la battaglia definitiva delle quote di mercato del pesce in Europa.

L’Italia non può certo adesso competere più con altri Paesi che si affacciano sul mediterraneo, si consideri che oltre a Grecia e Spagna, sono pronti a farci concorrenza Paesi come l’Albania, Montenegro, Croazia, Bulgaria e Romania, mentre sull’altra sponda (quella africana), abbiamo un’altra diecina di Paesi che, a costi molto bassi, potranno fare concorrenza alle nostre produzioni.

La "qualità": unica arma che ci rimane da giocare!

Abbiamo pertanto una sola carta da giocare in Italia, che è quella della qualità e del marchio di provenienza. Solo questi due elementi possono giustificare prezzi di vendita più elevati, corrispondenti a produzioni garantite in qualità, in freschezza e in salubrità del pesce offerto. Ciò sarà garantibile solo con il marchio di provenienza ed i controlli che s’intendono ad esso legati. Torneremo presto sull’argomento "costo di produzione" degli allevamenti di pesce.

Vogliamo, per adesso, fare soltanto un augurio al futuro dell’acquacoltura italiana e un appello ai nostri politici e funzionari, che possono accogliere il sunto delle nostre invocazioni.

Sembrerebbe che l’attuale Governo, quello del Polo delle Libertà, sia "istituzionalmente" molto più attento al mondo produttivo, rispetto ai governi del centrosinistra. In ogni occasione, in campagna elettorale, è stata posta l’attenzione all’efficienza dell’apparato produttivo nazionale. Auguriamoci allora che le istanze degli acquacoltori (ormai sufficientemente note), siano attentamente ascoltate dai nostri governanti e tradotte in utili provvedimenti legislativi che, spesso a costo zero, favorirebbero le produzioni nazionali, anche a garanzia del consumatore.

Ricordiamoci bene che i provvedimenti più intelligenti sono quelli che producono molto e che non costano nulla. In tutta la nostra carriera, siamo sempre stati affascinati dalla formulazione di suggerimenti circa provvedimenti legislativi a costo zero. Spesso ci sono stati effettivamente accolti ottenendo poi grandi consensi da parte di produttori e di consumatori. Auguriamoci che un provvedimento “ammazza-burocrazia” fondato sul concetto “silenzio-assenso”, possa avere luce nel prossimo futuro, allo scopo di creare nuove attività produttive da realizzarsi su suolo italiano. Il primario (agricoltura), è notoriamente il settore meno ricco degli altri comparti produttivi ed un occhio di riguardo (ai volenterosi che desiderano investire tempo e denaro in agricoltura), ci parrebbe atto dovuto!

Leonardo Innocenti

in ruolo presso il DEART della Facoltà di Scienze e Tecnologie agrarie

dell’Università di Firenze ed è Coordinatore dell’insegnamento di “Economia Agraria e Diritto” presso un Diploma

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